Il liquido primordiale. «Comeacqua» di Muta Imago

I giochi acquatici di Muta Imago cominciano con le schiene nude di due uomini rannicchiati a terra. L’azione comincia con un pannello trasparente che cade di colpo e i due – Glen Blackhall e Fabio Ghidoni – ci pattinano sopra in equilibrio precario, cercando di mettersi in piedi. Ricorda una nascita primordiale, questa prima scena, così come la corda che lega il piede dell’uno con quello dell’altro, vincolandoli alle reciproche direzioni e curiosità, ha tutto l’aspetto di un cordone ombelicale.

È il rapporto tra i due gemelli nati dall’acqua, il filo conduttore di tutto lo spettacolo. Che vede un apice nel momento in cui la corda si spezza e ognuno sembra acquisire una propria specifica personalità, in dispettoso confronto con l’altro – momento segnato da una vestizione, pantaloni e cappotto tre-quarti, quasi una crescita che fa dei due neonati due giovani maudit anni quaranta.

Tra buste d’acqua volanti, fili che calano dall’alto, carrucole, palline che lasciano scie di colore rigorosamente rosso o blu, la scena di «Comeacqua» sembra una sorta di laboratorio alchemico in versione moderna e minimalista, dove tutto scaturisce dal rapporto con l’elemento primario che dà titolo allo spettacolo. E sul finale, dopo tip tap acquatici, gole di plastica tagliate e travasi di liquido da un recipiente all’altro, in questa scena quasi asettica è ancora l’organico, il biologico al centro dell’azione. Come quando i fili trasparenti attorcigliati al corpo si riempiono di liquido rosso e blu, come vene e arterie fuori dalla pelle. Ed è ancora la figura del cordone ombelicale a tornare sul finale, quando un telo di carta prima imbevuto di blu, poi di rosso, una volta attorcigliato diventa una corda viola tenuta per mano dai due, che finiscono di nuovo rannicchiati a terra in posizione fetale.

Gli inserti testuali registrati lasciano intendere un debito di fascinazione verso «La trilogia della città di K» della scrittrice ungherese Agota Kristof, testo abbastanza frequentato dal teatro contemporaneo negli ultimi anni. (Anche se, specificano i Muta Imago, il riferimento è arrivato solo in un secondo momento, alla sostituzione di un’attrice donna con il secondo attore uomo). Il riferimento è soprattutto al primo libro e al linguaggio, anche questo asettico, che la monade Claus-Lucas utilizza per parlare della realtà senza sfumature emozionali. «Noi giochiamo con la grandine ma non possiamo dire che l’amiamo. Amare non è un verbo sicuro. Amare la grandine e amare una persona non possono voler dire la stessa cosa», recita la voce.

Ma la freddezza tagliente della Kristof appartiene poco alle visioni che creano i due bambini-scienziati di Muta Imago – ovvero Claudia Sorace, Riccardo Fazi e Massimo Troncanetti, ideatori dello spettacolo assieme ai due performer. La scena asettica, così come la parola, sembra rinviare più che altro ad un analfabetismo dei sentimenti che sembra non presupporre il dolore. La bellezza delle immagini sceniche, curate dagli ideatori con precisione e rara pulizia, resta una scossa epidermica. Sotto la pelle, ciò che si agita è una strana inquietudine, dettata da questo autismo contemporaneo dei rapporti umani, per cui si può parlare d’amore, di vita e di fratellanza ma solo da dentro una teca di cristallo, che lasci vedere bene la realtà ma allo stesso tempo ce ne tenga al riparo. «We’re just two lost souls swimming in a fish bowl», cantava anni fa chi dei muri interiori avrebbe fatto arte mondiale…

[da Differenza n°02/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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