Il canto apocalittico delle Sirene. Intervista a Laura Pugno

Un romanzo cupo, dalle tinte livide come il colore – azzurro-verde-viola-argento – che caratterizza il corpo delle creature del mare che lo animano; e allo stesso una storia attraversata, come il loro pigmento, da lampi di luminescenza, a volte sinistra, altre accattivante. Nell’immaginare le sue «Sirene» – vere protagoniste di questa narrazione ambientata in un futuro poco lontano, caratterizzato da un  senso di catastrofe diffusa – Laura Pugno attinge ai classici della fantascienza a 360 gradi, senza barriere di genere o steccati “ideologici” tra una fantomatica “cultura alta” e una “cultura bassa”. Così, oltre alle immagini dei film e alle pagine dei libri, vengono in mente le tavole dei fumetti – dei “manga” giapponesi, soprattutto («La saga delle Sirene» della regina dei manga Rumiko Takahashi, già autrice di fumetti storici come «Lamù» e «Ranma 1/2», viene citata da Pugno tra le letture di riferimento per il romanzo).
«La mia generazione è cresciuta mescolando ‘anime’ e cultura classica», dice Laura. Ma nell’ipotesi di un simile accostamento la scrittrice ci si ritrova fino ad un certo punto. «In realtà, l’influenza del manga in ‘Sirene’ è molto meno forte, ai miei occhi, di quanto la critica non abbia finora sostenuto. Il riferimento alla saga di Rumiko Takahashi riguarda un elemento preciso del romanzo, ‘il mangiare carne di sirena’. Mi sembrava giusto citare la fonte. Poi certo, va detto che ‘Sirene’ è ambientato in un ‘mondo nuovo’ che mescola la California e il Giappone: e un’ambientazione ha il dovere di essere credibile».
Ma non è soltanto nella capacità di far collassare in un racconto sincretico visioni futuribili, noir apocalittici e seducenti immagini pop che si rinviene un riferimento al fumetto – ma sarebbe meglio dire, con Pratt, alla “letteratura disegnata”. L’elemento pittorico, nella scrittura asciutta eppure densa di Laura Pugno, diventa un cardine narrativo, che crea il ritmo della storia più dell’intreccio stesso – quasi che le immagini volessero imprimersi nella mente del lettore come istantanee provenienti da un remoto angolo della memoria. Ma è una memoria che, dalle sue nebbie, porta alla luce il futuro anziché il passato – un futuro tuttavia facile da intuire tra le pieghe del nostro presente, fatto di disastri ambientali e sociali, che disgregano i rapporti tra gli uomini e tra questi e la natura in cui vivono (sem-
pre più vista come “risorsa da sfruttare”, con l’intento di creare una separazione da essa e dai suoi cicli biologici, per inseguire quello che Edgar Morin chiamava il mito della “amortalità”).
La storia si apre in un mondo dove la totale dissoluzione dello strato protettivo di ozono ha trasformato il sole in una fonte di morte, anziché di vita. La nuova terribile malattia è il “cancro nero”, che si propaga viralmente, e ha gettato il mondo nel caos, trasformando le spiagge in campi di concentramento per i contagiati che aspettano la morte. Solo un’élite di ricchi Yakuza continuare a vivere un’esistenza agiata, grazie anche allo sfruttamento della “carne di mare”, ovvero le sirene, razza marina scoperta prima della catastrofe e divenuta ben presto cibo di lusso, ma anche oggetto sessuale per gli appassionati. Ma attorno alle sirene si muovo anche le speranze per un mondo diverso: almeno così la pensano i movimenti millenaristi, che le ritengono esseri divini, o quello ecologico-spititualista del “Meremaid liberation front”. Movimenti ben poco rivoluzionari, che servono più che altro a canalizzare le angosce di un’umanità allo sbando.
Gli elementi di questa deriva esistenziale, a ben vedere, hanno le loro radici nel presente “reale” che viviamo ogni giorno. «Perché il futuro nasce dal presente – spiega Laura Pugno – e come tutti i romanzi di anticipazione, anche ‘Sirene’ parla al presente. In fondo la struttura mentale e fisica dell’umanità non è praticamente cambiata dai tempi del Paleolitico. Siamo sempre gli stessi. Nel romanzo, le sirene vengono scoperte poco prima che, con l’epidemia di ‘cancro nero’, la possibilità del futuro scompaia. Se qualcosa del genere succedesse oggi, qualcosa di simile a quanto descritto nel romanzo potrebbe accadere».
Alla deriva ecologica, e al collasso spirituale, si aggiunge quella umana. Le sirene sono pur sempre delle “donne” e il loro corpo, per quanto “alieno”, suscita istinti violenti: di volta in volta viene mangiato, abusato, deificato. «Il corpo – spiega Laura – è certamente oggi, come ieri del resto, e nel più remoto passato, il terreno del conflitto. E anche della ricerca e dell’identità, perlomeno se parliamo di un’identità che riesca ad andare oltre la coscienza. Qui il femminile è sulla linea del fuoco, ma il maschile non è certo esente da implicazioni».
Tornando alla “dimensione visiva” della scrittura di «Sirene», che fa del colore una sorta di congiunzione tra la parola e l’immagine, c’è dietro sicuramente la poesia, linguaggio “originario” di Laura, che sottolinea: «Non è un caso che il poemetto che ho appena pubblicato per ‘Le Lettere’ s’intitoli ‘Il colore oro’: è un libro fotografico, con immagini di Elio Mazzacane».
Tuttavia, il percorso che ha portato Laura Pugno dalla scrittura poetica a quella narrativa è stato caratterizzato da un’evoluzione avvenuta per tappe: «Il passaggio dalla poesia al romanzo – spiega – per me, è stato mediato dal racconto e dal cinema. Nel 2002 ho pubblicato ‘tredici racconti visionari’ con il titolo ‘Sleepwalking’, per Sironi editore, e in seguito, molti altri testi brevi in antologia e su rivista. Col tempo, ho sentito il bisogno di forme più lunghe, più narrative. Da Sleepwalking ho tratto anche una sceneggiatura – altra mia vecchia passione – che ha vinto il Premio Scrivere Cinema all’Autumn Film Festival di Verona nel 2005, e quest’anno è stata selezionata dal Programma Media per gli atelier internazionali di ‘Équinoxe to be continued’ a Evian, in Francia».

[da Carta n°42/2007]

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