Piovono movimenti. «Le pere di Adamo» di Guido Chiesa, un’intervista

Al di là di quello che scriveva Karl Marx, i marxismi di ogni declinazione hanno portato avanti l’idea di una società che doveva necessariamente produrre il socialismo. Salvo poi verificare che il socialismo, diventato “reale”, portava da tutt’altra parte. L’eco di quella visione è presente ancora oggi, così che quando i movimenti sociali tornano di volta in volta a riempire le colonne dei media ufficiali, ci si domanda puntualmente come trasformarli in una forza compatta in grado di cambiare le cose. Secondo Guido Chiesa, che se ne occupa nel suo documentario «Le pere di Adamo», scritto con Wu Ming 3 e che sarà presentato il 20 ottobre alla Festa del cinema di Roma, i movimenti sono assai più simili a fenomeni atmosferici.
«Era da tempo che stavo ragionando su questo – racconta – I movimenti, a dispetto di un certo tipo di pensiero marxista, che è anche alla base delle mia formazione, non funzionano come delle macchine. Sono più simili alle nuvole. Arrivano, si manifestano e scompaiono. Talvolta, l’acqua che rovesciano fa del bene, talvolta fa del male, ma comunque il ciclo della vita non potrebbe proseguire senza questo processo. Perché le nuvole servono a ridistribuire l’energia che la terra produce».
«Questa analogia, che è molto poetica – prosegue Chiesa –  è stata criticata da vari amici scienziati. Mi dicevano: stai mischiando due cose assolutamente distanti, perché una riguarda la scala del mondo umano, l’altra quella del mondo fisico. La critica mi ha stimolato ad approfondire, e il primo aiuto mi è arrivato proprio dalla meteorologia. La scienza che studia le nuvole, per diversi secoli, ha avuto una delle ossessioni tipiche del positivismo: riuscire a fornire previsioni esatte. Finché a un certo punto si è capito che era inutile calcolare il movimento di ogni singola goccia, e si cominciò a ricorrere a delle simulazioni matematiche. Le previsioni migliorarono notevolmente, ma non arrivarono mai ad essere ‘esatte’».

Perché tra il modello e la realtà c’è sempre uno scarto.

Infatti. Negli anni sessanta del secolo scorso un matematico, Edward Lorenz, scoprì la ragione di questo, che chiamò l’effetto “farfalla”. Sintetizzò il tutto nella famosa frase: «Il battito di ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas». Scoprì, insomma, che piccolissimi cambiamenti possono generare effetti enormi.
Il pensiero scientifico positivista entrava così definitivamente in crisi, e non solo nella meteorologia. Nella fisica, con la meccanica quantistica, accadde lo stesso. Persino nella matematica, con il teorema dell’incompiutezza di Gödel, si afferma in pratica afferma che noi possiamo misurare l’universo fino a un certo punto; ma c’è un limite oltre il quale noi non possiamo andare. Questo, in pratica, è un film sui limiti.

E come ne parli?

Prendo come esempio di movimento sociale quello degli «intermittenti» francesi. La riflessione cominciò proprio da loro, quando nel 2004 entrarono in azione a Cannes. Il produttore mi chiese di realizzare un documentario, ma rifiutai. Però cominciai a rifletterci. Nella loro battaglia il bisogno di sicurezza dei lavoratori si scontra con la voglia di libertà. Nessuno di loro sogna il posto fisso, anche perché sono artisti e la loro condizione necessariamente non lo consente; ma tutto questo collide con emozioni, ansie, paure dovute al fatto che non ci sono certezze sul futuro.
Parallelamente c’è la figura di Luca Mercalli, metereologo e ambientalista, che introduce il tema dell’imprecisione della meteorologia. Mercalli illustra la «precarietà» della previsione, sottolineando come questa sia connessa alla precarietà ambientale. I metereologi sono sempre più dei climatologi: ormai la meteorologia non può restare confinata a se stessa, perché le scelte della finanza e dell’economia influenzano l’ambiente e dunque il clima. Si può parlare quanto si vuole della necessità di ridurre l’effetto serra, ma le priorità dell’economia restano altre.
Lo stesso vale per i precari. La scelta di spostarci dal lavoro a tempo determinato al lavoro flessibile è una scelta basata sui numeri dell’economia: gli analisti ci dicono che bisogna farlo. Ma tutto questo non ha a che vedere con la vita delle persone. La vita della gente è fatta di emozioni, paure, ansie. Le due cose collidono.
Per non approdare ad una visione nichilista, che non accetto, ho cercato un personaggio che potesse fare un po’ da sintesi: ho trovato questo giovanissimo musicista e matematico scozzese, Iain Mc Larty, la cui storia occupa il terzo filone del film. Iain non ha alcuna intenzione di abbandonare la musica né la matematica. Per lui sono ambedue partecipi di ragione e di emozione, che non sono dimensioni separate ma convivono e si compenetrano nell’essere umano. La musica è un esempio perfetto: puoi capirla con i numeri, con la scienza acustica, ma non basta a fare Mozart.
In sostanza questo film è un discorso sulla complessità.

Anche Mercalli, in quanto scienziato e ambientalista, è una sintesi di emozioni e razionalità?

Certamente. La sua esperienza sottolinea come l’approccio positivista, che guarda alla realtà componendola in pezzi sempre più piccoli da ricomporre in un sistema coerente, fallisce. Lui racconta di come prima fosse interessato solo agli aspetti scientifici della sua professione. Poi, però, si è accorto che quello che studiava era influenzato dalle cose umane, come l’economia o la psicologia. Perché, ad esempio, abbiamo bisogno di possedere un gran numero di auto? Perché usiamo i Suv in città? Non lo si può spiegare senza la psicologia, eppure è qualcosa che ha un effetto importante sull’ambiente. Politica e scienza non sono affatto separati, come si crede. L’approccio positivista che considera i fatti umani come oggetti interrelati, senza immergerli nella complessità in cui sono realmente, è impraticabile. Il lavoro precario ne è un esempio: per risolvere un problema ne ha creati tre.

E la collaborazione con Wu Ming?

Ho lavorato con Luca Di Meo, Wu Ming 3. Avevo bisogno di confrontarmi con qualcuno, e lui era perfetto perché partivamo da un punto in comune: la disillusione verso la politica, verso l’autonomia della politica, e l’esigenza di ripensarla. Sull’ultimo numero di Giap, la newslettere dei Wu Ming, Luca ha scritto che non si può continuare a pensare che gli strumenti che avevamo nel passato – che non erano funzionali neanche allora – possano venire ancora utilizzati nel presente.
Sebbene credo che sia legittimo organizzare la manifestazione del 20 ottobre, questa è una soluzione vecchia per un problema nuovo. La soluzione del problema non è tornare al tempo determinato, perché voglio vedere se la gente sarebbe contenta di tornare alla catena di montaggio. I movimenti degli anni settanta sono stati anche un rifiuto di quel tipo di lavoro.

Un effetto del «determinismo di sinistra» è l’eterna domanda sulla morte presunta dei movimenti dopo la loro esplosione.

È il ragionamento che abbiamo fatto con Wu Ming 3. Il determinismo di sinistra prevedeva che nella storia esistesse una sola meta a cui giungere. L’idea che a una causa corrispondesse necessariamente un certo effetto, trasportata in politica, ha portato ai gulag. Non c’è governo socialista che abbia retto alla prova del nove della storia. Perché si scontra con la dimensione del potere e della sua gestione.
I movimenti nascono invece dalla spontaneità. Certo, esistono delle leadership, ma se non ci fossero stati milioni di contadini russi ridotti alla fame, i bolscevichi avrebbero potuto fare di tutto, ma non la rivoluzione. Non si ottiene nulla grazie all’azione di una élite che spinge in una direzione. I movimenti nascono spontaneamente e muoiono spontaneamente. Può anche esserci una repressione, ma questa non funziona se il movimento è forte. Perché la ricaduta dei movimenti non è necessariamente sulla gestione del potere. Pensa al movimento per i diritti dei neri negli anni sessanta negli Usa. Malcom X e Martin Luther King sono stati uccisi, e certo i neri non sono andati al potere. Eppure l’effetto di quel movimento si è dispiegato sulla società di oggi. A lungo andare c’è stata un’influenza enorme. I movimenti sono così, spesso non determinano necessariamente un cambiamento immediato della società; ma le energie che ridistribuiscono innescano dei cambiamenti che si vedono sul lungo termine.

[da Carta n°36/2007]

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