Sotto il vulcano

Nel 1996 una performance situazionista fu al centro di un caso giudiziario. L’estate prima, una serie di persone si erano date appuntamento sul 30 notturno, l’autobus che attraversa la città di Roma, cominciando una sessione di performance sonore e di canti che venivano trasmesse in diretta sull’emittente cittadina Radio Città Futura, all’interno della trasmissione “Luther Blissett”. Sul Bus Neoista salì pure un carabiniere in borghese, che interruppe la festa sparando due colpi in aria. Alla successiva richiesta di identificazione da parte delle forze dell’ordine, i fermati dichiararono tutti di chiamarsi Luther Blissett. Dieci anni più tardi, all’interno della Notte Bianca romana, viene allestita una festa itinerante su un autobus di linea,dove si può ballare contemporaneamente spostandosi da una parte all’altra della città. Stesso involucro per due approcci all’arte fortemente differenti.

Che la sperimentazione artistica cresca e si sviluppi laddove è in grado di bypassare i vincoli (amministrativi, economici, legali), che vengono imposti tanto alle grandi strutture sostenute da finanziamenti faraonici quanto agli artisti che faticosamente si autoproducono, è cosa nota. Parallelamente può accadere – e di fatto accade sempre più spesso – che delle forme artistiche “migrino” dalle zone abusive della ricerca ai fasti dell’ufficialità, conservando o meno il senso che le aveva generate. Una delle forze che scatena questo doppio processo è la “compressione” delle energie artistiche all’interno di un territorio. Il ribollire di questo magma di energie rende spettacolare e dirompente da loro fuoriuscita,che ha l’effetto di mutare l’ambiente circostante. Dove questo avviene con un’interlocuzione viva e paritetica tra l’ufficialità e la ricerca artistica, queste esplosioni gettano le basi per una cultura viva e diffusa, che hanno il respiro sufficiente per fare delle proprie intuizioni qualcosa di consistente non solo per il presente, ma per il futuro.

In una ricerca che ho condotto recentemente sul teatro indipendente a Roma dal 2000 ad oggi [di prossima uscita per Editoria&Spettacolo con il titolo «Hic Sunt Leones»] ho intervistato oltre cinquanta realtà di professionisti, tra singoli artisti e gruppi, che conducono la loro professione senza sovvenzioni. Il panorama che si delinea è quello di una città dove il “magma di energie” artistiche, per quanto copioso ed estremamente vivo, dopo qualche esplosione disperde i suoi rivoli verso altre città, più accoglienti e attente. Il mancato travaso delle energie ha portato negli anni al consolidarsi di un vero e proprio circuito indipendente, che ha trovato sponda nelle strutture occupate o in quei pochi teatri che ancora arrischiano una programmazione basata sul criterio della qualità. In questo circuito non solo nascono e si consolidano le nuove generazioni, ma spesso trovano asilo artisti affermati del calibro di Giorgio Barberio Corsetti (che negli ultimi anni, in mancanza di spazi prove, si è spesso rivolto all’Angelo Mai o al Rialto Santambrogio) o produzioni destinate a eventi di primo piano come la Biennale di Venezia (è il caso della compagnia Habillè d’eau e del Teatro Furio Camillo). Ad oggi, molti degli spettacoli di artisti romani che approdano nei principali festival dedicati alla scena contemporanea vengono realizzati con il supporto sostanziale di questo circuito di operatori e spazi indipendenti. Che, in pratica, svolge quel ruolo di supporto del territorio che dovrebbe essere appannaggio di un Teatro di Roma o di uno stabile di innovazione. Ovviamente, la gittata di queste pratiche di autoproduzione può garantire la nascita di uno spettacolo, ma non riesce a fare di più. È così che a livello internazionale la scena, non solo romana, ha nuovamente il respiro corto, e nei principali festival internazionali le produzioni italiane si contano sulle dita di una mano.

Non bisogna tuttavia pensare che nella Capitale ufficialità e produzioni indipendenti vivano esclusivamente da separati in casa. A Roma la commistione dei livelli, anche semplicemente per prossimità geografica, è spesso un fatto. E così capita di vedere negli infiniti cartelloni delle notti bianche i nomi che popolano gli spazi indipendenti. Nella città delle “100 vetrine”, nella Roma della spettacolarità bulimica, sembra quasi che ci sia posto per tutti. Ma le condizioni spesso garantiscono appena l’allestimento degli spettacoli, relegando il riconoscimento (e la dignità) del lavoro in un limbo impreciso, sospeso tra un improbabile futuro di consolidamento e un presente di servizi resi alla politica e ai suoi “format spettacolari”, che alimentano – come preconizzava Guy Debord – la macchina del consenso più di mille discorsi.

Questo sistema, fatto di teatri pubblici impermeabili e di amministratori apparentemente distratti, costringe l’artista a restare nella fase infantile della sua professionalità, quella dell’esplosione magmatica, senza permettergli alcun respiro per pensare al futuro. Non è un caso che, per anni, il tema delle espressioni artistiche contemporanee in campo politico è stato esclusivo appannaggio delle Politiche giovanili (che nella presente amministrazione comunale, con un accostamento folgorante, sono gestite assieme alle politiche di sicurezza). D’altronde si tratta di un processo non estraneo alla società in generale, dove le energie della generazione dei trenta-quarantenni si disperdono fluttuando in un’eterna adolescenza, fatta di impossibilità di mantenersi una casa, del mancato riconoscimento economico delle proprie professionalità, di una precarietà che non si traduce in molteplici possibilità ma in lotta per la sussistenza.

[da Minima Moralia 03]

copertina Minima Moralia 03

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