Il più brutto logo del mondo. Intervista a Gianni Sinni

Gianni Sinni è il presidente dell’Aiap, l’Associazione dei grafici pubblicitari italiani, che ha criticato il portale Italia.it e ha promosso una petizione, presentata al ministero dei beni culturali e alla commissione cultura della camera. «Ci siamo interessati alla vicenda perché, alla presentazione del marchio, molti dei nostri associati sono insorti – spiega Sinni – La nostra associazione non aveva mai preso una posizione così netta nell’arco di cinquant’anni di storia». L’Aiap è anche promotrice di un blog, Social DesignZine, dove è possibile trovare il testo della petizione.

Quali critiche muovete a Italia.it?

Fin dall’inizio, avevamo segnalato come il concorso fosse stato portato avanti con una certa “leggerezza”, soprattutto senza rispettare le basi di trasparenza che un concorso di design richiede, specie se si tratta di soldi pubblici. Tuttavia, il marchio è solo un tassello in quello scandalo ben più grande che è il portale Italia.it

Vediamo nel dettaglio: quanto è costato il marchio?

C’era un budget di 100 mila euro, sulla base del quale sono stati presentati vari progetti. È risultato vincitore quello della Landor associated, che è la sezione italiana della Landor, multinazionale del “branding”, una delle maggiori imprese al mondo in questo campo, che ha presentato un progetto da 75 mila euro. Non ci ha sorpreso che abbia vinto un colosso simile: nel bando si specificava che i concorrenti dovessero avere un fatturato annuo di almeno un milione di euro negli ultimi tre anni. Solo le grandi aziende potevano partecipare. Ma il fatturato non è direttamente proporzionale alla creatività: basta pensare che uno dei marchi più famosi del mon-do, quello della Nike, è stato realizzato da uno studente alle prime armi. È stato privilegiato solo l’aspetto imprenditoriale. È un errore enorme, se si tiene conto che tanto il marchio quanto il sito dovrebbero avere anche un alto contenuto simbolico, dato che devono promuovere l’intera nazione, con il suo immenso patrimonio di cultura.
Altri difetti del bando sono la mancanza di anonimato dei progetti e il fatto che la giuria fosse formata esclusivamente da membri interni al ministero, senza nessuna preparazione specifica sull’argomento. Questa giuria, per colmare le scarse competenze, si è avvalsa della consulenza esterna (e ben retribuita) di personaggi come Laura Biagiotti e del figlio di Pininfarina: personaggi noti, ma che nulla hanno a che vedere con la comunicazione visiva. Anche se il risultato fosse stato all’altezza del compito, dunque, ci sarebbe stato comunque molto da ridire: con bandi simili, i soldi pubblici diventano esclusivo appannaggio delle grandi imprese. Ma il risultato, oltretutto, è deprecabile. Per questo si è levato un coro di proteste dei professionisti del settore.

Perché definite il risultato deprecabile?

Dal punto di vista grafico, sembra un prodotto fatto apposta per infrangere le norme di buona progettazione che insegnano in qualunque corso di comunicazione visiva. Ad esempio, utilizza ben quattro caratteri differenti in una parola di sole sei lettere che è “Italia”. E, da un punto di vista percettivo, i colori della bandiera sono invertiti. Poi c’è la T di “Italia”: un elaborato grafico che dovrebbe rappresentare lo stivale, ma nessuno riesce a vedercelo. È una forma “informe”, se mi passi il gioco. Insomma, è un lavoro che non riesce ad esplicitare i valori presenti nel bando di gara: calore, ricchezza, accoglienza. È un aspetto che in molti hanno notato, soprattutto all’estero: non ci sono riferimenti alle caratteristiche «emotive» che identificano l’Italia. Tanto meno ci sono aspetti inerenti alla sua storia o alla storia della grafica italiana, da sempre caratterizzata da estrema eleganza.

C’è poi la questione del “claim”: «L’Italia lascia il segno»…

È una caratteristica che non riguarda solo il “claim”, e getta ombra su tutto il progetto: l’originalità. Il marchio che forma la T di “Italia”, ad esempio, ricorda molto il logo della Logitech, ma anche il logo del partito spagnolo di Izquierda unida. La cosa è tanto evidente, da aver dato sponda a una serie di considerazioni bizzarre, come quella di Antonio Palmieri, di Forza Italia, che in un’interrogazione parlamentare ha chiesto come mai il centrosinistra abbia fatto vincere un logo che somiglia tanto a quello di un partito di sinistra, cogliendo la nota dolente dell’originalità di un progetto costato così tanto. E poi “L’Italia lascia il segno” non è altro che la traduzione letterale del “claim” usato dalla Spagna per la sua promozione in campo turistico, “Spain marks”. Già c’erano state abbondanti polemiche per il fatto che anche il Portogallo aveva copiato lo stesso “claim”…

Al varo del portale in rete è successo il finimondo. Centinaia di blogger imbestialiti hanno analizzato nel dettaglio tutte le falle. Ma sui giornali se ne è parlato poco. Come mai?

In rete c’è stato uno tsunami di polemiche, perché tocca da vicino la professionalità di molti che ci lavorano. Sui giornali,
invece, la notizia è stata praticamente ignorata: Repubblica ne ha parlato in un trafiletto, La Stampa ha fatto qualcosa di più sostanzioso, mentre il Corriere ne ha parlato solo nella sua versione on line [un articolo su L’Espresso è uscito dopo questa conversazione, ndr]. Eppure non si tratta di una questione tecnica, ma di 45 milioni di euro di soldi pubblici. Di solito, in casi simili, si crea prima un trambusto in rete, poi ripreso dai media, e alla fine la politica si interessa della questione. In questo caso, si è passato direttamente dal trambusto in rete alla politica, bypassando i comunicatori tradizionali, che in questo caso sono stati i più addormentati.

Facciamo un’ipotesi: quale potrebbe essere, secondo te, il valore reale di questo sito?

Tutti sanno che un sito di questa complessità non costa oltre qualche centinaio di migliaia di euro. Anche volendo gonfiare al massimo i compensi, è difficile immaginare di arrivare oltre il milione di euro. Ma 45 milioni è davvero una cifra impensabile. C’è poi da considerare il fatto che, oltre a tutte le problematiche già elencate, Italia.it non è in regola con i criteri di accessibilità resi obbligatori dallo stesso ministro Lucio Stanca alla fine del 2005 per la comunicazione istituzionale su web. Si tratta di una legge sacrosanta, che fa riferimento a parametri internazionali e che prevede che i contratti sottoscritti dalle amministrazioni che non rispettano questi criteri sono da ritenere nulli. Da questo punto di vista, il valore di quel portale è zero. Non andrebbe pagato.

[da Carta n°12/2007]

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