Teatro politico? Una farsa. Il «teatro politico» di Olivieri Ravelli

1.450 euro al mese non sono pochi. Un privilegio, specie se hai le trattenute, i contributi e il Tfr. Al giorno sono circa cinquanta euro da spendere. Certo, se hai un compagno o una compagna a carico la cifra si dimezza, e se c’è un figlio scende addirittura a un terzo. Se poi c’è un mutuo da pagare e qualche rata, ecco che non restano neanche gli spiccioli. Ma oggi c’è un esercito di persone che queste cifre le sogna, anche quando non hanno contributi e trattenute. E questo, nonostante il Venerdì di Repubblica sostenga che cinema, gas e benzina pesino in percentuale su uno stipendio medio pesino meno di quanto pesavano negli anni settatta e ottanta. In sostanza è la nostra soglia del bisogno che si è alzata, e se occorre più acqua, elettricità e benzina per alimentare una casa con due bagni e il suv parcheggiato nel cortile, sono fatti nostri. Tutt’al più preoccupa questa percezione alterata, dovuta a un eccesso di aspettative – la vera fregatura dell’occidente, secondo Bukowski – che finiscono per essere puntualmente frustrate.
Preoccupa, perché la frustrazione genera rabbia. Come quella del personaggio che guadagna i suddetti cinquanta euro al giorno, col suo monologo che taglia in due lo spettacolo «Appunti per un teatro politico» di OlivieriRavelli Teatro, in scena dal 29 gennaio al 3 febbraio alla Casa delle Culture di Roma. Gabriele Linari, nei panni della coscienza di questo teatro che si vuole politico – ma non è politico tutto il teatro? – tentenna tra Pasolini e Brecht, tra la giustizia sociale e la libertà individuale, tra il dovere morale di pagare le tasse e la critica a uno stato burocratico e invasivo che strozza la libera iniziativa e la concorrenza. Mette insieme, cioè, le istanze inconciliabili della sinistra rosa pallido dei nostri giorni, che ha sempre una parola per tutti – dal mondo delle imprese al popolo insicuro, dei propri soldi come della propria incolumità, minacciata dai barbari alle porte.
E finisce, naturalmente, per incartarsi. Finisce per avere come orizzonte la nostalgia («ci sono già ragazzi per cui la parola comunista suona lontana come per me suonava “cavaliere medievale”»). È l’annaspare di chi ha attraversato il mare in tempesta delle ideologie in frantumi senza i salvagente della real politik, e non riesce a ritrovarsi in questa contemporaneità dove l’economico ha finito per sovrapporsi con l’esistente. Dove l’unica emancipazione femminile è quella dei manifesti e dove si gioisce per due punti percentuali in più sul Pil. Per questo, il monologo si svolge in una festa surreale, fatta di bichieri di plastica vuoti; una festa fantasma dove mettere in scena l’ottimismo forzato senza il quale si sprofonda nell’abisso dei perdenti.

Ma tutto questo è solo un intermezzo, come si accennava. Un sipario che divide la rappresentazione grottesca del potere che si svolge nel primo e terzo atto. Ovvero le vicende di sua maestà Sir Jacksonn (Claudio Di Loreto) e del suo ciambellano, Sir Jackson pure lui ma con una sola enne (Silvio Ambrogioni). E non è solo la confusione tra nomi identici a far pensare a Ionesco. Qui OlivieriRavelli recupera tutta la tensione dell’acidità che anima da sempre il suo teatro, una ricerca corrosiva dell’informe, in chiave tutt’altro che estetizzante. Certo, il passo da Ionesco al farsesco è facile e persino scontato; ma nelle scene e nei costumi ultra-kitsch, tra addobbi e le lucine che si innalzano come uno squillo di tromba stonato a simboleggiare la potenza di sua maestà (e che guarda caso fioccano natalizi come gli ingranaggi e le rotelle operaiste sulla locandina) Fabio Massimo Franceschelli – autore e regista – sembra suggerirci che ormai non c’è altro modo per rappresentare il potere. A meno che non si voglia scendere nella biografia.
Qui, invece, i personaggi non hanno psicologia né storia individuale, hanno solo la loro maschera da indossare affinché la farsa abbia luogo. Tolta la biografia, resta la nuda giostra di un carosello di poteri più circoscritti – religioso, sindacale, persino artistico (Domenico Smerilli, di volta in volta) – che si agitano come cani ammastrati alla corte del re, la cui unica ossessione sono i culi femminili, di cui chiede in continuazione esemplari («Culo per dire donna. Una sineddoche, la parte per il tutto. La donna è parte del suo culo»).
E se pure la giostra scandita da jingle pubblicitari e l’ossessione di sua maestà per il sesso fanno pensare a una parodia del berlusconismo, all’arrivo di un sedicente militante comunista – passamontagna in testa, falce in una mano e mertello nell’altra – Sir Jacksonn fa quello che il cavaliere non farebbe mai. Si proclama comunista pure lui, si pugnala con la falce (muori tiranno!), e prende la guida della rivoluzione. Abolisce le due enne finali (e regali) del suo cognome e quella unica di tutti gli altri Jackson, affinché esista solo il compagno Jackso.

Tutto cambia perché niente cambi. Ma in questa versione comunist-kitsch del noto assioma gattopardesco – a volte decisamente spiazzante nel suo fare caricatura di ciò che caricatura lo è già, calcando fino allo spasmo la matita del grottesco – non è certo la denuncia il motore dell’azione. È tutto già visto, ci si può solo ridere su nel modo più sguaiato possibile. E l’amaro che OlivieriRavelli lascia nella bocca del suo pubblico non sta in fondo alle risa, ma nelle scorie spietate che si lascia dietro l’iperbole di Gabriele Linari (decisamente il migliore in scena), che dopo fiumi di critica l’unico cambiamento che è in grado di implorare è l’alba di un nuovo leader, che ci indichi la via direttamente dagli schermi delle nostre tv.

[da Differenza n°04/2008]

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