Peppe Voltarelli contro Tony Villar. Un’intervista

Con la camicia rossa, la cravatta viola e lo sguardo perso verso l’alto, Peppe Voltarelli si affaccia sulla copertina del suo primo lavoro da solista, «Distratto ma però», ed è un personaggio stralunato e “insonne”, strano incrocio tra Domenico Modugno, Fred Buscaglione e uno dei tanti migranti italiani in Sudamerica che ha incontrato durante le riprese di «La leggenda di Tony Villar», dove con la scusa della ricerca del cantante anni sessanta che ebbe un grande successo con «Cuando calienta el sol» e poi sparì nel nulla, dà vita a un road movie tra le pieghe dell’America “italiana”. Conclusa l’esperienza con la band calabrese «Il parto delle nuovole pesanti», Voltarelli – che suona il 26 giugno a La Palma di Roma, e poi sarà in tour per l’estate – riparte da zero, o meglio da uno: se stesso.

Com’è ricominciare da solista?

Sono fortunato perché nel distacco ho ritrovato questa “nuova famiglia”: Finaz, chitarrista arrangiatore e produttore, Pau, il cantante dei Negrita, Roy Paci, Giancarlo Cauteruccio, Giada Ripa, che ha fatto le foto del disco, e Sergio Cammariere. Hanno tutti collaborato alla realizzazione del disco. La cosa più strana è stata trovare altri musicisti, ma c’è da dire che già negli ultimi due anni ho affinato la mia vocazione solista: cercavo, anche egoisticamente, un rapporto personale col pubblico. L’istinto del gruppo però resta, solo si crea di volta in volta sul progetto.

Raccontaci qualcuno di questi incontri.

Con Finaz c’è stato un lavoro molto minuzioso, abbiamo cercato di tirare fuori la semplicità della composizione aggiungendo quel “sapore”, un tocco particolare alle canzoni, per rendere fresca la musica. È stato molto bravo ad entrare nella mia scrittura, ma diversi pezzi li abbiamo anche scritti insieme. Con Sergio Cammariere c’è stata un’intesa “passionale”: il suo tocco è molto poetico, crea intimità e magia, e poi la canzone è in dialetto e tutti e due veniamo dalla stessa terra, condividiamo l’appartenenza ad un luogo immaginario non immaginario come la Calabria.
Con Paolo abbiamo scritto sugli italiani d’America, un percorso legato al viaggio e al film di Toni Gagliardi «La leggenda di Tony Villar», mentre Roy Paci ha portato un tocco di follia e di maestria: per tutta la scena è un punto di riferimento. E poi la voce di Cauteruccio, che interpreta un politico ne «Il turismo in quantità», ha impreziosito il tutto. Con lui sto lavorando anche in teatro, nella sua «Medea e la luna», ispirata alla Medea di Corrado Alvaro.

Anche il tuo approccio da solista è molto teatrale.

Col teatro c’è una fascinazione nata con Fulvio, il fratello di Giancarlo, un attore eccezionale con cui ho lavorato. In tournée con lui ho imparato tante cose e ho capito che mi piaceva stare sulla scena. Nel disco traspare la voglia che ho di avvicinarmi ai miei punti di riferimento creativi, come Domenico Modugno, Gaber, Conte, attraverso la teatralità.

Le foto fanno pensare anche a Fred Buscaglione.

Lo prendo come un complimento. Certo, volevo che una vena ironica, scherzosa, da “malandrino” uscisse anche dal punto di vista visivo – ad esempio attraverso i baffi. E in questo tipo di approccio sicuramente Buscaglione è stato uno dei più grandi.

Quanto c’è voluto per fare il disco?

È stato tutto abbastanza rapido. Ho cominciato a scrivere a gennaio e ho finito a giugno, poi in studio siamo stati due mesi scarsi. Penso che questa freschezza, che è quasi una dimensione live perché molte cose sono state tenute al primo tentativo, si senta nel disco.

Oggi la canzone d’autore cerca di mischiare immaginari e radici musicali del passato dandogli un gusto contemporaneo. Ti ci ritrovi?

Sì, mi ci riconosco, perché comunque il passato, la memoria, la relazione che c’è fra noi e quello che è stato prima di noi musicalmente parlando è sempre molto viva. Esistono “periodi” mitici da questo punto di vista, ad esempio gli anni settanta e prima ancora gli anni sessanta. Con la storia di Tony Villar mi sono avvicinato molto a quel periodo tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta. Questo gusto di andare a scavare è un po’ come volersi sentire in un’altra epoca. Nel film andavo in giro come uno uscito dagli anni settanta, o da un film di Scorsese o Coppola… poi tutto a un tratto lo spettatore si ritrova nel 2007 a Buenos Aires.

I migranti hanno il potere di confondere il tempo e lo spazio, portano culture lontane, magari in una forma che nel loro paese d’origine non esiste più.

È vero, ed è una cosa che sento molto perché provengo una terra di emigrazione. Se vai nel Bronx trovi tanti calabresi, ma anche a Sidney, Melbourne, Toronto, Buenos Aires. In questo viaggio non ho avuto nessun problema per la lingua, perchè quando non arrivavo con il mio inglese maccheronico, comunicavo col dialetto, ed è stata una cosa straordinaria.

[da Carta n°23/2007]

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