Il liberismo ha i giorni contati. Parola di Baustelle

Baustelle
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Un disco raffinato, musicalmente pieno, che pur dipingendo le macerie del presente è attraversato da una tensione verso un mondo possibile, possibilmente migliore. È «Amen», quarta fatica in studio dei Baustelle, da oggi, venerdì 1 febbraio, nei negozi di dischi. Gli autori de «La Malavita» tornano con un lavoro pieno di citazioni letterarie e non solo. Pasolini, ad esempio, ma anche l’arte contemporanea, come la scultura di Maurizio Cattelan «Charile don’t surf», che raffigura un ragazzino inchiodato con delle matite al banco di scuola, che ha ispirato il singolo «Charile fa surf». «Quando l’ho vista mi ha impressionato molto – racconta Francesco Bianconi, voce del gruppo e autore dei testi – Le canzoni in fondo si scrivono sulla tua vita, che è fatta di cose che ti accadono, ma anche di cose che vedi e ascolti»

Come il Tenente Colombo?

Sono un grande fan del tenente Colombo, lo trovo geniale. Io l’ho sempre letto un po’ in chiave marxista. Colombo agisce in questa Los Angeles high-society, fatta di scrittori famosi, chirurghi, direttori d’orchestra, e tutti hanno ville e piscine bellissime. Il tenente Colombo invece fa fatica ad arrivare a fine mese con lo stipendio, ha l’impermeabile sgualcito, le scarpe sporche, la macchina sfondata. Ma alla fine li inchioda tutti. È una metafora del male naturalmente insito in questo sistema capitalistico. Gli assassini di colombo non uccidono quasi mai per motivi sentimentali: uccidono per avere più soldi o più potere. Il coro degli assassini della canzone siamo un po’ tutti noi, adulti occidentali, che viviamo in un mondo di apparente benessere ma siamo tutti schiavi del potere, della voglia di arricchirci, e restiamo imprigionati nella richiesta di sicurezza, di difesa ossessiva del proprio orto. Ma tutti noi assassini, sappiamo che commettiamo dei crimini, e quasi desideriamo che arrivi un intervento, forse divino, che ci venga ad inchiodare. Che ci condanni e allo stesso tempo ci salvi.

Si leggono riferimenti meno espliciti anche ad autori come Houellebecq e Giuseppe Genna, grandi critici del sistema di valori odierno.

Houellebecq per me è un riferimento fortissimo, un amore assoluto. Lui è andato oltre alla critica al sistema capitalistico. Houellebecq non è un marxista, ma un analista chirurgico di un certo declino della nostra società. Un sistema comune a tutto l’occidente, fatto di economia, sesso, eccetera – che sono gli ambienti della “lotta” di cui parlano i suoi libri. Una critica che coglie anche a chi si ribella al sistema, e ha proposto dei modelli alternativi, come il ‘68.
«Dies Irae» di Genna non l’ho letto, ma so che comincia con la morte di Alfredino, a cui pure noi abbiamo dedicato una canzone. Mi piace che due cose diverse siano tornate contemporaneamente a quella storia nera dell’Italia. È stato forse il primo evento mediatico italiano, e probabilmente è sfuggito di mano, perché credevano di andare a filmare un salvataggio. Però già nella stessa idea di andare con le telecamere in una realtà di provincia a filmare un ragazzino caduto in un pozzo, c’è un germe di un certo tipo di brutta tv, di spettacolarizzazione della cronaca nera. Poi, l’ironia della sorte ha voluto che diventasse la diretta di una morte.

Ma il vero riferimento, lo scrivete anche voi, è a Pasolini…

Questo è un disco molto «pasoliniano» a livello di senso. Lui analizzava il passaggio brusco da una società rurale, improntata a una sacralità radicata, a quella industriale. Noi oggi siamo in una fase ulteriore. Non solo si è persa quella sacralità, ma è andata scomparendo persino quella specie di sacralità di cui godeva il mito stesso dell’industria e del lavoro. Lì, comunque, esisteva una visione positiva del futuro, una speranza. Ora, invece, viviamo una fase di stagnazione in cui quei valori industriali sono dispersi, ma restano in piedi i modelli che li hanno accompagnati: l’individualismo, la corsa all’arricchimento. Questi modelli, slegati da una visione del futuro positiva, si pervertono creando una società che si avvita su se stessa

Ne «La Malavita» raccontate un disagio che anziché esplodere – come accadeva negli anni settanta – implode. In «Amen» troviamo un senso del sacro – che attraversa tutto il disco fin dal titolo – che sembra un tentativo di proiettarsi altrove. Ancora un volta non c’è esplosione. È impossibile mettere le mani su questo presente per cambiarlo?

Un po’ sì. L’implosione è un tratto forte anche di questo disco. Ne «Il liberismo ha i giorni contati» la protagonista lo dice in modo esplicito: negli anni settanta la prospettiva della rivolta armata era concreta. Ora non c’è più neanche quello. Vedo tante persone accanto a me che potrebbero ribellarsi e non lo fanno. Io stesso. O le donne, che dovrebbero ribellarsi ora più che allora per l’uso che viene fatto del loro corpo. Perché non si fa? Perché non c’è una prospettiva per il futuro. E anche perché, anche in questo caso, si è persa la sacralità che c’è sempre dietro ogni ribellione.
Non giudico positivamente chi va a mettere una bomba, ma ci trovo del sacro in quel gesto. I kamikaze che si fanno esplodere, oltre ad essere dei pazzi assassini, hanno un senso del sacro che noi abbiamo perduto. Non voglio affatto difendere i kamikaze, ma sottolineare che noi siamo degli zombi. Questo è un sistema di morti viventi, di esseri controllati che si animano solo rispetto al potere economico. Rispetto agli anni settanta, il vero scarto è che ci hanno convinti davvero che l’unica cosa che conta sono i soldi. Si sono conviti i politici, si è convinta la sinistra e ci siamo convinti noi.

Ma nel ribellismo giovanile che cantate intravedete una scintilla di qualcosa? Se la scultura di Cattelan è una sorta di «crocifissione», nella vostra canzone invece Charlie «fa surf»…

Sì, ma lo fa non lo fa davvero. Non si ribella veramente. Quella canzone è anche una presa per il culo. I ragazzini oggi la ribellione ce l’hanno già cucita addosso. Sono tutti vestiti da Kurt Cobain o da Eminem: hanno l’attrezzatura giusta e il bagaglio iconografico. Però alla fine forse sono meno ribelli di un tempo. Ma non sono loro, è una dimensione generalizzata, perché siamo in una società che non produce più ribellione di quel tipo. Come sei ribelle e trasgressivo, oggi? Fumando uno spinello? Facendoti di cocaina o di eroina? Facendo vedere culi e tette? Non credo. È un ristagno nel vuoto.

Ancora un disco rassegnato, dunque?

No, in questo disco, rispetto a «La Malavita», ci sono delle speranze in più. Una tensione verso l’infinito, il desiderio di «amare come Dio», che da ateo mi immagino come una cosa perfetta e pulita. Non una cosa fatta come Ratzinger, ma una cosa fatta come Cristo.

Chi pensi che ascolti le vostre canzoni: i giovani che si identificano nel disagio che canti o quelli che lo combattono?

Spero che lo ascoltino entrambi. Noi scriviamo canzoni per buttare in pasto ai leoni una visione del mondo, poi chi la ascolta la ascolta, chi capisce capisce. Forse i «Charlie» che ascoltano «Charile fa surf» a un primo livello di lettura colgono solo un canto di ribellione – è un po’ anche quello. Ma poi spero che, riascoltandolo, scoprano nuove sfumature di significato.

[da Carta n°03/2008]

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