Il tempo dell’elaborazione e quello dell’azione

Il convegno che metteva a confronto le istituzioni con il territorio, attorno alla domanda «quali politiche culturali per la scena contemporanea»?, era forse uno degli incontri più attesi. Non solo per l’ovvia questione della distribuzione delle risorse pubbliche, strumento di sopravvivenza per molta della fragile vitalità rappresentata in questa fiera – alcune delle realtà presenti al convegno, infatti, percepiscono con alterne fortune finanziamenti per il loro lavoro. Ma perché sembrava l’occasione perfetta per confrontarsi su un’altra questione, volendo ancora più sostanziale: la difficoltà della politica di leggere le dinamiche della produzione culturale contemporanea e la difficoltà conseguente, per gli artisti e gli operatori, di entrare in contatto non sporadico con essa.
L’occasione è stata centrata solo fino a un certo punto. Ma andiamo con ordine.

Il convegno inizia con un’ora di ritardo; non è semplice far convenire le principali istituzioni culturali territoriali in un’unica sede di dibattito. All’appello hanno risposto Giulia Rodano, assessore alla cultura della Regione Lazio, e naturalmente Vincenzo Vita, omologo della Provincia che ha sostenuto l’iniziativa. È assente invece il Comune, invitato nelle persone di Silvio Di Francia (assessore alla cultura) e Jean Leonad Touadi (assessore alle politiche giovanili). Come un anno e mezzo fa a «Teatri Invisibili», noterà più di qualcuno. C’è invece Ninni Cutaia, neodirettore dell’Ente teatrale italiano, così come Fabrizio Grifasi della fondazione RomaEuropa, che ha contribuito alla realizzazione della manifestazione. Sono assenti il Teatro di Roma e l’Auditorium, nonostante avessero assicurato la loro presenza.

Roberta Nicolai di Triangolo Scaleno teatro introduce la discussione ricordando il percorso che ha portato la scena contemporanea a incrociare la via degli spazi sociali. Ricorda, ad esempio, come gli artisti e gli spazi sociali, occupati e non, abbiano dato vita a un meccanismo virtuoso di reciproco riconoscimento. Che vuol dire, nel concreto? Ad esempio, che buona parte della produzione contemporanea non solo non avrebbe un posto dove esprimersi senza questa rete di spazi, ma non avrebbe nemmeno modo di esistere. Per poter pensare di dare vita a uno spettacolo bisogna avere almeno uno spazio dove provarlo, e la sala-prove è già di per sé un costo proibitivo per buona parte delle realtà indipendenti.

Il tempo della creazione e dell’elaborazione, che precede ogni opera artistica, è un problema costantemente eluso, quasi un tabù. Questo tempo, strutturalmente improduttivo, crea una discontinuità di reddito per gli artisti, come nota Emiliano Viccaro di Astra 19 nel suo intervento. E allora come dare vita a un meccanismo virtuoso delle politiche culturali che annoveri anche il momento dell’elaborazione – quello che poi crea la qualità – tra i problemi da affrontare? Non ci sono risposte immediate, non si può nemmeno affrontare il discorso dei centri culturali in periferia voluti da Comune e Regione, perché anche l’assessore Pomponi è assente, trattenuto da una riunione di giunta sull’emergenza dei rom.

È chiaro però che la questione sollevata non si riduce esclusivamente al binomio “soldi-visibilità”. Anche se il problema della distribuzione delle risorse resta centrale. Da più parti, ad esempio, si levano critiche al sistema dei bandi, che se anche produce eventi, raramente produce guadagno per gli artisti, praticamente mai continuità di reddito.

La politica, si sa, ha i suoi tempi. L’assessore Vita ricorda come, quando fu realizzato il convegno «Teatri Invisibili» nel gennaio del 2005, il problema della scena indipendente fosse praticamente sconosciuto. Lo conferma la direttrice del suo dipartimento, Giuliana Pietroboni, che racconta come si sia trovata in difficoltà nell’attuare la politica del suo assessorato – cioè la realizzazione della fiera. Ma se in questo caso la buona volontà ha vinto la burocrazia, difficilmente il discorso dei rappresentanti delle istituzioni riesce a spostarsi dal tema dell’evento al problema della produzione e del reddito. Così l’assessora Rodano, sollecitata al riguardo, risponde semplicemente che la Regione è un’istituzione che ha certe esigenze, in particolare quella di redistribuire risorse e progetti nelle parti più svantaggiate del territorio, e che su questa dinamica è disposta al confronto. C’è di che dubitare, tuttavia, che la stessa esigenza venga posta all’indirizzo del Teatro di Roma e dell’Auditorium, i due grandi assenti di questa giornata, che pure percepiscono una buona fetta delle risorse amministrate dall’assessorato, e che restando chiuse alla produzione di cultura contemporanea di questa città creano di fatto la situazione che si va dibattendo. E c’è da dubitare, al contempo, che l’assessora Rodano abbia chiara la situazione di cui si parlava nell’aula magna del Rettorato.

Il problema è di portata ben più ampia. Lo sottolinea Fabrizio Grifasi nel suo intervento. È un problema che non solo Roma, ma tutta l’Italia ha nei riguardi della cultura contemporanea. Un gap enorme rispetto al resto d’Europa. Basta dare un’occhiata alla programmazione dei festival esteri, dove le presenze italiane sono scarsissime. Ma lo stesso si può dire di Roma, vetrina internazionale d’eccezione che produce sempre meno. Sarà per questo che, dal pubblico, fanno notare a Grifasi che anche il festival che lui dirige è altrettanto impermeabile alla contemporaneità di casa nostra.

Luigi Tamborrino, del Rialto Santambrogio, nel suo intervento sintetizza con chiarezza quali sono gli aspetti della questione. Primo, il riconoscimento della pari dignità: perché stiamo parlando di produzione culturale contemporanea, e non di un mondo giovanile o “giovanilistico” da supportare come si supporta una sagra di paese. Secondo, la gestione delle risorse pubbliche: il sistema dei bandi non può garantire i soggetti indipendenti, che partiranno sempre svantaggiati rispetto alle fondazioni e ai grandi operatori. Sistema che non entra in campo quando gli eventi sono voluti direttamente dal Comune, come nel caso della Notte Bianca, per cui è stato affidato direttamente a Zétema (società di diritto privato a capitale pubblico) un milione di euro. Le istituzioni lavorano in convergenza solo per i grandi eventi – sottolinea Tamborrino – altrimenti prevalgono competizioni e protagonismo. D’altronde anche il tavolo interassessorile, che doveva riunire i titolari delle politiche culturali e giovanili delle tre istituzioni, chiesto a gran voce a «Teatri Invisibili» un anno e mezzo fa, è rimasto lettera morta.

La scena contemporanea ha esigenze diverse da quelle di altri pezzi del mondo culturale. Perché è l’espressione di un meticciato di culture, come sottolinea Alessandra Ferraro di Margine Operativo, e quindi ha esigenze tecniche differenti da quello che siamo abituati a chiamare riduttivamente spettacolo dal vivo (“Esiste forse uno spettacolo dal morto?”, si domanda l’assessore Vita). Una di queste esigenze è avere spazi adeguati per la produzione contemporanea. Come abbiamo già sottolineato nel N°1 de «la differenza», la sperimentazione avviata con India è quasi inaccessibile e limitata a quella singola esperienza. A ricordarlo è ancora una volta Roberta Nicolai, che puntualizza la necessità della platea, di questo pezzo importante del mondo culturale, di ricominciare a parlare di spazi e di risposte sulla produzione.

Martin Clausen, dell’associazione culturale Le Sirene, citando il caso di Berlino, dove gli spazi occupati vengono supportati dal comune, ad esempio con la messa a norma degli impianti e la realizzazione dei servizi igienici, dà un esempio concreto di quanto la volontà di supportare l’esistente sia intimamente connessa con la gestione del patrimonio.

Volendo ad esempio ragionare sulla carta, ma con i numeri alla mano, se i quindici centri culturali periferici destinassero due sale prova gratuite alle produzioni indipendenti, per sessioni di prova di non più di due mesi l’anno per compagnia, si potrebbero abbattere i costi di produzione legati all’affitto della sala per 180 spettacoli l’anno. Venti in più delle realtà che hanno risposto al bando di Tetri di Vetro.

Alla fine, la considerazione più sensata viene dal direttore dell’Eti. Cutaia ricorda il suo recente passato da direttore di teatro stabile, e dice: “Tutto si può fare. Non è affatto vero che le istituzioni debbano per forza seguire un cammino tracciato”. Le istituzioni, come l’Eti, sono in crisi. Allora vanno ripensate completamente. Come? Secondo Cutaia pensando soprattutto a quello che c’è fuori, ma continunando ad agire al loro interno.

Perciò ben venga la proposta dell’assessore Vita, che proporrà Teatri di Vetro, in accordo con la Regione, come uno dei progetti di eccellenza da presentare al Ministero dei beni culturali. C’è sempre bisogno di occasioni come queste, anche se non sarà certo un festival – per altro disertato dagli operatori – a spostare sensibilmente l’asse della questione. E ben venga, soprattutto, la riflessione che l’assessore fa su quello che si muove sotto la cultura omologata e televisizzata: questi teatri saranno anche di vetro, ma sono produttori di senso, un senso profondo, che è una delle cose che più scarseggiano nel panorama odierno. E, proprio per questo motivo, devono poter esprimersi al di là delle dinamiche commerciali.

Ma la sostanza della questione risiede altrove. Idealmente, nell’appello lanciato dallo stesso Vita per una riforma del sistema teatrale italiano, la cui esigenza è talmente palese da sembrare lapalissiana. Ma, più concretamente, risiede nel tavolo di discussione promesso da Provincia e Regione. Perché lì, forse, si potrà provare a spostare il discorso sul tempo e sugli spazi dell’elaborazione, su quel momento magicamente improduttivo che permette a queste realtà artistiche di essere produttori di senso. Sperando che, almeno in quella sede, qualche assessore del Comune riesca a intervenire.

[da Differenza n°04/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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