La carta, il web e il futuro dei Media. Intervista a Giovanni Cesareo

«Il contesto in cui si muove l’informazione, in Italia, non è confortante». Non usa mezzi termini Giovanni Cesareo, storico studioso della comunicazione con un passato “sul campo” in un giornale come l’Unità del dopoguerra, per definire la crisi in cui naviga l’informazione tradizionale. A un atteggiamento refrattario alla lettura, che ha radici profonde in un paese dove l’informazione a mezzo stampa è sempre stato un fenomeno minoritario, si è aggiunta la costante erosione di lettori che i nuovi media provocherebbero. Carta – che dal primo ottobre varerà un quotidiano on line – ha chiesto a Cesareo una riflessione sui nuovi scenari che si aprono con lo sviluppo di internet, e sul tentativo del nostro giornale di attraversare più media, di essere un “mezzo di comunicazione sociale”.

Usare un mix di media – web e carta stampata – rafforza la comunicazione, o piuttosto fraziona il pubblico?

Ciò che è stato definito “multimedialità” è oggi una realtà. Tutti i media sono in campo: esistono pubblici specifici di questi media, ma anche pubblici che fruiscono di più media. Bisogna però tener conto che questo deriva anche dal crollo di alcuni media rispetto agli altri: non c’è dubbio che i quotidiani perdono lettori, mentre sembra che li stiano riacquistando i settimanali. Non a caso, i quotidiani puntano molto sui supplementi settimanali, o su video e libri allegati, che spesso sono il vero motivo per cui si compra un quotidiano.
Neanche la rete, però, è universale come generalmente si crede. Una ricerca di Eurostat indica che nel 2004 il 53 per cento dei residenti nei 25 paesi dell’Ue non usavano internet. Persino tra i giovani, che sono la fascia di popolazione che più usa internet, circa il 25 per cento non si connette mai.
Quando si parla di diffusione dei media occorre tener conto di questo quadro, così come del fatto che in Italia si legge molto poco. La scelta del mezzo da utilizzare, quindi, va anche valutata tenendo in considerazione il contenuto che si vuole comunicare: internet non può veicolare lo stesso contenuto di un settimanale. Lì la brevità è fondamentale, ma non è un valore assoluto dal punto di vista dei contenuti. Faccio un esempio: le inchieste, un genere che da noi è in calo continuo, negli Stati Uniti stanno vivendo una nuova stagione. Internet non è adatto per quel tipo di giornalismo.

Carta adotterà la formula di un pdf aggiornato quotidianamente, a cui si accosta il lavoro di approfondimento del settimanale.

È una formula già usata dal Guardian e da Repubblica. E va bene. Però finora non si è fatta una riflessione seria sull’uso di internet. Io credo che chi fruisce internet non ha un atteggiamento di approfondimento dei temi; piuttosto il suo comportamento è simile a un “viaggio”. Si passa da un sito all’altro, c’è una forte connettività dei contenuti, ma anche un’alta possibilità di cambiare bruscamente l’oggetto di interesse.
E poi sta cambiando in modo fortissimo l’idea stessa di notizia. Pensa all’omicidio di quella ragazza, Chiara Poggi. Non credo che fosse mai successo prima che una notizia di cronaca nera venisse data in apertura di giornale. Invece è successo. È singolare, anche perché queste notizie  di cronaca nera non vengono trattate come fatti che poi vanno iscritti nel contesto sociale in cui si verificano. Sono trattati singolarmente, con enfasi e sensazionalismo. Il motore è la curiosità. Infatti viene trattato come un racconto, una storia romanzesca.
Poi c’è la politica, che è una cosa assai più complessa della vetrina istituzionale che sembra essere l’unica preoccupazione dei telegiornali. Ad esempio, per raccontare la politica si ricorre sempre alla formula dell’intervista. Si dà voce ai politici, ma accanto non si fa un’analisi. Sarebbe interessante capire quando usare un mezzo e quando un altro, per valorizzare il contenuto.
Certo, un mezzo rapido come internet non può sostituire l’approfondimento. Un altro problema è la tendenza, che ha anche Carta, di dare molto spazio alle “opinioni”, puntando sul nome o il ruolo di chi la esprime. Il giornalismo ha un disperato bisogno di analisi, che sono importantissime e scarseggiano.

Però alle volte internet “crea” la notizia. Molti giornalisti usano la rete come fonte primaria.

Questo accade perché i giornali hanno sempre meno disponibilità economica e tendono a pagare solo i redattori, che sono fissi in ufficio. Non c’è dubbio che uno dei meriti che aveva il manifesto è che in quel giornale trovavi contenuti che altri non avevano. Carta, a suo modo, continua a proporre contenuti diversi da quelli dei media ufficiali, anche se a volte in questo ha un tratto eccessivamente localistico. Ma è un merito che conserva. Internet può servire a questo: parlare di fatti di cui nessuno parla. Fare in modo che la notizia circoli e si diffonda. Ma poi occorre rinviare la sua trattazione a un mezzo stampa dove è possibile approfondire.
Proporre un’edizione on line può servire più che altro a proporre una lettura delle cose: metterle insieme, segnalarle. Questa è già una specificità di Carta, che non può essere considerato un giornale “primario”, e quindi non segue il flusso “ufficiale” delle notizie, ma punta sui processi sociali di cui nessuno parla. È un aspetto che già c’è ma che andrebbe rafforzato: questo renderebbe Carta insostituibile.

Carta cerca di usare una rete di gente di movimento.

Questa sarebbe l’unica strada. Io negli anni cinquanta lavoravo all’Unità, dove c’era una pagina per ogni regione. Arrivava una valanga di notizie, perché c’era un corrispondente in ogni comune d’Italia, che però era sempre connesso col partito. Questa era una grande potenzialità, ma anche il suo limite: le notizie che arrivavano erano orientate a certi tipi di interesse. La rete di corrispondenti è fondamentale. Io credo che non sia difficile costruirne una, oggi, perché il desiderio di fare il giornalista tra i giovani è paragonabile a quello di fare la ballerina in tv. È chiaro però che queste persone andrebbero formate. In questo modo riporterebbero cose non scontate, che il Corriere non potrebbe mai raggiungere. Carta già ha abbozzato una rete del genere. Potenziandola, potrebbe avere una visione allo stesso tempo dettagliata e generale, superando quello che prima avevo definito una certa tendenza al localismo.

Un po’ come è successo con i No Tav in Val di Susa?

In effetti il risveglio di una politica che viene dal basso, la voglia di far sentire la propria ragione, in questi anni è nato sempre attorno a questioni in qualche modo “locali”. Come ho scritto più volte sul manifesto, credo che questa sia una debolezza dei movimenti, perché spesso vivono la propria battaglia in modo separato da tutto quello che succede attorno. Eppure sono questi i movimenti che hanno elementi di novità. Ma hanno anche questo limite che un giornale come Carta, ad esempio, può aiutare a superare. Mettendo in connessione i fatti, collocandoli in una prospettiva.

[da Carta n°33/2007]

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