Cinema Diaz. Valsecchi lancia la fiction sul G8 di Genova

Michele Soavi

«Girerò ‘Macelleria alla Diaz’ voglio raccontare ciò che è successo al G8 del 2001 e in quella scuola». Con queste parole pronunciate nella cerimonia di chiusura del Roma Fiction Fest, rimbalzate sulle agenzie di stampa e su un nutrito numero di blog, il 7 luglio scorso, Pietro Valsecchi, produttore della TaoDue Film, ha suscitato il clamore che con tutta probabilità sperava di provocare. Del progetto, ben lontano dall’essere esecutivo, si sa poco o nulla. Si sa che il regista dovrebbe essere Michele Soavi, già alle prese con la storia recente, come con «Nassiriya. Per non dimenticare», trasmesso da Canale 5 e prodotto sempre da Valsecchi. Si conosce anche, per cenni molto stringati, la trama: la vicenda della Diaz vista con gli occhi di due protagonisti contrapposti, un commissario e una giovane manifestante. Non è chiaro se si tratti dell’adattamento del classico plot narrativo costruito su una storia d’amore, in gergo “boy meet girl”. Ma i prodotti televisivi di Valsecchi ruotano spesso attorno ai sentimenti, come quasi tutte le “fiction” della tv generalista.
Valsecchi non è nuovo a film sulle forze dell’ordine. Oltre a «Nassiriya», è il produttore delle cinque stagioni del fortunato «Distretto di polizia», in onda sempre su Canale 5 – rete a cui la TaoDue è legata da un contratto di commissione – e di «R.I.S.», il «C.S.I.» all’italiana. Forte dell’esperienza, Valsecchi ha precisato che avrebbe preso contatto con il neo capo della polizia Antonio Manganelli. Poiché lo sceneggiato si basa su fatti reali si tratterebbe di un atto obbligato, spiega TvBlog.it: «In Italia, tutte le fiction che parlano di forze dell’ordine devono passare attraverso gli uffici preposti e un poliziotto corrotto à la ‘The Shield’ si vedrà molto difficilmente».
Tuttavia è stato proprio questo aspetto, più che il progetto in sé, a suscitare le curiosità (e le ire) di molti internauti appassionati di cinema. Su Nocturno.it, ad esempio, la discussione è infuocata: c’è chi, come un utente che si firma Asami, invita tutti ad andare a quel paese, e chi, come Virginia, ironizza prevedendo un repentino cambio di titolo in «Scaramucce alla Diaz». Qualcuno si lamenta di Michele Soavi, incastrato nel tritacarne delle “fiction ecumeniche”: sono tante le attestazioni di stima per il regista di «Della Morte Dell’Amore», la trasposizione del romanzo di Tiziano Sclavi da cui è nato Dylan Dog, ma non abbastanza per sedare lo scetticismo. «Ma voi vi aspettate che una fiction in prima serata possa permettersi di intaccare l’onorabilità della polizia italiana?», si chiede amaro un utente.
C’è anche qualche possibilista, come Francesco, che pensa che questa potrebbe essere un’occasione perché, dopo le dichiarazioni del vice questore aggiunto Michelangelo Fournier, è impossibile insabbiare quel che è successo. E rispondendo a chi vorrebbe che la sceneggiatura la scrivesse chi era in piazza a Genova, precisa: «Sinceramente, una volta smascherata l’assurda mattanza, il punto di vista delle vittime diviene meno interessante. L’essere vittime è carico di significato soprattutto quando la magagna viene insabbiata. Adesso invece che di nascosto c’è rimasto ben poco, è proprio parlando coi Manganelli vari che si riesce ad avere un punto di vista interessante».
È dello stesso parere Guido Chiesa, regista tra l’altro di «Lavorare con lentezza». Che fa un paragone con l’Olocausto: «I film più belli sull’argomento – dice – sono quelli che parlano dei nazisti, che parlano dei carnefici e non delle vittime. Altrimenti finiamo nel territorio della propaganda e ci precludiamo la possibilità di comprendere davvero cosa è accaduto». Chiesa viene dal mondo del cinema e del documentario, che hanno più libertà rispetto alle esigenze televisive. Tuttavia non si dice preoccupato da un’operazione del genere. «Non ho posizioni ideologiche contro le fiction. So che nel progetto annunciato si parla della storia incrociata di un poliziotto e di una manifestante. Penso che un taglio più obliquo sarebbe stato forse più efficace, anche se non si può giudicare una cosa che non è stata ancora realizzata. Soavi comunque è un bravissimo regista e mi auguro che faccia un buon lavoro, cercando di evitare posizioni ideologiche e ‘omissis’, da tutte e due le parti. D’altronde anche i manifestanti – non tutti, alcuni – sono andati a Genova con parole d’ordine di scontro. Questo è innegabile, come, ovviamente, va detto che c’era gente pagata come professionista della sicurezza che invece ha realizzato la carneficina che tutti abbiamo visto. Cosa avrà fatto quella persona, dopo? È tornata a casa e si è lavata le mani come se nulla fosse? Ha dormito tranquillo? Per me queste sono le domande interessanti».
«Certo, la fiction televisiva è un mezzo limitato per raccontare tutto questo – prosegue Chiesa –  Ma spesso i limiti sono uno stimolo, perché esiste sempre il modo per aggirarli. Basta pensare a quello che succedeva in America negli anni cinquanta, durante il maccartismo: si ricorreva alla fantascienza per denunciare la caccia alle streghe».
Secondo Chiesa, il limite della fiction è nella relazione «incestuosa» tra la televisione italiana e la politica. «In Francia e in Inghilterra ho visto fiction molto peggiori. Lì un regista tv come Soavi se lo sognano, eppure in quei paesi sarebbe stato possibile parlare di Nassiriya in modo più libero. Da noi autori e registi si autocensurano, perché sanno che certi sguardi in tv non passeranno mai». D’altra parte il racconto per immagini deve guardarsi bene dal prendere una posizione netta, secondo Chiesa. Non tanto perché non è possibile sostenere una posizione piuttosto che un’altra, ma perché la realtà è sempre più complessa, e fare cinema – anche in tv – non è fare giornalismo. Altrimenti si rischia di cadere negli ideologismi, vizio antico della sinistra, secondo Chiesa, che spesso ha visto nei film nient’altro che un mezzo di propaganda. «Su questo la penso come Monicelli – conclude – che diceva: se devi mandarmi un messaggio, vai alla posta».
In ambiente Mediaset c’è molto scetticismo su «Macelleria alla Diaz». Alcuni sceneggiatori parlano espressamente di “trovata pubblicitaria”, facendo notare che sarebbe impossibile una fiction sulla Diaz che non metta in cattiva luce l’operato della polizia.
Un’opinione simile è quella di Sandro Petraglia, sceneggiatore tra l’altro de «La meglio gioventù»: «Valsecchi è un buon produttore – spiega – e dopo le dichiarazioni di Fournier ha sicuramente fiutato che in quella vicenda c’era qualcosa di ‘forte’ da raccontare, qualcosa che interessa il pubblico. Tuttavia, credo che questo interesse non potrà mai stare al centro di una fiction, a causa di tutti i limiti strutturali della tv: le pressioni politiche, le esigenze generaliste e via dicendo. E poi c’è un problema pratico: come faranno a realizzare le scene di massa che inevitabilmente servirebbero per raccontare Genova? Costerebbe davvero troppo».
Secondo Petraglia, il rischio che la fiction possa banalizzare una vicenda come quella della Diaz è molto alto. Lui, che ne «La meglio gioventù» è riuscito a trovare un’alchimia non facile per raccontare gli anni di piombo, dice che proverebbe un pudore eccessivo davanti a una storia così vicina e forte. «Un film del genere lo dovrebbe fare il cinema, non la tv – spiega – perché il cinema non fa opere seriali e ha la possibilità di andare davvero in profondità. La tv è frenata dalle esigenze informative che la caratterizzano. Questo non vuol dire che non si può essere liberi in tv: ho lavorato anche a Mediaset e non ho avuto problemi. Tuttavia mancano i presupposti, visto l’argomento. In questi casi, io credo di più nel cinema documentario, la cui forza su certi argomenti è imbattibile. Se davvero si vuole parlare della Diaz oggi, senza prestare il fianco alla banalità e senza edulcorare quel che è successo, penso che il linguaggio del documentario sia l’unico praticabile».

[da Carta n°27/2007]

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