Senza parole. Topografia teatrale sulle pagine dei giornali

Quando sfoglio le pagine dei quotidiani non guardo quasi mai i tamburini dei teatri. Un po’ perché le informazioni sulle stagioni che mi interessano le reperisco altrove (soprattutto via mail) e un po’ perché – almeno nella capitale – il colpo d’occhio è deprimente. Assommate l’una all’altra, il groviglio di commedie brillanti, produzioni di teatri stabili, amatorialità, musical e sale in affitto sembra non lasciare speranze di orientamento.
Costringersi a questo colpo d’occhio, però, è un esercizio interessante, che non si limita a dare conto di quanto grande sia la confusione sotto il cielo del teatro. Solitamente, ci s’imbatte da un lato in una serie di titoli trash, accanto alla triade degli evergreen della scena Shakespeare-Pirandello-Tragedie classiche. (Pesco a caso, sulle pagine romane del Corriere della Sera di sabato, un «Sono diventato etero!» e un «Non si sa come» del drammaturgo siciliano). Per quanto agli antipodi possano trovarsi questi spettacoli, hanno però in comune il fatto di basarsi su testi scritti per la scena.
Dall’altro lato, invece, c’è tutta una gamma di spettacoli che sembrano attingere altrove il loro nucleo narrativo. I più “intraprendenti” si cimentano con la traduzione scenica di opere cinematografiche e addirittura di serial televisivi. («Le invasioni barbariche» fanno capolino accanto a un «Friends… of mine»). Ma la maggior parte di queste operazioni si rivolgono alla letteratura, che offre un respiro più ampio della narrazione e un riverbero di suggestioni a cui attingere. («Le notti bianche», «Pinocchio», «L’importanza di chiamarsi Ernesto» in rappresentanza dei classici ottocenteschi; «L’amore mio non può», basato su un romanzo di appena due anni fa; persino due musical dedicati alla «Divina Commedia» e al «Conte di Montecristo»).

Tralasciando lo specifico degli spettacoli citati finora (anche perché non li ho visti), questo esercizio di lettura ispira alcune considerazioni. La prima riguarda la drammaturgia contemporanea, grande assente, da cercare col lanterino e rigorosamente d’importazione. La seconda, speculare, è la ricerca di una tensione narrativa che stenta a trovare una direzione chiara, e che di conseguenza si rivolge ad orizzonti consolidati – un libro o un film. In questo caso l’oggetto di interesse non è più lo spettacolo, ma qualcosa di precedente ad esso.
(Manca all’appello quel teatro che, pur attingendo alla suggestione di opere letterarie, non ne fa “rappresentazione” – spostando altrove l’oggetto di interesse – ma riflette attorno o a partire da esse. Dal Corriere si può citare soltanto «Him» di Fanny & Alexander, costola del progetto sul Mago di Oz della compagnia ravennate. Anche perché i luoghi indipendenti, dove di solito è possibile vedere questo tipo di lavori, non sono riportati dal quotidiano).

Senza andare a cercare casi estremi, cito due spettacoli in scena in questi i giorni che si basano su opere letterarie, sciegliendo strade diverse. Il primo è «Gomorra», diretto da Mario Gelardi e prodotto dal Mercadante di Napoli, dove ha debuttato (questa settimana sarà al Teatro Aurora di Marghera, martedì 22; Teatro Comunale Ciro Pisunti di Sinalunga, in provincia di Siena, giovedì 24; Teatro La Fenice di Sinigallia, in provincia di Ancona, sabato 26). Lo spettacolo è tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano, che ha scritto la drammaturgia con lo stesso Gelardi.
Come spesso accade con i film tratti dai libri, si esce dallo spettacolo con la sensazione che nulla sia stato aggiunto a ciò che si è già letto. Anzi, si avverte quasi un senso di mutilazione. Perché il libro di Roberto Saviano è un reportage importante e un romanzo bello, che ti trascina fino all’ultima pagina. La realtà raccontata da Saviano si pianta dalla pagina alla carne in modo crudo e allo stesso tempo luminoso. Lo spettacolo, invece, ci racconta ciò di cui parla il libro. Ce lo rappresenta, e così facendo crea una mediazione ulteriore tra noi e la realtà del libro.
Certo, anche se è impossibile che raggiunga un pubblico pari a quello dei lettori, resta valido il senso “divulgativo” dello spettacolo, connesso a un tema importante, di cui spesso si parla con superficialità e senza cognizione di causa.

Altra direzione – e tutt’altro ambito – è quella battuta da Immobile Paziente con «Tutto di Prima» in scena a Bologna venerdì 25 e sabato 26, al Teatro San Martino (di recente passato sotto la direzione di Roberto Latini). Lo spettacolo della compagnia romana, ispirato al racconto «Tutti i figli di Dio ballano» dello scrittore giapponese Murakami Haruki, coniuga felicemente la ricerca del movimento con la possibilità del racconto – tensione che caratterizza anche altri lavori del gruppo.
Il protagonista del racconto di Murakami si sveglia dopo una notte passata a bere, e una volta fuori casa incontra quello che presume essere il suo padre naturale, che non ha mai conosciuto, e lo segue fino a un campo di baseball (che nello spettacolo diventa campo da calcio), dove vivrà un momento risolutivo. La narrazione si sviluppa nell’arco di una giornata, ma nel mezzo una serie di flashback aprono squarci sul passato del protagonista, che solo poco prima della fine si riconnette al presente, ricucendo tra loro i vari “flash” e svelando un senso ulteriore. Seguendo questa traccia, nello spettacolo, i movimenti e le parole di Francesco Villano, sembrano seguire una serie di percorsi, accennare un racconto, creando così delle sequenze che solo alla fine si riconnetto tra loro, e di colpo gettano luce su un possibile senso della storia e su un possibile orizzonte unico dei movimenti.
In questo caso dunque, dietro la coreografia di Caterina Inesi non c’è solo il tentativo di sondare le possibilità di una narrazione non lineare. C’è lo sforzo di restituire sulla scena ciò che vive il lettore, e così facendo il suggerimento di una possibile “drammaturgia” in grado di usare corpo e parole come lemmi di un’identica lingua.
Ecco allora che in questo secondo esempio di spettacolo la coreografia non si dimostra strumentale alla tensione narrativa, né questa lo è a sua volta nei confronti della coreografia. Ciò che avviene in scena non è il racconto di ciò che è scritto, ma la traduzione, attraverso i linguaggi della danza, di ciò che si vive a contatto con la pagina.

[da Differenza n°03/2008]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...