Fantasmagorie della Tv. «Ecce Robot» di Daniele Timpano

C’è un filo conduttore che lega Mussolini defunto e Mazinga Zeta, il robot d’acciaio della serie animata giapponese? La risposta non è la “M” iniziale, ma l’autore in sequenza di due piéce teatrali basate sui rispettivi personaggi: Daniele Timpano, autore e attore romano che da qualche anno sta proponendo con i suoi monologhi un modo assolutamente originale di approcciarsi alla scena. Narratore? Anti-narratore? Al di là delle etichette, di certo Daniele Timpano è stato in grado, nel giro di tre spettacoli, di dare corpo e voce a una versione della narrazione teatrale – dispositivo che, pur recuperando il racconto, rompe il meccanismo di “rappresentazione” di qualcosa che non è qui e ora sulla scena – in grado di seguire un andamento non lineare, sfilacciato, pieno di digressioni e amnesie. Un percorso, cioè, che destruttura a sua volta il meccanismo stesso della narrazione.
Al centro di questo processo c’è lo stesso Daniele, in quanto tale, sulla scena. La sua «presenza anonima e bizzarra», di uno che «non è propriamente un attore, non è un narratore in senso stretto, non è un performer» – come lo ha definito Renato Palazzi su Del Teatro. Non bisogna però pensare che Timpano vada in scena solo «in quanto se stesso»: i testi dei suoi spettacoli esistono prima che gli spettacoli stessi, non sono frutto di improvvisazione, così come i cortocircuiti tra ciò che racconta e la sua biografia. È più giusto dire, allora, che al centro di questo processo non c’è Timpano stesso, ma appunto Timpano “in quanto tale” – ovvero la sua maschera.

Se Palazzi ha ragione a dire che Daniele Timpano non è né un attore né un narratore, sbaglia quindi nell’affermare che non è un performer. L’empatia che si instaura tra chi parla e chi ascolta è una scintilla che scocca di sera in sera, provocata dalle frizioni create dalla stessa interpretazione sfilacciata di Timpano, oltre che dal racconto, che sembra avvitarsi su se stesso. Attraverso la sua maschera, Timpano è in grado di far cortocircuitare sulla scena e nella storia pezzi della propria biografia, che proprio in quanto individuali riescono a farsi lente – e dunque prospettiva – di un’intera generazione: quella dei trentenni, cresciuti a pane e cartoni animati giapponesi. Come nel caso di «Ecce Robot!».
Prendendo come spunto narrativo i robot giganti che hanno «invaso i teleschermi italici» con la loro «etica mortifera e guerrafondaia» – e addirittura mettendo in scena alcune puntante, di cui una, l’ultima, persino inedita – certamente Timpano imbocca noi, pubblico di suoi coetanei, con una bella «madeleine» fatta di pugni rotanti e raggi gamma. Ma, allo stesso tempo, ripercorre l’ascesa delle emittenti televisive private (e del suo vate Berlusconi) che hanno cresciuto intere generazioni di bambini, lasciati nelle braccia della tv come in quelle di un’amorevole baby-sitter da parte dei loro genitori, in grado poi di scatenare polemiche ideologiche contro i cartoni violenti e diseducativi. Così Daniele Timpano ripercorre la polemica mediatica montata contro «Goldrake» (pronunciasi come si legge), culminata nell’utilizzo strumentale della morte accidentale di un bambino – e, cinicamente, sceglie di non “commuoversi” per quella morte, ribaltando l’ipocrisia insita nei ragionamenti di giornalisti e genitori, che promuovono la famiglia – spesso fucina di autismi affettivi, quando non di aperte violenze – come un modello assoluto.
Anche qui, dunque, c’è un sovvertimento della narrazione teatrale, che solitamente parte da un tema di rilevanza sociale già condiviso dal pubblico, e ne mette in scena un’esegesi condivisa. Nel teatro di Timpano avviene l’esatto contrario, sia schierandosi dalla parte della tv spazzatura fatta di cartoni a basso costo e poco educativi, e ancor di più seguendo le avventure politicamente scorrette di un Mussolini fantasmatico che si rincarna nei lineamenti – assai poco «quiriti» – di Timpano stesso.

Tornando alla domanda iniziale, su cosa accomuna Mussolini a Mazinga, oltre alla Maschera Timpano bisogna prendere in considerazione un’altra risposta. Il fatto che entrambi sono icone che, nell’immaginario delle generazioni di giovani e giovanissimi, sono state forgiate e veicolate dalla più grande produttrice di immagini pop, che è la Tv. Nel caso di Mazinga la questione sfiora l’ontologia, mentre per Mussolini le cose sono più complesse; tuttavia alcune implicazioni sono le stesse.
In un’intervista a Carta del 2005, all’indomani del debutto di «Dux in Scatola», Timpano racconta – rivelando il germe del suo spettacolo futuro – di come, avendo conosciuto il fascismo solo attraverso i documentari, per lui in fondo non c’è differenza tra la marcia su Roma e una puntata del grande Mazinga. «I robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti», spiega, sottolinendo come l’immaginario mediatico appiattisca tutto su un unico orizzonte. L’unico orizzonte possibile per una generazione che non ha goduto dei racconti diretti dei propri nonni, per la quale anzi il racconto è “meno diretto” dell’immagine tv.
La maschera di Timpano, allora, diventa il telo su cui proiettare la percezione della realtà di una o più generazioni e smontare la costruzione ideologica della stessa. Una realtà iconica, raccontata per immagini avvolte dall’aura azzurrina della tv. Fantasmagoria che tende ad essere più reale del reale.

Daniele Timpano sarà protagonista di una “personale” al Rialto Santambrogio di Roma con tre suoi spettacoli, Caccia ‘l Drago (13-14 febbraio), Dux in scatola (16-17 febbraio) e Ecce Robot! (20-24 febbraio). Gli ultimi due lavori saranno poi replicati alle Manifatture Knos di Lecce il 28 e il 29 febbraio.

[da Differenza n°5/2008]

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