Italia.biz

Italia.it, il portale per il turismo presentato da Prodi e Rutelli lo scorso 21 febbraio, passerà alla storia. Non per l’obiettivo che si prefigge, promuovere il turismo e la cultura italiana, ma per la spesa: 45 milioni di euro. E i lavori non sono ancora conclusi. «Il sito più caro del mondo», commentano i professionisti del settore. Nato sotto una cattiva stella – fu presentato la sera della crisi del governo Prodi – il portale per il turismo nazionale ha avuto una lunga gestazione, avviata nel 2004 dall’allora ministro per l’innovazione tecnologica, Lucio Stanca. È il risultato di tre anni di lavoro, ma la sua presentazione ha fatto imbestialire il popolo della rete.
Centinaia di utenti, rimpallando la discussione da un blog all’altro, cominciano a mostrarne i malfunzionamenti. Alla sua inaugurazione, Italia.it si apriva con un’animazione impossibile da evitare, violando le regole base per l’accessibilità che dal 2005 sono obbligatorie per la comunicazione istituzionale. Poco dopo la «gaffe» viene rimossa, ma è evidente che l’accessibilità è un problema strutturale dell’intera architettura. L’impaginazione della schermata, inoltre, è realizzata con le tabelle html: già dal 1999 si raccomanda di sostituirle con i fogli di stile Css.
Alcuni blog – come Scandalo Italiano che promuove una petizione on line da presentare al governo – ricostruiscono nel dettaglio l’uso dei soldi stanziati. Dei 45 milioni, circa 21 vengono destinati a progetti integrativi, da portare avanti con le singole Regioni, di cui ancora non si ha traccia. Otto milioni sono finiti nella piattaforma digitale e in un sistema di prenotazione on-line (“booking”) che doveva essere il pezzo forte dell’operazione. Altri quattro milioni sono andati per i contenuti e circa dodici per il completamento del progetto, la traduzione in otto lingue e la promozione. Tuttavia, al varo di Italia.it il sistema di “booking” non funziona, le lingue sono solo quattro e la piattaforma è di basso livello. C’è chi addirittura sostiene che l’Ibm, capogruppo dell’Ati vincitrice del bando, abbia usato un sistema già commercializzato anziché svilupparne uno ad hoc. Infine, i contenuti sono poco specifici. «A livello di quarta elementare», li definisce Gianni Sinni di SocialDesignZine: «Sono informazioni che non hanno alcun valore per il turista, e danno un’idea dell’assoluta incoerenza che è alla base di questo sito». Anche sulla traduzione c’è da ridire: diversi siti americani hanno sottolineato l’uso di parole inventate, il classico inglese maccheronico.
A dispetto dei tre anni di gestazione, il nuovo portale del turismo sembra messo su di corsa. Un sospetto confermato dalla testimonianza di una persona impegnata nel progetto, che per questo chiede di restare anonima. In un messaggio del 24 febbraio inviato a Scandalo Italiano, costui scrive: «Non bisogna partire dal presupposto che i 45 milioni siano stati investiti sullo sviluppo web e che ci stiano lavorando da anni. Da quello che ho capito il portale è stato montato in fretta e furia negli ultimi mesi. La progettazione di massima è iniziata l’estate scorsa e la maggior parte del sito è stata definita e sviluppata fra dicembre e febbraio. Le cose più controverse, come la doppia introduzione o molti contenuti multimediali, sono stati decisi a un paio di settimane dal lancio. Ho motivo di credere che per la realizzazione tecnica non siano state coinvolte più di una decina di persone, che hanno lavorato giorno e notte per mettere in piedi qualcosa di presentabile». Una versione che, se vera, spiegherebbe perché Italia.it ha tanti difetti.
L’iter per la progettazione e lo sviluppo di Italia.it, passato dal governo Berlusconi a Prodi, riflette la tendenza sprecona delle amministrazioni, orientate al gigantismo mediatico. Un atteggiamento appesantito ulteriormente – nei tempi e nelle risorse – dalla scarse competenze di chi gestisce i bandi. Ideato il 16 marzo 2004 dal Comitato dei ministri per la Società dell’Informazione presieduto da Stanca, il progetto «Scegli Italia» aveva come obiettivo di realizzare “una piattaforma digitale interattiva e la messa in opera del portale del turismo”. Allo scopo vengono stanziati indicativamente 140 milioni di euro: 40 destinati allo sviluppo della piattaforma e ben 100 milioni per i contenuti. Una cifra faraonica che nel corso del tempo si è assottigliata fino agli attuali 45 milioni. Troppi comunque, visti i risultati, e considerando le basi su cui poggia l’idea di un portale monolitico: il web va verso contenuti diffusi e condivisi, aggiornabili dalle esperienze incrociate degli utenti. Nulla di più lontano dalla filosofia di Italia.it.
Viene promosso un bando di gara da Innovazione Italia Spa, una società a capitale pubblico che fa capo a Sviluppo Italia. Sviluppo Italia incarna in pieno il maquillage aziendalista che la pubblicam amministrazione si è data in epoca berlusconiana: Sviluppo Italia è composta da 28 Spa, 17 a carattere regionale e 11 a progetto. Tra queste, Innovazione Italia.
Il bando di gara, datato 28 febbraio 2005, fissa la scadenza per le domande al 15 marzo. Un periodo di tempo piuttosto breve per un bando così cospicuo. Ad ogni modo, le imprese in grado di parteciparvi non sono tante, perché tra i requisiti richiesti c’è un fatturato di 12 milioni di euro nei tre anni precedenti. Le tappe successive sono la presentazione del progetto (16 maggio) e l’assegnazione dell’incarico al vincitore (16 settembre) che, da bando, avrebbe dovuto rendere disponibile on-line la piattaforma “entro tre mesi dall’aggiudicazione”. Una richiesta che palesa le scarse conoscenze tecniche di chi lo ha elaborato.
I dubbi sull’operazione aumentano se, oltre all’incompetenza, si guarda agli interessi in campo. Con Ibm Italia, capogruppo dell’Ati vincitrice, hanno avuto a che fare sia l’ex ministro Stanca, che prima di entrare a far parte del governo Berlusconi ne era amministratore delegato, sia Roberto Falavolti, l’attuale amministratore delegato di Innovazione Italia Spa, che lì ha iniziato la sua carriera.
Il presidente di Innovazione Italia, Andrea Mancinelli, è anche consigliere a quel Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che ha promosso la gara per il marchio «Italia» da cui è uscito vincitore il progetto della Landor, una multinazionale del “branding”. Nella giuria, oltre allo stesso Mancinelli, sedeva anche Umberto Paolucci, presidente di Microsoft Italia e vice presidente della Microsoft Corporation, che è un cliente storico della Landor. Cosa c’entra il vice presidente di Microsoft con un progetto simile? C’entra, perché Paolucci è anche presidente dell’Enit (agenzia nazionale per il turismo), una nomina voluta da Rutelli. Inoltre, l’attuale ministro per le riforme e le innovazioni del governo Prodi, Luigi Nicolais, che assieme a Rutelli è il promotore della scelta del governo di portare avanti il progetto nato con Stanca, nel 2005 è entrato a far parte del consiglio d’amministrazione di Its Spa, la seconda società componente l’Ati vincitrice.
A Nicolais si deve anche una direttiva che esonera le società a capitale statale, come Innovazione Italia, dal tetto di spesa per gli amministratori (500 mila euro l’anno, più 250 mila di premi di produzione) e dall’obbligo di pubblicità degli stipendi dei manager sanciti dalla finanziaria. Motivo: la libera concorrenza tra i manager, contesi tra pubblico e privato. E spesso con un piede in entrambi i mondi, virtuali e non.

[da Carta n°12/2007]

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...