Il teatro e la fantasticazione. Intervista a Ermanno Cavazzoni

In occasione delle finali del premio Scenario incontriamo uno dei giurati, Ermanno Cavazzoni, scrittore emiliano e docente universitario, autore dalla cifra onirica la cui penna ha firmato «Il poema dei lunatici», radice letteraria della «Voce della luna» di Federico Fellini. Cavazzoni è uno scrittore atipico nel panorama della letteratura italiana, capace di uno sguardo trasversale che unisce in un melange illuminante il fantastico che c’è dietro la quotidianità e una lettura della realtà potente e lucida. Gli abbiamo chiesto, da scrittore, di commentare i mondi che il teatro è in grado di sprigionare sulla scena.

Partendo da un punto di vista diverso che è quello della letteratura, in questa finale ricca di esperienze giovanili ma non soltanto, qual è il dato che emerge con più evidenza da questi spettacoli?

È difficile parlare dei finalisti di Scenario in maniera omogenea perché, come avviene nel teatro in generale, si incontrano diverse proposte. In alcuni c’è la prevalenza della parola parlata, quindi di un testo scritto, in altri vi è una perdita di centralità della parola fino alla sua totale mancanza per un uso del corpo, del movimento. Dal punto di vista della letteratura è difficoltoso restituire una panoramica generale, ci sono testi che si fanno apprezzare molto come oggetto letterario. Alcuni hanno una capacità immaginativa straordinaria, e con questo intendo proprio la visività della parola, si riesce a vedere con gli occhi ciò che la parola dice, e questa è una cosa rara da raggiungere.


Pensi che si stia ricreando una connessione tra una dimensione letteraria e la ricerca teatrale che per anni è stata refrattaria alla parola?

Un ricongiungimento vero e proprio direi di no, vedo che c’è una prevalenza del movimento. Però devo subito contraddirmi: a Scenario ci sono alcune esperienze che si incentrano sulla parola. Quello che è evidente è il riconoscere tutta una dimensione di ricerca del movimento fortemente legata alla potenzialità. A volte non so vedere cosa possa risultare dal perfezionamento di certe idee,
di certe prove del movimento corporeo. Altri lavori al contrario hanno una loro compiutezza che mi cattura e mi colpisce molto, sia quelli più incentrati sulla corporeità che lavori di parola, e anche creazioni che mescolano i due universi.

Non riuscire a focalizzare puntualmente quello che può essere un lavoro fa anche parte della natura di Scenario, del suo essere un work in progress, il suo mettere in luce dei meccanismi.

È esattamente questo il bello di Scenario: consegnare un premio perché uno spettacolo possa essere realizzato, non semplicemente premiare un lavoro già finito, come nel mondo letterario. Il teatro ha bisogno dei finanziamenti per essere realizzato, quindi questa formula è particolarmente adatta, lo scegliere di premiare chi presenta delle promesse, delle possibilità.


Nel tuo percorso come scrittore hai affrontato tantissimo l’immaginare dei territori in qualche modo inesplorati e che si riplasmano attraverso la sensazione. Anche il teatro in qualche modo è l’apertura di questi mondi, il gettare uno sguardo su questi territori.

Questo è ciò che il teatro può far accadere, e quando questo si avvera, quando in teatro qualcuno, un singolo attore o un gruppo, riesce ad aprire un mondo, io vedo. Vedo non quello che è lì presente, ma quello che non c’è. Allora la meraviglia per questo incontro è tale che mi viene addosso una contentezza, una felicità quasi da aver voglia di abbracciarlo. È come se io e lui fossimo entrati in altro globo terrestre che lì si è creato. Altre volte, quando questi abbozzi di spettacolo restano chiusi, impermeabili, non so dire se per mia insufficienza o per qualche carenza nel lavoro, allora provo una specie di dolore. Il dolore della chiusura, ancora più forte delle chiusure che normalmente incontriamo. Quando qualcosa nel teatro non si apre, io ho l’impressione di trovarmi di fronte a certe forme di schizofrenia dove ci sono dei comportamenti anormali, anomali, non quotidiani, che in qualche modo spaventano. Ecco, il teatro quando non si apre mi fa paura, è come se ogni singolo uomo fosse una specie zoologica diversa, e questo è dolorosissimo, disperante. Adesso ovviamente sto esagerando, ma lo faccio in contrapposizione alla felicità, al miracolo dell’apertura che accade quando scena e pubblico sono insieme, laggiù nel nuovo territorio che si svela. Questa è una grande virtù che io chiamo fantasticazione. Non la fantasia privata e solitaria ma proprio la fantasticazione che è in grado di coinvolgere anche gli altri, di portarli dentro, e solo allora esiste.

[da Il Corriere di Romagna – speciale Santarcangelo 07]

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