Clownerie all’italiana. Luciano Colavero

Lo spettacolo de La Fiera di Luciano Colavero, interpretato da due generosi Andrea Sangallo e Francesco Villano, è principalmente un gioco. Due, realizzato in collaborazione col Mimecentrum di Berlino, mette insieme mimo e lavoro sul corpo con l’unico scopo di tirare fino all’estremo limite il parossismo della relazione tra questi due personaggi strampalati e stralunati, ma pure un po’ malinconici, che a volte ricordano gli emigranti italiani di prima della guerra e altre i post-vitelloni della commedia all’italiana condita dalla voce di Mina, refrain nazionalpopolare ripetuto fino allo sfinimento. E se si sta al gioco di Colavero non c’è affatto bisogno di chiedersi perché questi due pierrot alla Ciccio e Franco fanno le facce che fanno, né perché sentano l’irresistibile impulso di tirarsi le valigie vuote che riempiono la scena strillando di gioia come furetti impazziti. Non ci si chiede nemmeno quale carico preziosissimo debbano contenere quelle valigie, forse vuote, forse piene di fascino (come diceva Rodari degli armadi di De Chirico), tanto da far tuffare il baffuto romanista per afferrarle prima che tocchino terra. Non ci si chiede quale bomba possa esplodere, né perché alla fine i due si muovano in maniera così convulsa, che da sconclusionata diventa sincronica, coreografica, per poi abbandonarsi a dei balletti esilaranti. Non ci si chiede perché recitare la preghiera diventi la filastrocca infantile della macchina del capo che ha un buco in una gomma (e qui l’affannato Villano, che invano cerca di eseguire la sequenza di suoni e parole imposta da un cinico Sangallo, strappa più di un applauso a scena aperta). Non ci si chiede perché la storia raccontata dall’amico mio del ragazzo che giocava a pallone per strada e viene preso per un provino per la Roma (…e giù puntini di sospensione, come Johnny Stecchino quando parla di sua madre) debba ripetersi così tante volte con una sfumatura di senso ogni volta diversa, così come ci si arrende all’ennesimo attacco di piano che preannuncia la voce di Mina.

Insomma, non ci si chiede il perché della drammaturgia scenica di Colavero, ma si ride e basta. Sonoramente. E qui sta la sua forza. Di far dimenticare i perché, portando il pubblico ad abbandonarsi a questa allegra malinconia, nutrita di commedia all’italiana che, per molti di quelli che erano in sala, ha perfino il gusto un poco dolce e un poco acre dell’infanzia.

[da Differenza n°04/2007 – speciaale Teatri di Vetro]

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