La centralità del margine

In uno spettacolo di qualche tempo fa, il teatro indipendente veniva definito provocatoriamente come il surrogato contemporaneo delle chiacchiere da bar. La battuta ironizzava sulla dimensione asfittica in cui chi si muove nella scena indipendente, priva di sovvenzioni e di strutture ufficiali dedicate, è costretto a condurre il proprio lavoro. Il festival Teatri di Vetro, con la sua formula fieristica, mira a dare non solo visibilità, ma anche spendibilità a questa scena che, per certi versi, è davvero “sommersa”. Ma quando due giorni fa è stato reso pubblico il programma, la sensazione che dava affondare il naso nel calendario, più che claustrofobica, era di piacevole smarrimento. Perché la pluralità dei linguaggi e dei modi anche radicalmente diversi di intendere la scena era immediatamente evidente. Una scena sommersa non è necessariamente una scena “giovane”, ma piuttosto invisibile, per lo meno ai circuiti istituzionali. La direzione artistica di questo festival lo ha ribadito più volte, chiarendo di volersi smarcare da un concetto scivoloso come quello di “nuova generazione”. Anche perché la comunità degli artisti che ha risposto al bando-appello di Triangolo Scaleno ha età differenti e, soprattutto, è composta da professionisti. Ecco allora spuntare un nome “storico” come quello di Marco Solari, che chiuderà la manifestazione assieme al duo Costanzo/Rustioni (già attori della compagnia di Barberio Corsetti), in scena con il loro spettacolo dedicato al teatro di Rodrigo García, e a «L’Assoluzione» de L’archimandrita, inquietante dialogo sul processo Andreotti – due spettacoli che abbiamo già avuto modo di apprezzare l’anno scorso a Short Theatre.

La sezione spettacoli, che raccoglie la maggior parte delle proposte in cartellone – 23 su 44 –, è composta da lavori completi, a cui si accostano le performance, spesso vere e proprie incursioni nei luoghi del quartiere, e gli studi. Oltre alle tre realtà già citate, la sezione principale raccoglie alcuni degli spettacoli più interessanti dell’ultima stagione, come «84.06» dei Santasangre e «Comeacqua» dei Muta Imago, due spettacoli visionari che puntano sulla costruzione scenica e scenotecnica – una ricerca attenta ai linguaggi del contemporaneo, quella dove per tradizione si colloca un altro nome noto della scena indipendente romana, Margine Operativo, qui con il loro «Superfaust». Molta narrazione a Teatri di Vetro, cifra stilistica ormai consolidata, anche per la leggerezza degli allestimenti che ben si adatta ai teatri indipendenti. Troviamo qui Pierpaolo Palladino con il suo «La battaglia di Roma» e il nuovo spettacolo di Narramondo, formazione vincitrice della prima edizione del premio Dante Cappelletti. E ancora la storia di una paziente di un ospedale psichiatrico raccolta da Carlotta Piraino ne «I quaderni di Lia Traverso» e quella dei lavoratori della fabbrica di ceramica di Civita Castellana, alle porte di Roma, raccontata da Ferdinando Vaselli in «50 lire». «Camurria» di Gaspare Balsamo mette in scena la magia del teatro dei pupi siciliano – e qui, più che essere una cifra esclusiva dell’attore, la scelta della narrazione è strumentale alla valorizzazione della storia. «Di figlio padre di figlia madre» di Alessandro Langiu, infine, smentisce a suon di musica l’idea che lo spettacolo di racconto debba per forza essere povero e spoglio, proponendo uno spettacolo-concerto sull’emigrazione dei ragazzi del sud ai nostri giorni. Più prettamente teatrale il lavoro di Malebolge, «Tumore» – che dopo questa fiera sarà al festival di Castiglioncello – come anche i lavori di Ludovica Andò e Sarah Sammatino, “specularmente” registe e attrici di uno spettacolo e di uno studio. Mentre Residui teatro e Teatropersona declinano a modo loro Samuel Beckett: i primi con una storia di meridione, in cui l’attesa di Godot diventa simbolo di una situazione che non cambia; i secondi puntando sull’aspetto più stilisticamente claustrofobico, con uno spettacolo di teatro di figura che ha vinto il premio Beckett&Puppet. Ancora teatro di figura con «Mani» di Teatrificio Esse, mentre è vicino al mimo – ma anche al teatro di movimento – lo spettacolo «Due» de La Fiera, che unisce leggerezza e ironia a un interessante lavoro sul corpo. Infine, ed è un sollievo constatarlo, tanto spazio per la danza. Alcuni nomi storici della scena capitolina, come Travirovesce con «Kreadanza studio» e Atacama, accanto a realtà ormai consolidate come Alessandra Cristiani, danzatrice butoh di Habillé d’eau e Lios, qui con un assolo. Ma anche spazio a piacevoli novità (almeno per chi scrive) come Cie Twain da Ladispoli. La danza tracima anche nella sezione performance, dove troviamo con il progetto Giano Maddalena Gana, anche lei proveniente dalle fila di Lios, come pure i quattro quinti di Zeitgeist, presenti con Danzesculture, e Manuela Giovagnetti, qui con «Decadi – secondo studio sull’umana fragilità». Tra gli spettacoli, infine, c’è «Studio in rosso» di Francesca Bonci, mentre con Maddai e Denoma finiamo nella sezione performance: i primi presentano il loro «Pezzounico», i secondi una performance modulare in tre “apparizioni” su «Santa Barbara». Altre suggestioni performative saranno allestite da «Il giocattolo con i fili» del Teatro delle Apparizioni, dalle istruzioni cortazariane di Psicopompo teatro e dalle visioni istallative dei TeatrAria; tra gli studi, invece, i primi venti minuti della nuova produzione di Raimondo Brandi con Piena Improvvisa.
Insomma, guardando il cartellone di questa manifestazione, viene da pensare che le chiacchiere del teatro indipendente romano siano più simili alle discussioni tra letterati alla Cupole che ai pomeriggi oziosi al bar dello sport. Dalla riflessione sulla memoria a quella sui linguaggi della modernità, dal confronto con la letteratura alle estetiche del movimento capaci di “verbalizzare” assai meglio della parola i sentimenti che suscita il fluttuare irrequieto del vivere contemporaneo, altrimenti stigmatizzato dall’afasia dell’anti-narrazione, quello che fuoriesce dagli spettacoli di questa scena è una riflessione estremamente plurale sulla realtà. Una riflessione stringente e puntuale, non tanto e non per forza nelle sue conclusioni – di questo potremo forse parlare a fine fiera – quanto nell’adesione intima al tema che si è scelto di indagare attraverso i linguaggi dell’arte. Un’adesione testimoniata dal meticciato espressivo con cui viene portata avanti questa indagine, segno di una ricerca di pertinenza, piuttosto che di un’adesione di maniera ad una singola soluzione espressiva. La sensazione di marginalità della scena “sommersa”, allora, è forse più che altro il sintomo della solitudine di chi lavora professionalmente in questo settore dell’arte avverte, per via della scarsa permeabilità dei circuiti ufficiali, di chi insomma dovrebbe far sì che questa ricchezza perduri ed abbia occasione di crescere e migliorare. Ma, ribaltando il punto di vista, viene da chiedersi se questa sterile chiusura non sia il sintomo di una marginalità di senso che corrisponde a una centralità economica. Per dirla con Fenoglio, un otre gonfio di serioso nulla. La qualità dei contenuti non è messa in discussione dai supporti. Per anni, in Cecoslovacchia, durante lo stalinismo, le produzioni letterarie più interessanti circolarono in edizioni «samizdat» (che in russo sta per “edito in proprio”). Certo, la conquista di una concreta cittadinanza da parte di questa comunità artistica non può passare dalle riserve indiane, e l’interessamento sostanziale – leggi economico – di un’istituzione come la Provincia è già un bel segnale. Sarà interessante registrare, nel lungo periodo, se questa attenzione delle istituzioni sarà in grado in futuro di smarcarsi dalla logica dell’evento per toccare gangli nervosi più sostanziali: gli spazi, la produzione, la distribuzione. A quel punto starà a tutti noi, comunità di artisti, critici, operatori e perché no politici, fare in modo che le fanzine autoprodotte proseguano la loro esistenza come patinati quaderni di filosofia.

[da Differenza n°0/2007 – speciale Teatri di Vetro]

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