L’era della tecno-biopolitica

Entrando nel teatro una voce incita i “compagni” a sedersi all’interno del riquadro bianco. È consentita solo una visione frontale. Sul palco due guardiani in tuta (Diana Arbib e Luca Brinchi) osservano le operazioni, accanto ai loro macchinari. Quando il pubblico – la comunità – ha preso posto, una serie di pesi comincia a muoversi in modo alterno su altrettanti mattoni, piombado su di essi fino a distruggerli. Le luci si accendono: può cominciare la giornata di 84-06 (Stefano Cataffo), numero di matricola che diventa nome, che dorme al di là della sua gabbia di vetro. Il suo è un mondo iperdistillato, oltre che ipercontrollato: non c’è spazio per il piacere, per il residuo (nemmeno per quello delle urine), l’unico orizzonte è il raggiungimento dell’obiettivo per la comunità. L’incubo orwelliano di «1984», per i Santasangre, è una rifrazione di video-immagini che scandiscono l’esistenza all’interno di una prigione trasparente, dove persino i cassetti sono di plexiglas, per controllare che venga indossata la tuta giusta per l’adunanza. Ma mentre, tutti in sincrono, gli “individui-comunità” si producono in evoluzioni ginniche dal sapore nazionalsocialista, un “bug” spezza la geometria aggredendo alla gola ora questo ora l’altro individuo. Il non raggiungimento, il tentativo di fuga, sono tutte variabili che non creano emozione nella voce-controllo. Che anzi, nel suo lessico modernista [plus veloce!, plus meglio!], informa 84-06 che è stato portato lì per essere curato, non per confessare. “L’unica cosa che ci interessa è il pensiero. Noi non distruggiamo i nostri nemici, li trasformiamo”, recita la voce (che è di Roberta Zanardo). Non il reato, ma la “percezione del reato” è l’obiettivo del controllo in questa strana filosofia del diritto che non è poi tanto strana, e anzi ricorda il mix di buonismo e di tolleranza zero che è scaturito dal pericoloso collassare dei poli politici l’uno dentro l’altro – almeno da un punto di vista delle ideologie.

È il trionfo della tecno-biopolitica, dove il tripudio di telecamere che osserva il mondo è la garanzia della certezza della pena, e restringe sempre più l’area di senso occupata dalla giurisprudenza, che va pericolosamente a coincidere con quella della repressione. Che l’immagine serva a restiture al mondo un atto omicida ripreso dalle telecamere di sorveglianza della metropolitana o la testimonianza di chi, come i bambini, non hanno gli strumenti per prendere parte al meccanismo, il processo mediatico che segue diventa un rito collettivo normalizzante, dove scaricare l’ingombrante pulsione alla vendetta, strumentale ai sacerdoti del controllo. “L’unica cosa che ci interessa è il pensiero”. Un processo (e qui Orwell è di nuovo drammaticamente attualizzato) che spinge a introiettare il nemico dentro di sé, e dunque a combattere se stessi – come ha affermato il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag in un recente convegno parlando degli operatori sociali e del fallimento delle politiche di integrazione, che sono sempre più di omologazione. Dei tossicodipendenti, dei migranti, di chi soffre di disturbi psichici – chiunque non esprima una funzionalità rispetto al mondo circostante. È l’uomo-funzione (spendibile come merce) che si deumanizza.

«84-06» – spettacolo segnalato all’ultima edizione del premio Dante Cappelletti di Tuttoteatro.com – attinge a molti linguaggi del contemporaneo, dai video live modulati dalla coppia di guardiani Brinchi-Arbib, alle musiche elettroniche di Dario Salvagnini, anch’esse elaborate in live-set. Ma è una grammatica del moderno che non si ostenta, ed anzi si modula al servizio dell’attore-performer, un Cataffo dalla straordinaria preparazione atletica. È uno spettacolo, questo dei Santasangre (vanno citati anche Maria Carmela Milano e Pasquale Tricoci), che traghetta un certo tipo di teatro “fuori dalle pastoie del frammento”, per dirla con Fabrizio Arcuri. Non solo perché si confronta con la letteratura inscenandola – magari recuperando persino la parola ma non per questo verbalizzando ogni passaggio – ma perché lo fa con una padronanza dei linguaggi utilizzati. Dai video “scattosi” piacevolmente retrò, alla musica martellante che scandisce lo sforzo fisico, fino alla rieducazione di 84-06, appesantito dai pesi dell’inizio a cui è legato con un sistema di carrucole, ritroviamo molti degli elementi storici del teatro dei Santasangre, un teatro dalle grammatiche plurali che attraversa il flusso suono-corpo-video della contemporaneità. Ed è soprattutto lo sforzo di farne una grammatica unica (ma non unificata) che si apprezza in questo lavoro, che finalmente recupera la possibilità di fare affidamento alla visionarietà della tecnica senza restare invischiati nell’unico orizzonte del compiacimento. Tuttavia, l’impatto forte cercato dai Santasangre viene smorzato dall’effetto vetrina che crea il grande palco del Palladium, pur quintato in modo da centrare la visione sulla macchina scenica dello spettacolo. Per chi – come chi scrive – ha visto lo spettacolo in spazi ridotti, come il Kollatino Underground dove è stato montato, venendo assorbito dallo spettacolo quasi come da un’apparizione, il confronto è sicuramente in perdita. Certo, lo spettacolo non è stato pensato per uno spazio simile, ed è tutt’altro che un disvalore. Ma ripensarlo per il Palladium, con una scena (costosa) ampliata, non è certo possibile all’interno di una fiera e in assenza di una produzione.

[da Differenza n°01/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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