Oltre le macerie dell’uomo. «Paesaggio con fratello rotto» di Teatro Valdoca

«Chiedimi un dono». «Che la felicità non muti, che sia perfetta». Con questo canto di speranza si conclude la trilogia del Teatro Valdoca, «Paesaggio con fratello rotto», probabilmente uno dei migliori spettacoli degli ultimi anni, in grado di toccare temi come lo scollamento dell’uomo dalla natura, quello delle sue azioni dall’etica dell’agire, dalla sua resposabilità universale, senza mai restare impigliato nelle maglie della retorica. Merito dei versi di Mariangela Gualtieri, voce nitida della poesia italiana e autrice dei testi della Valdoca, diretta da Cesare Ronconi.
Oggi è possibile rileggere le sue parole e riguardare le visioni perturbanti della scena grazie a importante iniziativa editoriale di Sossella, che ha realizzato un libro (con traduzioni in inglese e francese) e un dvd dello spettacolo, pensadolo per un pubblico non solo italiano. Un segnale forte, in controtendenza rispetto alla dimensione asfittica della scena del nostro paese. Ma anche un documento eccezionale, che consegna alle generazioni future un lavoro capitale, accompagnato dai commenti di esperti di teatro e poesia come Antonio Audino, Gianni Manzella, Tommaso Ottonieri, Paolo Ruffini, Oliviero Ponte di Pino, e di autori come Emanuele Trevi, Elena Stancanelli, Antonio Moresco.

A uno sguardo di insieme, questo paesaggio della modernità umana si rivela un campo di macerie sanguinati, dove è difficile scorgere una tensione che non conduca alla distruzione. Macerie che neppure la misericordiosa lungimiranza dell’angelo della storia di Walter Benjamin – che le contempla voltandosi, sospinto in avanti dal vento del progresso – è più in grado di giustificare. Eppure questo paesaggio è un inno a ciò che ancora arde sotto le ceneri del disastro, a ciò che ci anima e ci muove. Non un ritratto compiaciuto dell’abisso, dunque, perché è «troppo facile sostare così a lungo nel lato d’ombra della specie».
In questo modo, la partitura per macellai e animali sgozzati si fa «Fango che diventa luce», titolo del primo quadro della trilogia, dove lo spirito cruento dell’umano (ma è forse un umano che assomiglia molto all’Occidente) si lancia in un urlo di dolore. La preghiera che il figlio «più rotto», lo sgorbio della creazione, rivolge alla madre creatrice e natura, pur impossibilitato a comportarsi in modo migliore, a esprimersi con una lingua che non sia corrotta e a non uccidere la vita che si muove attorno a lui.

È la paura che muove la mano dell’uomo, quando si fa autrice di delitti contro i suoi simili. La necessità profonda di avvertire un senso del proprio esistere. Di sentire che «noi non siamo fatti per andare alla morte», come recita la Geisha nel «Canto di Ferro», secondo e più bel quadro della trilogia. È qui, tra uomini-cane e ragazze-uccello, che si rivela l’anelito di infinito dell’uomo, pur capace di infinita corruzione. La violenza è ancora e ancor di più un filo conduttore, e con essa la sopraffazione, incarnata da una figura femminile sofferente, che entra in scena sorretta da stampelle e con le mutande alle caviglie, “accarezzata” da una mano di legno. Eppure l’uomo, capace di tali crimini sia perpetrati che subiti, è anche e sempre di più la creatura che somiglia «alle distese del cielo», piuttosto che a un trattato di anatomia.
Chiude l’invocazione finale dei gemelli siamesi, unione di opposti che gridano all’unisono, come un solo essere, l’invocazione lanciata «A chi esita», affinché egli dello strazio d’ossa del mondo – come di se stesso – colga ciò che c’è oltre. Un oltre che non è da scoprire altrove, ma dentro di sé, un oltre che non è da inventare perché già esiste, è sempre esistito, e fatto dalla natura di cui noi siamo fatti, e per questo ci parla. «C’è in me un me più vecchio di me», viene ripetuto più volte dai siamesi, come monito, speranza, tensione. Prospettiva di riscatto dell’umano, ancora in grado di connettersi a ciò che lo precede, lo sovrasta, lo contiene e forse è persino estensione di se stesso. Ancora in grado di entrare nella sua «eterna danza».
È qui che l’apparente funarale si muta finalmente in canto, e l’uomo torna ad assomigliare a ciò che credeva distrutto e perduto.

Teatro Valdoca – «Paesaggio con fratello rotto»
[Sossella editore, libro+dvd, 144 pagine, 16 euro]

[da Differenza n°6/2008]

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