Palazzi d’inverno e festival d’estate

Ma che vuol dire davvero “indipendente”? La domanda serpeggiava quasi beffarda tra i convenuti a «Indipendenz Dei 2», secondo incontro della nascente rete di spazi e festival della penisola dedicati alla scena indipendente (appunto…), che si è svolto lo scorso 15 dicembre al Palladium di Roma. Come la prima volta a Napoli – “riunione d’ottobre” su impulso del DAMM – l’incontro si è verificato in concomitanza con un evento istituzionale: il Festival Teatro Italia prima, il progetto Scenari Indipendenti della Provincia di Roma poi. Ecco, allora indipendente non vuol dire necessariamente “antagonista”, visto che in questo ventaglio di realtà da Milano a Catania ce ne sono diverse che campano a vario titolo grazie ai finanziamenti pubblici. Di cosa stiamo parlando, allora? Magari delle nuove avanguardie della scena che, armi in pugno, si preparano alla presa del palazzo d’Inverno?
Difficile, visto che non si è parlato di “estetiche”. Anche se, a dire il vero, la metafora si è aggirata per la discussione (come il famoso spettro), ma sempre come qualcosa di laterale, di distante. “Non si può prescidendere dai rapporti con le istituzioni”, era il leit motiv, accompagnato però da una presa di coscienza del tutto inedita: che progetti nati fuori dai regolamenti ministeriali e dalle pastoie della gestione pubblica, se vengono sussunti dalle corazzate istituzionali, perdono forza e vigore. O, quantomeno, una parte del loro senso.
Quindi cosa sono questi teatri indipendenti, una sorta di terza sponda del fiume nell’era del tramonto degli ideologismi? Forse, come suggerisce Andrea Cosentino in un saggio, indipendente è chi dipende da molti (nelle economie) per non dipendere da nessuno (nelle idee). Grande è la confusione sopra e sotto il cielo; ma d’altronde, parlando di una cosa così effimera come l’arte, di un’arte così retrò come il teatro, e di un paese dove le signorie non sono relegate ai libri di storia, non poteva essere altrimenti.

Innanzi tutto, mutando le coordinate geografiche, mutano dinamiche e contesti. C’è la Romagna Felix e la Toscana, c’è la Roma di Veltroni e la Milano di Moratti, e c’è tanto altro ancora. Oppure non c’è nulla. Va da sé, ogni signoria ha il suo campanile. Secondo – ma tutt’altro che secondario – i cosiddetti teatri indipendenti nascono in un territorio specifico, rispondendo alle esigenze di chi lo vive oltre che di chi fa arte, e innescando così un dialogo continuo. E questo è il primo vero dato, perché altrimenti la misura di tutto resta la quantità, i metri cubi e le cifre a sei zeri che servono a creare gli auditorium, con le loro stagioni zeppe del meglio di tutto, dove lo spettatore – al di là di quante pareti abbia la scena – è necessariamente passivo, collocato in un unico possibile orizzonte dell’azione: l’acquisto di offerta culturale.
La politica, facendosi forza della vocazione “linneiana” con cui ripartisce risorse e attenzioni, negli anni ha aggiunto se possibile maggiore confusione, dirottando quella faccenda poco chiara che sono le arti contemporanee nel calderone delle politiche giovanili. E come dargli torto? Per i parametri di una gerontocrazia come l’Italia chi vuoi che si occupi di contemporaneità, se non quella fascia di giovani e giovanissimi che vanno dai 15 ai 55 anni? Comunque sia, il fatto che le stesse istituzioni comincino a utilizzare – nel bene e nel male – il termine “indipendente” lascia pensare che almeno questo garbuglio sia in via di scioglimento.
Ma se non c’erano i giovani, le avanguardie, né si è vista l’ombra di un qualche manifesto per il nuovo teatro, chi diavolo c’era il 15 dicembre a Roma? C’era chi ha creato nuove pratiche per dare spazio al teatro e si è riconosciuto nelle pratiche messe in campo dagli altri, non perché fossero uguali (anzi) ma perché ispirate a un fare comune. Ecco, a Napoli e a Roma c’era “un’etica del lavoro” che non aveva nulla a che vedere con il sistema degli stabili, né tanto meno con il teatro commerciale. Una serie di soggetti privati che svolgono un’attività di interesse pubblico: svincolare la produzione artistica e i suoi tempi dal diktat della spettacolarizzazione, dalla cultura dell’evento, mettendo in connessione territori e artisti.

Alcune delle realtà presenti si conoscevano già tra loro, altre solo di nome, informate dai “messaggeri” naturali di questo non-circuito, gli artisti, che portano i propri lavori da una città all’altra raccontando – come facevano i viaggiatori nelle età pre-mediatiche – quello che hanno visto e vissuto altrove. Sarà per questo che una delle due “risoluzioni pratiche” emerse dalla giornata romana è stata l’idea di narrare i propri percorsi, in una sorta di autointervista da far girare e raccogliere sul web. L’altra, in vista dell’aggiornamento di leggi e regolamenti in materia di spettacolo, è far conoscere alle istituzioni che esiste un altro modo di produrre cultura, che segue priorità e dinamiche diverse da quelle conosciute dal ministero. Che poi modalità diverse producano anche diversi contenuti è un fatto. Tanto più il circuito ufficiale si è fatto impermeabile, tanto più artisti e contenuti sono migrati altrove. Nei festival, ad esempio, che dimostrano maggiore sensibilità, trasformando di fatto l’estate in cui si affollano in una stagione parallela a quella invernale, dove ricerca, innovazione e contemporaneità trovano la loro visibilità.
Andeguare la legislazione a questo panorama è il minimo che si possa auspicare, se si vuole evitare che quel processo di traformazione del teatro in un arte di conservazione, come la lirica, finisca di compiersi. Perché il teatro che ancora immagina e cerca non può continuare a smarcarsi tra i palazzi d’Inverno e i festival d’estate.

Hanno partecipato all’incontro di Roma:
Angelo Mai (Roma)
Altre velocità (Emilia Romagna)
Città di Ebla / rete Ipercorpo (Forlì)
Damm (Napoli)
compagnia Dionisi (Milano)
Dunca 3.0 (Roma)
Eruzioni Festival (Napoli)
Itinerario Festival (Cesena)
Kilowatt festival (Arezzo)
Magnifico Visball (Benevento)
Palmetta / ESterni (Terni)
Pim (Milano)
Racconti al Parco (Roma)
Rialtosantambrogio (Roma)
Santasangre / Kollatino Underground (Roma)
Teatro della Centena (Rimini)
Teatro dei Sassi / Teatro delle Apparizioni (Matera-Roma)
Teatro Furio Camillo (Roma)
Teatro San Martino (Bologna)
Teatro Sotterraneo (Firenze)
Triangolo Scaleno Teatro / Teatri di Vetro (Roma)
Zo culture (Catania)
Zoom Festival (Firenze)
rete ZTL (Roma)

[da Differenza n°01/2008]

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