Faust: parabola della solitudine

«Superfaust» entra in scena, meglio, in teatro attraverso il video. Si aggira, felpa e cappuccio, per il marciapiede del Palladium, passa il foyer, va nei camerini, dove indossa gli abiti di scena. E la maschera. I fasci di luce del proiettore tagliano la sala buia, si ha l’impressione di essere al cinema. Poi, su uno schermo fuori sintonia, partono davvero i titoli di testa. E Faust è lì, in carne, ossa e passamotagna. Sembra Fantomas, l’eroe dei fumetti che Cortázar faceva scagliare contro le multinazionali in un libro ristampato da poco per il pubblico italiano, e che inevitabilmente falliva, a causa del suo individualismo nell’affrontare i problemi del mondo. L’oggetto di ribellione del Faust di Margine Operativo è forse un altro, ma è anche qui l’individualismo ad animare la caduta di Johann Faust, che attraversa fino in fondo le proprie pulsioni e fallisce, sì, «ma fallisce da uomo». Nel frattempo scorrono immagini di modelle in lingerie e passamotagna, grasse signore incappucciate e uomini incravattati a volto coperto. Una carrellata di umanità faustizzata, che «gode del mondo», ma che in fondo baratta se stessa per l’esercizio delle proprie pulsioni.

L’inizio dello spettacolo mette in campo una serie di simboli: i video moltiplicano e confondono i piani di realtà e Faust (Pako Graziani, interprete oltre che ideatore e regista assieme ad Alessandra Ferraro) nel presentarsi diventa eco di se stesso e della mitologia cinematrografica, anche questa iper-egotica – «Io sono Faust, Johann Faust» ricorda un po’ il «Bond, James Bond» di Connery, così come lo strafottente «Come ti chiami?» lascia intravedere una dieta cinematografica in cui il De Niro di «Taxi Driver» deve aver avuto un posto di una certa importanza. Ma dopo lo spettacolo si avvita su se stesso senza trovare una formula che spieghi e dispieghi realmente le premesse, e non dà allo spettatore da seguire altro che la rifrazione egotica di Faust e, certo, del suo vizioso urlo di libertà.

Il montaggio video-azione-suono di Margine Operativo (i video sono di Riot Generation Video) appartiene a una ricerca che rimanda alla sperimentazione degli anni novanta, ad un’estetica del frammento che privilegia il mix linguistico. C’è una cifra distinguibile della compagnia e una modalità espressiva che si richiama a un percorso ormai storicizzato. Non si può arrivare a parlare di avanguardia che diventa tradizione – anche perché questo meccanico avvicendamento delle estetiche è ormai saltato, come testimonia l’irriducibile pluralità delle proposte presenti a Teatri di Vetro. Ma si può parlare di un approccio/percorso riconoscibile e collocato nel tempo. La scelta ostinata (e contraria) di Margine Operativo è di continuare a percorrerlo. E anche se si legge una tensione del lavoro verso altrove, si tratta però di una tensione non risolta. È più una testimonianza, la coscienza del limite estremo raggiunto, messo in scena «con cognizione di causa» – la stessa, potremmo dire, che guida la mano di Faust nel firmare il contratto di Mefistofele.

[da Differenza n°03/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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