Attese Calabresi. «Laura C» di Residui Teatro

Nel 1941 una nave militare, diretta verso le colonie italiane in Nordafrica, affonda davanti le coste calabresi, nei pressi di Saline Ioniche. La «Laura C» (anche titolo di questo spettacolo) trasportava vettovagliamento per i militari impegnati sul fronte africano, generi almentari poco deperibili come le patate, scatolame, e persino delle bottigliette di Campari. I sub di Saline conoscono bene quel relitto: uno scafo da 160 metri in cui i ragazzi della zona si addentravano abitualmente, portandosi a riva qualche Campari. Finché la guardia costiera non vieta le immersioni. Motivo: la Laura C trasportava anche munizioni e una grande quantità di tritolo. 1.500 tonnellate in perfetto stato di conservazione. Non tutti ne erano a conoscenza. Lo era la ’ndrangheta, che per anni si rifornisce di esplosivo da usare e soprattutto da rivendere alla mafia siciliana. Espolosivo utilizzato per le stargi di Capaci e via Damelio, e per le bombe di via Fauro a Roma e di via dei Georgofili a Firenze.

Si potevano utilizzare molti modi per raccontare questa storia di sud, di stato assente e di un’attesa eterna che le cose cambino. Residui teatro ha scelto quello più teatrale, rielaborando un classico del Novecento, «Aspettando Godot» di Samuel Beckett, adattato su misura e senza sforzo a questa storia tutta italiana. Didì e Totò, la versione calabrese dei senzatetto beckettiani, sono in attesa della «Laura C» che, gli hanno detto, dovrebbe passare proprio da quelle parti. L’accento calabrese e l’ambientazione della storia negli anni quaranta rende tutt’altro che pretestuosa l’operazione di Residui, che coniuga in modo fresco e convincente le atmosfere beckettiane alla surreale ma realissima questione meridionale, tra uno stato assente (un altro Godot che non arriva, che a volte nel dialogo di Michele Rispoli e Pasquale Marino prende il posto di Godot-Laura C) e uno “stato dentro lo stato”.

Le giacche lise, invece che a clochard parigini, appartengono ai figli del meridione d’italia, un po’ spauriti e un po’ arrabbiati, come i migranti di Crialese in «Nuovomondo». Il vangelo citato dai due non è la buona novella di Cristo, ma la costituzione italiana, articolo 3 in particolare. E al posto del ragazzo che viene ad annunciare che «Godot-Laura C» oggi putroppo non verrà, ma verrà sicuramente domani, c’è un magistrato impaurito e impacciato, che coglie l’occasione per raccontare pezzi di indagini che hanno stabilito che era proprio il tritolo della Laura C quello usato dalla mafia.

In mezzo, a spezzare l’azione, la registrazione di testimonianze di alcuni sub della zona, proprio come accade nel teatro di narrazione. Un’ibridazione che probabilmente avrà divertito gli spettatori più smaliziati, che lascia sottintendere che l’impegno civile non debba per forza passare per il binomio sedia-lampadina.

Lo spettacolo di Residui teatro tiene bene il palco del Palladium: pur utilizzando pochi elementi – due cassette per il pesce e una bacinella di metallo – e un disegno luce molto semplice ma accattivante e funzionale, riempie lo sguardo e l’attenzione dello spettatore, grazie anche alla recitazione di Michele Rispoli e Pasquale Marino, quest’ultimo anche autore del testo assieme a Francesco Beltrani. La regia di Gregorio Amicuzi, che interpreta il magistrato, è discreta (nel senso di non invasiva) e attenta soprattutto a supportare la relazione tra i due attori, almeno nella prima parte, quella che coincide con il primo atto del Godot. In seguito lo spettacolo si sfilaccia e diventa ripetitivo nelle formule sceniche e nel testo. Non c’è molto, nella seconda parte, che scuota davvero l’attenzione dello spettatore, e sembra che si proceda più per un tributo filologico all’originale beckettiano che per una concreta necessità dello spettacolo.

Una soluzione più contenuta, magari anche meno aderente al testo di Beckett, avrebbe sicuramente disperso meno l’attenzione verso un lavoro che comunque si basa su un’idea e su una recitazione convincenti.

[da Differenza n°02/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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