Danzare tirando i fili

Uscire dallo spettacolo serioso e dal forte impianto pittorico di Teatropersona, dove pure il teatro di figura ha la sua parte, ed imbattersi nell’istallazione del Teatro delle Apparizioni fa un certo effetto. Le atmosfere cambiano, tutto diventa soft e rilassante. C’è un tappeto alla giapponese steso nel foyer del teatro Palladium. Da un lato c’è il teatrino dove «il piccolo giocattolo con i fili», ovvero un burattino di carta, aspetta di venire animato. Posizionato su una colonna nera, questo strano incrocio tra la scatola teatrale e una tv domestica – grazie alle retro-proiezioni sul fondale – sembra quasi una visione totemica. Ma l’atmosfera che lo circonda è piuttosto “zen”. Un’accompagnatrice (Stefania Frasca) invita il pubblico a sedersi, mentre un traghettatore (Simone Faloppa) inizia la sua danza da dietro lo schermo, ombra-burattino che dà il via alla performance. Sulle note di «heroes» di Bowie (ma nella splendida versione dei Quintorigo), prende i fili del piccolo giocattolo e, in ginocchio davanti a lui, parte la danza speculare del burattino di carta e di quello di carne. Intanto, due tecno-ninja targati Apple (Fabrizio Pallara e Simone Memè), agli angoli del tappeto, controllano i flussi sonori e visivi, mentre il traghettatore va a prendere gente dal pubblico per dare il via a nuove improvvisate danze. «L’omino di carta è in attesa che qualcuno lo svegli e lo faccia danzare. Quel qualcuno sei tu», si legge nella presentazione. Ancora una volta il Teatro delle Apparizioni invita il pubblico a interagire, a essere lui stesso protagonista, all’interno di una cornice raffinata e minimalista ma assolutamente pop, cifra ormai consolidata dei lavori della compagnia romana. Ma più che da raccontare o da vedere, questa piccola installazione va vissuta. Attraversata. Perché è un loop uguale ma sempre diverso, nel quale è bello imbattersi un po’ per caso, e magari restare a guardare giusto il tempo che si vuole. Un po’ come accadeva nei tendoni dei circhi dell’Ottocento, dove ci si poteva affacciare e restare affascinati dalla sfera di cristallo della maga o, come Aureliano Buendìa, dalla prima volta che si vede il ghiaccio. Nel ghiaccio in sé non c’è nulla di fantastico, nella sua prima manifestazione c’è un mondo di evocazioni. Così funziona anche questa piccola apparizione, che ha il sapore del cortocircuito tra il teatro e l’arte installativa. E che conferma come la ricerca dello stupore, della meraviglia, resti ancora la cifra più stringente di questa compagnia.

[da Differenza n°04/2008 – speciale Teatri di Vetro / parte dell’articolo «Colori, ombre e silenzi»]

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