I Wargames di Duyvendak

Maglietta mimetica e mitra in mano, Yan Duyvendak, artista olandese naturalizzato svizzero, si muove nel parcheggio del club Odeon con i gesti scattosi e irrealmente geometrici dei personaggi dei videogames, preceduto dai comandi perentori [«walk!», «stop!», «open!»] che lui stesso si dà. Dopo qualche porta chiusa su cui accanirsi – accade sempre, come ben sanno i malati di playstation – traghetta il pubblico all’interno, dove comincia la sessione di gioco di «You’re dead!». Gioco sparatutto alla Counter Strike, per intenderci. In soggettiva, come vuole l’estetica immersiva dei media interattivi. E Duyvendak si immerge davvero nel videogame – proiettato in grande schermo nella sala – e i suoi movimenti pixelati di salti, corse e lanci di bombe a mano, “bucano” lo schermo producendo “effetti reali” nella virtuale caccia ai terroristi del personaggio del gioco. Virtuale? Ma qual è la realtà che ci urla ogni giorno di morti esplosi e fatti esplodere dalle finestre televisive dei tg o dagli articoli dei giornali? È una realtà meno irreale nella sua pur stringente verità? Una realtà meno assurdamente compulsiva?
Quello di cui Duyvendak ci parla, attraverso il meccanismo ironico del capovolgimento dei piani di realtà, è la rifrazione ambigua e ambivalente della percezione di un presente di guerra – tanto drammaticamente distante nella sua rappresentazione mediatica quanto ossessivamente presente nella faticosa azione di rimozione che collettivamente compiamo ogni giorno. È questo il dato stringente della performance, più che la striminzita morale del vortice di violenza come motore delle società odierne, che fin dall’infanzia (leggi: i videogame – ma sono poi così infantili?) ci conduce a prendere la guerra come un gioco a cui, alla fine, bisogna pur giocare.
Il buffo, ma proprio per questo ancor più drammatico, Duyvendak-soldato vuole stare a tutti i costi nel gioco, e corre e spara e lancia bombe, ma esce sconfitto. Non tanto nella sessione di gioco, quanto nella
capacità, che si dava per scontata, di poter condurre il gioco, padroneggiandone il meccanismo. Ricorda uno Charlot post-moderno, alle prese – anziché con le ruote dentate della catena di montaggio – con l’ossessivo spostamento, un po’ subìto e un po’ voluto, dei piani di realtà. Non c’è più la merce, col suo carico alienante, che corre via lungo il nastro trasportatore, ma la possibilità di afferrare il reale per poterne davvero fare qualcosa di diverso.

[da Il Corriere di Romagna – speciale Santarcangelo 07]

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