Kavanah, canto libero. Intervista a Moni Ovadia

«Ci sono due cose interessanti in questo bruttissimo inizio di secolo: la tecnologia – al di là degli usi che se ne fanno – e l’ingresso delle donne nella cultura. Il resto…» ci dice Moni Ovadia spalancando le braccia in un gesto di quasi rassegnazione. Ma è una rassegnazione solo apparente, quello che Gramsci chiamava il pessimismo della ragione, giacché l’entusiasmo e la grande forza umana e artistica di Moni – l’“ottimismo della volontà” – torna a scorrere con irruenza nelle sue parole, che ci raccontano del suo ultimo lavoro, «Kavanah» [Egea], un dvd che raccoglie uno spettacolo di brani tratti dalla cantoralità ebraica. Un modo, in un mondo dove le religioni stanno diventando l’alibi dei fucili, di recuperare la dimensione individuale del rapporto con il sacro, quello più vero, che non si presta a strumentalizzazioni.
«Il mio non è un percorso che ha a che fare con la religione – spiega – ma con la spiritualità. L’ebraismo è una cosa difficile da capire. L’ebraismo non è una religione. Qualsiasi maestro, dal più liberal al più ortodosso, te lo direbbe. Esistono aspetti della religione nell’ebraismo. Per me – è una mia opinione – la religione, all’interno del contesto etico spirituale, è come la feccia nel buon vino. Inevitabile, però feccia. Per questa affermazione, il più delle volte travisata, ho ricevuto anche parecchi insulti. Ma è così. E affermo questo anche perché sono agnostico, e ci tengo molto allo statuto di agnostico. Piergiorgio Odifreddi, che ha molti colleghi matematici americani che sono ebrei ortodossi e si dichiarano completamente atei, potrebbe spiegarti come è possibile che queste posizioni apparentemente contraddittorie convivano in una stessa persona. Bisognerebbe entrare molto a fondo nell’ebraismo per spiegarlo».

Quindi come definiresti questo tuo lavoro?

Un percorso in una spiritualità eterodossa, vertiginosa. Considero il mio grande amore per l’ebraismo, per quello che mi ha insegnato, come qualcosa che ha a che fare con il mio impegno sociale costante e continuo. Considero l’ebraismo la prima rivoluzione dal basso della storia dell’umanità, quella che ha dato il paradigma a tutte le altre. Fu fatta da un popolo di schiavi, di sbandati, di stranieri. Gli ebrei che seguirono Mosè erano solo il 20 per cento degli ebrei discendenti di Giacobbe. Il grande studioso Chaim Potok, nel suo libro «Storia degli ebrei» definisce gli ebrei della traversata del deserto come «una massa di asiatici terrorizzati e piagnucolosi». Tra questi, oltre agli ebrei discendenti di Giacobbe, c’erano Ittiti, Mesopotamici, Accadi, Egizi e Habiru, che è la parola sumerica per “fuorilegge”. E per questo fecero questa rivoluzione, che è il primo salto dell’umanità: di patti con la divinità se ne sono verificati molti, ma è la prima volta che un Dio si definisce Dio dello schiavo e dello straniero. Una rivoluzione dal basso. Tutto il mondo antico basa l’elezione di un popolo sulla supremazia, sulla primazia, sulla forza, gli ebrei dicono l’esatto contrario: noi siamo sbandati e schiavi, quindi siamo eletti. Equivale al «Beati gli ultimi che saranno i primi» e all’idea di Marx per cui il proletariato, la classe subalterna, redimendosi redimerà il mondo.
Per questo ho tanta attenzione alla spiritualità ebraica. Il motivo per cui mi sono avvicinato alla cantoralità della tradizione spirituale è questa. Poi, certo, la mia è una voce ineducata e selvaggia, mentre la cantoralità è da sempre interpretata da belcantisti. Credo di essere il primo non belcantista che affronti un repertorio così impervio, con lo scopo di riportarlo alla sua radice popolare, vagabonda, beduinica. Il canto spirituale, quando è espressione di una partecipazione autentica, è una delle forme primarie in cui l’uomo trova il proprio senso e cerca di comunicare. È la propria tensione verso il senso. Il divino non è altro che il senso. La vita è totalmente insensata. La vita è violenta e brutale. Siamo noi che costruiamo senso perché la vita sia bella e radiosa. Questo è lo specifico del mondo. L’ebraismo è uno dei possibili sensi, e la cantoralià è una delle sue espressioni. Il suono della voce è un elemento di comunicazione di senso, che noi abbiamo perduto, affinché le nostre parole non hanno più canto: sono sproloquio e volgarità. Anzi, si sono omologate alle immagini con cui si associano. La comunicazione che noi vediamo nel 90 per cento dei casi sono immagini pletoriche e catarro verbale. Muco iconico. Una broncopolmonite del senso. Ecco allora l’esigenza di ritrovare questo canto.
Ma non mi ha ispirato solo la cantoralità ebraica. È stata soprattutto una suora libanese, Suor Marie Keyrouz, che mi ha ispirato. Ha una voce straordinaria, secondo me è il più grande fenomeno liturgico esistente, e canta in arabo, che è una lingua immensa dal punto di vista sonoro, e non solo.

Che scopo ha questo tuo recupero?

Prima di tutto, sottrarre la spiritualità dal dominio dei chierici, e restituirla alla libertà degli uomini. Secondo, ritrovare le ragioni del canto. Un grande filosofo, Heiddeger, ha scritto un libro intitolato «In cammino per il linguaggio». Io, se avessi la profondità e il talento di Heiddeger – parlo di un filosofo che ha avuto simpatie per il nazismo; questo esprime la mia tolleranza – scriverei oggi «In cammino per il canto». Che fu anche l’intuizione che ha avuto un grande scrittore e viaggiatore come Bruce Chatwin. Questo percorso lo faccio per la cultura che conosco meglio, suor Marie lo fa per la sua. Il canto ha un potere immenso, perché è insieme linguaggio e metalinguaggio, comunica al di là dei confini. È uno strumento per glorificare l’esilio, perché è attraverso il canto che noi capiamo le ragioni dell’esilio.
Prendi un occidentale nato a Milano come me… perché, quando sente un blues, sente qualcosa che ci trascina da dentro? Perché il canto è una delle prove provate dell’universalità dell’essere umano. Infatti, noi impazziamo per canti che vengono da lontanissimo, come i canti bulgari, o la musica degli schiavi neri. La cantoralità ebraica tiene in sé questo mistero del canto. Dobbiamo reimparare a cantare.
Vengo da un’esperienza di incredibile emozione, che ho fatto qui a Roma, negli ultimi tre giorni, sul testo di quell’incredibile scrittrice e giornalista israeliana che è Hamira Hass, la più lucida testimone, implacabile, degli orrori e degli abusi dell’occupazione e della colonizzazione, che vuole molto bene al suo paese – lei scrive per i suoi, però lei sa quello che accade, perché vive da 14 anni nei territori palestinesi. Questa emozione mi è stata data da una ragazzina di sedici anni, che è la cantante di un gruppo palestinese diretto da Ramsi, il fondatore di una scuola di musica per bambini nei campi profughi. Ramsi ha capito che la musica è una forma di lotta che, a differenza del terrorismo suicida, costruisce il futuro. La morte non costruisce niente, solo altra morte. Ramsi  è un combattente, in questo senso: vuole l’indipendenza del suo popolo, la dignità di stato, ma questo è il suo strumento. E quando Nora, la sua cantante di 16 anni, ha attaccato le prime quattro note, io ho sentito nella sua voce la voce di un intero popolo. Così come in suor Marie Keyrouz sento la voce dell’intera umanità.
Ci esprimiamo prima con la voce che con qualsiasi altra cosa. Il bebè esce dal ventre materno e canta, è un canto non molto educato, ma è un canto. La spiritualità, unisce tutti: atei, agnostici, credenti. La religione divide. I religiosi devono tornare nel recinto: si occupino di santificare e di celebrare. Non interferiscano con il cammino dell’uomo e della sua interiorità.
La religione diventa luciferina quando pretende di condizionare l’uomo, di piantare i paletti entro i quali si deve muovere. Poi ognuno è libero, anche di scegliere ciò che a un altro non piace, poi risponderà lui. Il Padreterno non è un minus habens, non ha bisogno dei baciapile né degli avvocati difensori. Ammesso che esista – il che è tutto da verificare – credo che se la possa cavare egregiamente da solo, senza questi molesti, intrusivi e blasfemi baciapile.
Allora ecco che il mio «Kavanah» è un po’ questo: un cammino libero, accessibile a tutti. Non centra qui l’essere credente o non credente. Parlo da persona di formazione marxista: credo che il Novecento abbia fatto un grandissimo errore, quello di pensare di costruire l’uguaglianza e la libertà degli uomini, la grande civiltà dell’uscita dall’alienazione e dallo sfruttamento, ritenendo che tutto questo potesse essere solo un processo sociale. L’uomo ha due facce, quella sociale e quella individuale.
La spiritualità è per me la ricerca della libertà interiore. Solo quando la libertà interiore si coniuga con la libertà sociale noi abbiamo lo splendore della piena libertà e la giustizia sociale qui, su questa terra. Ecco perché io con questo disco invito tutti a cercare dentro, a scavare, in modo libero, sulla base della propria personale responsabilità.

La parola, da tempio della dialettica, è diventata il tempio della mistificazione. Questo è successo parallelamente al ritorno delle religioni. Come mai?

È assolutamente vero. Per questo in camera ho appeso un ritratto di Karl Marx, che per me è nella rosa dei quattro o cinque uomini più grandi che abbiano calcato questa terra. Tutto questo non solo mortifica la parola dell’uomo, ma mortifica la parola della spiritualità religiosa. Invece laddove si coglie l’argomentazione dell’altro per arricchirsi e ribattere affinché egli si arricchisca – quella che tu chiami discussione dialettica – è radice fondante dell’ebraismo. Il Talmud è un libro di discussioni dialettiche, dove è programmatico studiarlo litigando. Occorre essere in due, perché il pensiero salga verso l’alto. Le religioni vogliono ingabbiare il pensiero dentro formule e riti sterili, comprimerlo, schiacciarlo. L’illuminismo e il marxismo vengono chiamati “portatori di mali”, ma è falso. Persino papa Giovanni Paolo II ha detto – a piazza della Revolucion, a Cuba – che il marxismo ha avuto una sua funzione.
Purtroppo oggi assistiamo a una forte regressione, ma dobbiamo tenere duro, perché si tratta della paura di perdere il potere. Bisogna rispondere con la civiltà della parola che pensa, con la civiltà della parola dialettica, che è una parola che non ha paura della spiritualità, quando la spiritualità mira a far conquistare all’uomo uno statuto di libertà, dignità e diritto. È quello che cerco di coniugare anch’io: la parola del pensiero, che accede alla continua rimessa in discussione di ciò che è stato per scontato, con l’emozione della parola e del canto, perché la parola del pensiero non si limiti ai significati ma penetri nel senso profondo.
L’uomo, come spiegava il grande psicanalista Matte Blanco, è un essere che è agito da molte forze intrapsichiche. Cito sempre l’intuizione folgorante della bibbia, su cui spesso dei cabarettisti hanno fatto della facile ironia, che è l’utilizzo del verbo “conoscere” per il rapporto sessuale. Se il rapporto erotico non è un rapporto di conoscenza profonda, allora vuol dire che si tratta di un rapporto di uso e sfruttamento, o peggio ancora di violenza e sopraffazione. La Torah ci segnala che noi non conosciamo solo con la mente, ma con tutte le fibre del nostro corpo, compreso l’erotismo – che è un’esperienza eminentemente cognitiva – con i sentimenti, con le commozioni e le emozioni.
Per questo alle volte uno spettacolo teatrale permette di fare un salto cognitivo molto più profondo della lettura di un saggio. È importante coniugare tutte le dimensioni, tutto il repertorio delle espressività e tutta la strumentazione ricca e variegata che l’uomo ha a disposizione per capire.

[da Carta n°46/2007]

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