Leman: vogliamo poter sorridere. Intervista a Mehmet Çağçağ

Mehmet Çağçağ, oltre ad essere uno dei fondatori di «Leman» e autore di alcuni dei suoi personaggi più caratteristici, come il tassista Kozalak, è anche uno degli animatori del vero e proprio movimento che si è raccolto attorno alla rivista sui temi della modernizzazione civile: «‘Leman’ è un contributo al movimento di modernizzazione che attraversa tutta la Turchia», dice, raccontando una battaglia ventennale combattuta di settimana in settimana a colpi di matita.
«‘Leman’ è il simbolo della lotta che noi, ma non soltanto noi, stiamo facendo per ottenerle la Turchia che vogliamo, quella in cui vogliamo vivere. Che tipo di Turchia vogliamo? Una Turchia che riesce a tollerare le diversità, che non giudica le persone per i modi diversi di pensare. Una Turchia che rifiuta la discriminazione sessuale e lascia ad ognuno la libertà di pensare come meglio crede, senza incarcerare chi la pensa diversamente. Una Turchia dove i conservatori islamici non costringano le altre persone a vivere secondo i loro principi. Una Turchia che garantisca l’uguaglianza. Una Turchia che sorride».

Qual è il rapporto che il potere politico turco ha con la satira? È cambiato, da vent’anni a oggi?

Ci sono moltissimi punti bui, per la satira in Turchia, ma ce ne sono altrettanti luminosi. Ma, ad essere sinceri, le preoccupazioni maggiori che dobbiamo affrontare oggi non riguardano la Turchia, bensì la politica internazionale: la situazione in Medio oriente, soprattutto.

Erdoğan, il premier turco, ha intrapreso un’azione legale contro di te. Per quale motivo?

Il motivo è ovvio: abbiamo un premier conservatore islamico. È ovvio che ce l’abbia con noi. In Turchia i conservatori non hanno una mentalità aperta, non gradiscono la critica, tanto meno la satira. Perciò portano avanti azioni legali come questa. Il loro non è un rapporto risolto con la critica e la satira.

Come vedi il futuro della Turchia?

Ci sono ancora ostacoli da superare. Lo faremo con tenacia, combattendo con forza, così come abbiamo fatto con gli ostacoli che abbiamo incontrato fino ad ora. L’obiettivo è ampliare la libertà del popolo turco. Oggi «Leman» è diffusissimo tra i giovani universitari. Questi ragazzi un giorno avranno il potere in mano, governeranno la Turchia e la amministreranno: loro sono già persone diverse, più aperte e moderne. Perciò, quando questo cambio generazionale avverrà, la Turchia cambierà radicalmente.

Sulla rivista c’è uno spazio dedicato ai giovani dise-gnatori. Quali temi trattano, prevalentemente?

Parlano di cose che hanno a che fare con la quotidianità dei loro coetanei. Molti sono minorennni. Parlano di quello che è vicino a loro.

Di recente la Turchia è stata al centro delle cronache internazionali per l’omicidio del giornalista di origine armena Hrant Dink e per le successive minacce al premio Nobel Orhan Pamuk. Come hanno vissuto «Leman» e i suoi lettori questi avvenimenti?

La morte di Dink è stata una cosa tristissima. Lo consideravamo un amico. Era un giornalista che da sempre è stato dalla parte della pace, che lavorava instancabilmente per far incontrare e dialogare due popoli.
Come «Leman» ha trattato questa cosa? Abbiamo usato tre pagine, la copertina più le prime due, per raccontare lo shock che ci ha investito. Ma non ci siamo fermati lì: questo attentato è stato uno degli avvenimenti che più ha suscitato una reazione di protesta nella popolazione turca. Se ne è continuato a parlare per giorni e se ne parla tutt’ora. Ci sono state molte manifestazioni, tra cui una in un giorno infrasettimanale, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Questo significa che l’omicidio di Dink è stato vissuto con rabbia e angoscia da tutta la popolazione turca.
È una ferita molto grande, perché era un uomo importante e una persona molto buona. Però siamo sicuri che questi omicidi non potranno fermare il processo di modernizzazione che sta investendo la Turchia.

Dink era sotto processo a causa dell’articolo 301 del codice penale turco per offesa all’identità nazionale. Un articolo che limita la libertà di espressione delle minoranze, che l’Unione europea ha indicato come ostacolo all’ingresso della Turchia nell’unione. Com’è oggi lo stato di salute della libera espressione in Turchia?

L’articolo 301 trova i suoi sostenitori quasi esclusivamente nella parte conservatrice della società. Si tratta di un’arma politica che i conservatori islamici utilizzano per ostacolare chi non la pensa come loro. È un fatto molto pericoloso. Noi ovviamente, facendo satira, combattiamo per una libertà di espressione più estesa possibile. Ma spero che queste cose presto si supereranno.

Da vignettista come hai vissuto la vicenda delle vignette danesi su Maometto che hanno provocato reazioni violente nei paesi islamici più radicali?

C’è poco da dire. Si tratta di un lavoro che è stato più utile a far crescere la tensione, soffiando sul fuoco del conflitto. Non era certo un lavoro che andava a sostegno delle libertà individuali o di un progresso del dialogo e della pace. Perciò non è difendibile. La satira non può essere gratuita, deve avere una finalità etica.

Cosa ti aspetti dal pubblico italiano?

Basta che guardino il nostro lavoro. Così avranno modo di vedere qualcosa che si allontana dagli stereotipi che spesso sono diffusi in Europa sulla Turchia. Vedranno qualcosa che è molto più vicino alla realtà turca. D’altronde, la Turchia che si conosce attraverso l’arte è quella più vera.

[da Carta n°10/2007]

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