Una questione di linguaggio. Tim Crouch secondo gli Artefatti

Una delle derive dell’arte è stata quella di riflettere su di sé fino a ripiegare su se stessa. E se invece questo meccanismo fosse rovesciato, e l’arte – il teatro, in questo caso – tornasse in questo modo non solo a “dire” ma anche a “raccontare” qualcosa? È quello che accade nei testi di Tim Crouch, giovane drammaturgo d’oltremanica, che l’Accademia degli Artefatti ha messo in scena di recente al Teatro Belli di Roma, per la rassegna «Trend».
«Ab-uso» presenta al pubblico italiano i primi due testi di Crouch: «My Arm» (interpretato da Matteo Angius), dove un ragazzino degli anni settanta decide di tenere il braccio sinistro alzato (un pugno? un gesto di protesta?) per sempre, finché questa sua singolarità non viene addirittura quotata come oggetto d’arte; «An Oak tree» [alternativamente in scena Angius, Gabriele Benedetti, Pieraldo Girotto], dove un ipnotizzatore confonde più volte i piani tra presente e futuro, tra reale e irreale, tra ruolo nella storia – il suo e quello di un padre la cui figlia è morta, interpretato da un attore ignaro del testo, che cambia di sera in sera – e la presenza reale sul palco.
«Questi esperimenti sono particolarmente interessanti per chi, come noi, sta cercando di rideterminare un ‘senso’ partendo dall’interno del teatro e non dalle sue derive possibili – racconta il regista Fabrizio Arcuri – Crouch scrive testi che, un po’ come i film di Linch, comprendono tutte le realtà possibili dell’azione. In conclusione, del testo come dello spettacolo, è come se dicesse ‘la realtà, se esiste, può esistere solo se teniamo in considerazione tutti gli aspetti che la compongono’». Partendo da qui, il lavoro della compagnia si è concentrato su finzione e verità come aspetti imprescindibili della stessa cosa. «Scaturiscono l’una dall’altra – spiega Arcuri – la realtà produce la finzione, la finzione produce la realtà. Cascando dentro le strutture di finzione e di realtà, lungo i piani costruiti da Crouch, ci si rende conto che la realtà, se esiste, è tutto l’insieme di questi piani».
Il tentativo, dunque, è quello di mettere in mostra in maniera spiazzante i meccanismi retorici in cui la parola e l’immagine sono mortalmente intrappolati nella società dello spettacolo diffuso, che pian piano va a coincidere con la vita stessa. Un tentativo riuscito, che aprendo delle crepe nell’assuefazione alle strutture narrative, ci parla persino della possibilità di rifondare il pensiero non più – come la ricerca del decennio scorso – agendo sulla “visione”, giunta a un grado di retorica forse maggiore di quello della parola, ma partendo da un testo.
Tuttavia, ciò che colpisce nei testi di Crouch, è che le storie-pretesto, presentate onestamente come tali, finisco per coinvolgere chi guarda. Per quanto in «My Arm» – quasi un’anti-storia di formazione a cavallo di tre decadi – il performer sia portato a uscire in continuazione dalla storia, alla fine essa risorge in tutta la sua potenza comunicativa. Più complesso e raffinato il meccanismo di «An Oak tree», che pure rimanda al lavoro del testo precedente: qui la storia della bambina morta riemerge dai vari piani di realtà intrecciati tra di loro, e anche se l’attore ignaro del testo devia dal percorso rendendo a volte persino farsesco lo spettacolo, il meccanismo creato da Crouch le consente comunque di proseguire. «In quel caso, tutto quello che non funziona diventa interessante proprio nel suo non funzionare – spiega Arcuri – perché tutto quello che si verifica in scena è sempre una conseguenza, mai pianificato a tavolino».
Non bisogna pensare, però, a un’operazione mentale e astratta. Il lavoro di Crouch, e la sua traduzione scenica ad opera degli Artefatti, ha una forte componente emozionale che riemerge quando meno te lo aspetti. E riemerge assieme alla storia, perché per quanto da essa si dèvi, a essa si torna, come se la deviazione fosse in se stessa un modo di raccontare più sincero.
Dalle crepe che Crouch apre nei meccanismi del linguaggio non si intravede quindi soltanto la possibilità di andare oltre il pantano della retorica spettacolare, ma si scorgono anche autentiche schegge di poesia. Pur ricordandoci, come fa il performer a inizio spettacolo, che in fondo il teatro non è altro che un’ipnosi.

[da Carta n°44/2007]

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