Nicola Lovecchio, operaio. Intervista a Alessandro Langiu

Non c’è soltanto una ricostruzione processuale nel nuovo spettacolo di Alessandro Langiu, «Anagrafe Lovecchio», che debutterà il 28 luglio a FestambienteSud. C’è la vicenda umana di un operaio del colosso chimico dell’Eni, l’Enichem, che tra Monte Sant’Angelo e Manfredonia, in provincia di Foggia, ha incarnato le aspettative di un lavoro e una vita migliore. E che invece, per molti operai come Nicola Lovecchio, ha significato la morte. Alessandro Langiu, narratore teatrale tarantino, non è nuovo a inchieste del genere: dopo due spettacoli sull’Ilva di Taranto, ha scelto di occuparsi di quest’altro “mostro” dello sviluppo che ha divorato la Puglia e i suoi figli.
«Nello spettacolo ci sono trent’anni di industria nel Sud Italia – racconta Alessandro – L’Enichem di Manfredonia è un tassello di un sistema più ampio, su cui da tempo lavoro. È la storia sempre identica della grande industria italiana, che non ha mai avuto niente a che vedere col mercato e la competizione, ma è sempre stata pilotata. Nello spettacolo è simbolizzata da un personaggio, ‘John John’, che scende al sud per scegliere dove aprire la fabbrichetta di papà. Anche l’Enichem è nata così, a seguito di alcune manovre di Mattei. Da quando comincia ad esserci questa fabbrica la vita scorre su un doppio binario: da un lato arriva il lavoro, dall’altro si susseguono delle disgrazie… è una dimensione “biblica” che ho voluto sottolineare nello spettacolo, anche perché siamo nella terra di Padre Pio. San Giovanni Rotondo è un luogo importante nella storia di Nicola Lovecchio, perché nell’ospedale della cittadina incontra Maurizio Portaluri, l’oncologo con cui intraprenderà il processo contro l’Enichem».

Chi era Nicola Lovecchio?

Un operaio dell’Enichem che nel 1993, a seguito di un normale controllo, scopre di essere malato di tumore. Da lì comincia il suo calvario di cure, terapie, operazioni, dichiarazioni di morte imminente. Nel corso di questo calvario Nicola incontra l’oncologo Portaluri, che gli domanda con quali materiali era venuto a contatto in fabbrica. I tasselli della vicenda, a quel punto, si compongono in un mosaico che non riguarda più solo Lovecchio, ma tutti gli operai dello stabilimento. Così prende il via il primo processo contro l’Enichem. Il colosso dell’Eni aveva già alle spalle una storia controversa: nel 1976 era scoppiata la colonna di stoccaggio dell’ammoniaca, una vicenda caratterizzata da omissioni imbarazzanti e dalle dichiarazioni surreali degli “amici di John John”, in cui si afferma che respirare ammoniaca equivale a una boccata di sigaretta. Ma siamo nell’Italia di Ustica, e anche questo incidente resta impunito. Il lavoro prosegue, e per anni gli operai sono a contatto con l’ammoniaca, ma anche con
l’arsenico e con la formaldeide – sostanza bandita definitivamente solo nel 1991.
Vent’anni dopo Lovecchio farà aprire il processo. Sullo sfondo la sua vicenda, ma anche quella di tanti operai come lui, che hanno visto nell’Enichem una speranza, e solo dopo si sono accorti delle conseguenze. Quello che si avverte nei loro racconti è un sentimento di rabbia e impotenza, come quello che anima la battaglia di Nicola.
Quando Lovecchio incontra Portaluri, porta con sé le cartelle cliniche degli esami medici di due anni prima, i controlli periodici a cui si sottoponeva in azienda. Uno specializzando, controllando una radiografia del 1991, si accorge immediatamente di una macchia sul polmone. Ma a Nicola la malattia è stata diagnosticata solo nel 1993, quando già aveva le metastasi.
Nicola Lovecchio è una persona semplice, non è un eroe. Ma quando capisce quello che gli è successo si arrabbia. È stato ingannato dall’azienda per cui ha lavorato una vita, nella quale – come tanti altri operai – si era perfino identificato. Per questo va fino in fondo: si sente preso in giro.

Spiegaci il titolo: perché “anagrafe”?

Lovecchio e Portaluri fanno un esposto, mettendo in connessione il decorso della sua malattia con la tossicità delle sostanze utilizzate nello stabilimento. Il Pm comincia l’indagine. Per dare più consistenza alla loro tesi, Portaluri e Lovecchio decidono di creare una casistica, raccogliendo le cartelle cliniche dei lavoratori dell’Enichem. Questa è la parte più drammatica della vicenda: Nicola è un malato terminale, ma deve ripercorrere vent’anni di vita in cui molte persone che lavoravano con lui si sono ammalate e sono morte.

Quanta gente è morta in quegli anni?

Nicola riesce a ricostruire con certezza la vicenda di 26 persone morte per tumore, di cui sei nel suo reparto. Un’incidenza altissima rispetto alla zona e alla media italiana. L’esplosione del fenomeno si ha soprattutto negli anni ottanta. E “l’anagrafe” costituita da Lovecchio lo dimostra. Con questa occupazione Lovecchio conclude la sua esistenza. Morirà nell’aprile del 1997, sottoponendosi prima a due interrogatori. Questo è l’altro aspetto drammatico della storia: Nicola Lovecchio è un teste troppo importante, ma viste le sue condizioni di salute non arriverà al processo. Deve essere interrogato prima, ma così facendo diventa palese anche a lui che non gli restano che pochi mesi di vita. Siamo nel dicembre del 1996: Portaluri dice al Pm che non ne avrà per più di sei mesi. Lovecchio viene convocato: non può più camminare, ma andrà comunque a deporre, apprendendo al contempo il suo destino.

Com’è proseguita la vicenda giudiziaria?

Il processo partirà solo nel 2001, perché il Pm ci mette cinque anni per fare le sue ricerche. E attualmente è ancora in corso: non c’è ancora una sentenza di primo grado. Dovrebbe arrivare in ottobre.

Come ti sei imbattuto in questa storia?

È una vicenda famosa in Puglia. Un giorno ero a Monte Sant’Angelo per uno spettacolo. Ho cominciato a fare domande alla gente. Da lì ho deciso di ricostruire la vicenda, con un lungo lavoro di documentazione, ma soprattutto tramite molte conversazioni. La vicenda, lì, è tutt’altro che risolta, e molte delle persone (tra cui tutti gli operai) con cui ho parlato hanno chiesto di non essere citate. Non si vogliono esporre.

Uno studio rivela che i siti più inquinati d’Italia sono tutti al Sud, eccetto Porto Marghera. C’è una questione meridionale?

Sì, a causa dell’idea di sviluppo adottata da noi. Non c’è lavoro, così aprono delle fabbriche dirottando ingenti risorse statali. Un processo che ha portato a disastri ambientali. È potuto accadere perché in quelle zone non c’è un tessuto culturale forte. C’è meno resistenza, così certi processi possono svilupparsi in tutta la loro virulenza.

[da Carta n°25/2007]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...