L’intimo fascino del cinema coreano

Dasepo naughy girls

La Corea del Sud è uno dei paesi asiatici che più hanno assorbito l’influenza economica e culturale degli Stati uniti, subendo una vera e propria colonizzazione dell’immaginario dopo quella ben più brutale del Giappone, che occupò militarmente la penisola nel 1910 imponendo la propria cultura fino alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia, mai come in questi ultimi anni la Corea ha avuto un ruolo di primo piano nella cinematografia asiatica e mondiale, testimoniato dalla forte presenza di pellicole coreane nei festival internazionali di tutto il mondo.
Per questo la quinta edizione del Samsung Korea Film Fest, in corso a Firenze fino al 30 marzo, ha scelto di incentrare l’edizione di quest’anno proprio sulla cultura coreana che resiste all’influsso giapponese prima e americano poi e sugli effetti dell’occidentalizzazione della società, ospitando una retrospettiva di uno dei più grandi cineasti coreani viventi, Im Kwon-taek.
Il regista settantenne ha incentrato la sua opera attorno alla riflessione sui valori tradizionali della cultura coreana e sugli effetti che i forti mutamenti socio-economici del suo paese hanno avuto su di essi. Tra i dodici film di questa retrospettiva (dieci dei quali in prima visione italiana), verranno proiettati «Mandala», pellicola incentrata sul buddismo che valse a Im Kwon-taek i primi riconoscimenti internazionali; «Sopyonje», che racconta il Pansori, la disciplina della sublimazione del dolore attraverso il canto, che fu repressa durante l’occupazione giapponese e che oggi è quasi totalmente dimenticata; «The surrogate mother», con cui tratteggia la condizione della donna nella società coreana patriarcale; e «Ebbro di donne e di pittura», un ritratto della Corea che segnò la sua consacrazione internazionale. Infine in «Festival», la storia (in parte autobiografica) di un popolare scrittore che ha perso la madre ottantenne, e per questo ritorna nel villaggio dove è nato e dove ancora vive la numerosa famiglia contadina, è un pretesto per documentare minuziosamente il complesso rituale funebre tradizionale coreano, che sta pian piano svanendo per venire soppiantato dal più sobrio e ridotto funerale occidentale.
Con i suoi venticinque film in programma, la settimana di festival iniziata il 23 marzo è un appuntamento imperdibile per gli appassionati di cinema asiatico. Tra i protagonisti di questa edizione, intitolata «Intimità coreane sul grande schermo», ci sono anche i registi Im Sang-soo e Lee Jae-yong. Di Sang-soo saranno proiettati tutti i lungometraggi: le contraddizioni di un paese in bilico tra tradizione e modernità sono un nodo centrale anche nell’opera di questo autore, che nelle sue pellicole indaga i tabù della società coreana. Tra queste c’è la commedia erotica, con qualche venatura amara, «Girls’ night out» [La cena delle vergini], che ruota attorno alle discorsi di tre giovani ragazze che dividono un appartamento e alle loro vicende amorose: Ho-jeong, architetto di successo che sfoga con libertà la sua passione per gli uomini; Yeon, che vuole portare avanti la sua relazione monogama col ragazzo, che però non si sente pronto per sposarla; e Soon, ricercatrice universitaria, romatica e ancora vergine. La cena è il momento dell’intimità e delle confessioni, dove le differenti vicende affrescano una società coreana attraversata al contempo da tabù e da una globalizzata voglia di vivere il sesso.
Lee Jae-yong, invece, nel suo «Dasepo Naughty Girls» [nella foto], propone una commistione di linguaggi e contenuti: commedia pop e sexy, «Dasepo» è un musical satirico sulla scuola coreana, un mondo tratteggiato come asfissiante e ipocrita da Jae-yong, che attraverso il linguaggio da commedia stralunata non risparmia affondi su temi “scabrosi” come la prostituzione delle liceali, le relazioni illecite tra alunni e insegnati, il bullismo, le discriminazioni razziali e la piaga dei suicidi giovanili. Alla fine però a prendere il sopravvento è la formula “pop” del musical, che trasforma tabù e ossessioni della società coreana in iperboli comiche di personaggi improbabili: studenti che fotografano ogni cosa ossessivamente coi telefonini, mafiosi a cui piace vestirsi da donna, padri e figli che si fingono donne in chat e si corteggiano senza saperlo per ottenere foto osé, fino a una battaglia finale contro uno spirito maligno (che non vuole lasciare gli studenti liberi di divertirsi) che pesca a mani basse dal pantheon della tradizione coreana.
Sia Lee Jae-yong che Im Sang-soo saranno presenti al festival, per incontrare il pubblico italiano rispettivamente lunedì 26 e martedì 27 marzo.
Infine non poteva mancare Kim Ki-duk, il regista coreano più conosciuto a livello internazionale, presente al festival fiorentino non come cineasta ma come oggetto filmico: «Kim Ki-duk, Cinéaste de la beauté convulsive» è un documentario sul regista coreano girato da Antoine Coppola, che verrà proiettato in anteprima nazionale.
Il programma completo del festival è su: http://www.koreafilmfest.org

[da Carta n°11/2007]

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