L’umorismo di Mr. Beckett secondo Peter Brook

Scordatevi il Beckett plumbeo, spettrale e senza un filo di speranza che le tradizionali messe in scena hanno contribuito a fissare, trasformando questa associazione quasi in un binomio, un luogo comune teatrale. L’opera del drammaturgo irlandese riletta da un maestro della scena del calibro di Peter Brook va in senso opposto, non «radicalmente» – come le frasi fatte vorrebbero – ma di certo con mirabile convinzione.
I «Fragments» bekettiani del regista inglese, andati in scena al teatro Valle di Roma lo scorso novembre (ed ora attesi a Milano, al Piccolo, dal 12 al 22 dicembre) si annunciavano come un evento, per l’incontro tra due pilastri del Novecento teatrale, il drammaturgo e il regista, sia pure in ambiti ed epoche differenti. E lo spettacolo, nato nel 2006 per rendere omaggio al premio nobel irlandese nel centenario della sua nascita, ha in effetti spiazzato positivamente il pubblico (assai caloroso) per la scelta registica orientata alla semplicità e alla pulizia, che ha valorizzato il lavoro degli attori – straordinari gli interpreti Jos Houben, Marcello Magni e l’applauditissima Kathryn Hunter – e l’umorismo beckettiano, quello che, secondo Brook, salva lo scrittore dallo sprofondare negli abissi che descrive, e con lui salva lo spettatore.
Lo spettacolo si apre con il duetto di Houben e Magni in «Teatro I», dove l’incontro tra un cieco e un paralitico è il pretesto per cercare un antidoto alla solitudine – ma si tratta di un incontro senza ascolto, che trasforma il contatto in violenza e lascia infine i due più soli di prima. Segue «Dondolo», monologo sulla vecchiaia e l’attesa della morte, stemperata da un’interpretazione corrosiva e ossessiva di Hunter, che gioca con la ritmicità e le ripetizioni del testo e genera risate quasi liberatorie. «Atto senza parole II» – di nuovo Houben e Magni – è certamente il più clownesco dei frammenti in scena. Sketch che pesca a piena mani in uno dei grandi riferimenti di Beckett, il cinema muto, «Act without word II» è interamente giocato sul chiasmo tra due uomini che, «pungolati» per uscire dal sacco dove hanno trovato rifugio, compiono una serie di azioni quotidiane (si vestono, pregano) con attitudine inversa: irascibile e rabbioso il primo, energico e vitale il secondo. Con «Neither», poesia inedita proposta nella traduzione di Maria Sestito, fulmineo monologo femminile, si torna bruscamente alle atmosfere cupe che lascia interdetta parte del pubblico (incamminatosi ormai, in questa prima nazionale, sulla china della risata a ogni battuta, forse pronto più a testimoniare la propria partecipazione all’“evento” che ad assistervi con attenzione). Chiude «Va e vieni», interpretato da tutti e tre gli attori della compagnia londinese Théâtre de Complicité, nei panni di tre anziane signore impegnate in un geometrico scambio di pettegolezzi.
«Fragmets» colpisce e affascina, dunque, per questa sua linearità essenziale sì, ma tutt’altro che minimalista, fatta solo di luci e di attori di grande spessore, all’interno di una lettura dei testi rispettosa ma fuori da qualunque preconcetto. Straordinario e liberatorio, nel lavoro di Brook, più che le sue scelte, è la possibilità di constatare che un lavoro spiccatamente teatrale, diretto alla sostanza delle cose, può non solo funzionare ma emozionare e coinvolgere.

[da Carta n°43/2007]

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