Parole e corpi estemporanei tra i lotti di Garbatella

«Tempo di Esposizione» sì è svolto contemporaneamente in tre luoghi diversi del lotto 20 della Garbatella. La gente, spinta ad ammettere la propria colpa, possedere un cellulare, e quindi invitata ad espiarla spegnendolo, viene accompagnata in uno spiazzo – nel mio caso, lo stenditoio del lotto – per una buona ora di parolaterapia. Che poi consiste nell’ascoltare uno o più racconti. Con ancora nelle orecchie la bella voce dell’altrettanto bella cantante Awa Ly, che accoglie la gente all’ingresso e tornerà a inframezzare le storie, ci si siede aspettando che un “raccontatore” giunga a portarti la sua storia. La proposta del gruppo D.I.R.E. (Antonella Dell’Ariccia, Arianna Gaudio, Dario Aggioli, Fabio De Vitis e Paolo Andreozzi, capitanati da un istrionico Paolo De Vita e accompagnati dagli intermezzi musicali del percussionista Leo Cesari e del chitarrista Francesco Forni) è tutta qui. Non c’è teatro, se non nella sua componente ancestrale del sedersi attorno a chi ha qualcosa da raccontare. Eppure, spersi tra i lotti di Garbatella, con i panni stesi e il rumore della tv e del ferro da stiro che viene dalle finestre, quella del racconto diventa una dimensione sicuramente suggestiva. Il cosidetto teatro di narrazione ha il pregio di aver recuperato la dimensione dell’ascolto. Ma rispetto a quello, D.I.R.E. decide di svincolarsi dalla dimensione immediatamente potilica che lo caratterizza, per raccontare storie, piccoli pezzi di letteratura, racconti brevi originali di fantasia o di pura invenzione (per non più di 8 minuti e senza interpretazione). Ciò non toglie che, a detta degli ideatori, il racconto non possa venire utilizzato per dire quello che i media ufficiali non dicono. Come fa Daniele Scaglione, che partendo da una divertente descrizione dei dilemmi della fisica, ci spiega la differenza tra una pallottola a baricentro decentrato (arma bandita, usata dai russi in Cecenia) e quella che ha ucciso Anna Politkovskaja non nel bel mezzo della guerra, ma nell’ascensore di casa sua. Una critica ironica al problema del surriscaldamento del pianeta viene da Massimiliano Pazzaglia, che racconta storie di adolescenti in una Roma sommersa dall’acqua. Arianna Gaudio, Michele Bevilacqua e Marzia Ercolani puntano sulla letteratura, raccontando rispettivamente storie di Philip K. Dick, Niccolò Ammaniti e Michail Bulgakov. Con Dario Aggioli e Massimiliano Delgado si torna all’autorialità, il primo con una storia di poesia metropolitana, il secondo con un’ironica attualizzazione/banalizzazione del mito edipico. (Restando in una sola piazza non c’è modo di cogliere anche i racconti di Emanuela Grimalda e Michela Cesaretti). Le storie si alternano con alterne fortune. A volte riescono ad affascinare, altre volte non sono altro che un divertissement. Aspetti che la dimensione spontaneistica voluta da D.I.R.E. accentua notevolmente. Ma si ha l’impressione che non sia tanto la ricerca dell’effetto a preoccupare questo esperimento dichiaratamente anti-teatrale, ma la creazione di una bolla spazio-temporale dove spogliarsi dei ritmi imposti dal mondo per recuperare la dimensione dell’ascolto – non tanto perché c’è una verità da sentire, ma come momento d’incontro. E la “bolla” indubbiamente si crea, grazie anche alla complicità delle atmosfere sospese dei lotti della Garbatella.

Con l’istallazione performativa di Instabili Vaganti cambiamo radicalmente atmosfera. Siamo alla villetta, dove in una tenda da esterni è stato allestito «Il sogno della sposa», che per un caso del destino si svolge accanto al ricevimento per un vero matrimonio. All’entrata ci accoglie una scena buia, con l’unica eccezione del letto di terra e bambù dove giace la sposa (Anna Dora Dorno, ideatrice del progetto e curatrice dell’istallazione assieme a Luana Filippi). Forse è morta, forse dorme, sicuramente il piano della realtà si sdoppia nel video (realizzato da Salvatore Laurenzana) in cui la sposa cammina in un cimitero, stringendo nei pugni del riso che disperderà al vento da una scala che sembra serva per il lancio delle ceneri. Allo stesso tempo una figura errante avvolta in una coperta esce dal buio, portando una ciotola d’acqua per le abluzioni. Dalla coperta fuoriesce il danzatore Nicola Pianzola, che intersecando il flusso del video comincia la sua danza, una serie di evoluzioni precise e sincopate, che seguono il ritmo spezzato della voce. Anima-odore-vedo-tu… le parole si alternano come in un montaggio casuale, sono la rifrazione disordinata ma armonica di un verso di Pascoli, che si compone solo alla fine. Il brusco alternarsi delle intonazioni si anima nel corpo, come una forza che imperiosa spinge il danzatore a cambiare direzione. Finché l’andamento sincopato si fa sofferto, e in crescendo giunge alla sua evoluzione finale. La performance, nata attorno al tema della “memoria del moderno” – dove il moderno non è una condizione attuale, ma una dimensione storicizzata – si compone di due elementi, l’istallazione e il movimento, entrambi di forte impatto (anche se è la danza a costituire, per qualità e costruzione scenica, il fulcro del lavoro). L’alternarsi dei piani giustificato dalla dimensione onirica, quasi un Nacht un Träume beckettiano che però non giunge a dispiegarsi nel suo chiasmo, resta tuttavia un puro accostamento. Tocca al video dai toni iperrealisti creare un ponte simbolico – ma che parla comunque alla testa e non allo stomaco, come fa invece la partitura fisica di Pianzola – in grado di traghettare chi guarda da un piano all’altro.

[da Differenza n°05/2007 – speciale Teatri di Vetro]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...