L’isola del tesoro condiviso

All’inizio del 2007 la notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo: Sealand, probabilmente il più piccolo stato indipendente del pianeta, è stato messo in vendita dai suoi occupanti, ovvero la famiglia regnante, nonché unica residente, del bizzarro principato autoproclamatosi indipendente una quarantina d’anni fa. Motivazione ufficiale dell’insolita “trasazione” – perché di vendita non si può parlare, visto che Sealand è tecnicamente una micronazione e non un qualunque bene alienabile – espresso dalla casa regnante per bocca del Principe Michael, è un laconico “siamo un po’ stufi di vivere qui”.
Come dare torto al principe reggente? Sealand, in realtà, non è altro che una piattaforma di metallo e cemento costruito su uno sperone di roccia in mezzo al Mare del nord. Insomma, un luogo che non evoca certo scenari fiabeschi, a discapito della sua vocazione “principesca”. Tanto è vero che la notizia della sua vendita, trattata dai giornali più che altro come una curiosità, ha suscistato la perplessità dei più, vista la sua collocazione piuttosto “fuori mano” – si può raggiungere Sealand esclusivamente in nave o in elicottero – che scoraggerebbe eventuali investitori interessati alla ricoversione della micronazione. Qualcuno ha provato ad avanzare l’ipotesi che il principato potrebbe fare gola agli squali della speculazione finanziaria, che potrebbero trasformarlo in un paradiso fiscale. Ipotesi remota, a dir la verità, perché Sealand non è mai stata riconosciuta ufficilemente.
Eppure al di là del folklore, Sealand a suo modo è stata una declinazione di quello spirito libertario che ha attraversato il pianeta negli anni sessanta, e pure restando poco più che “un’incursione dell’immaginario” nella realtà, ha saputo suscitare gli entusiasmi di chi, nella bizzara scelta di un ex militare inglese di occupare un’isola artificiale e dichiarasi indipendente, ha letto la crisi dello stato-nazione e la progressiva affermazione delle libertà individuali. D’altronde, lo stesso principato fa della libertà la propria bandiera, tanto che nel sito ufficiale http://www.sealandgov.org si può leggere: “Quella di Sealand è la storia di una battaglia per la libertà. Sealand è stata fondata sul principio che un gruppo di persone, stanche delle restrizioni e delle leggi oppressive degli stati esistenti, può dichiarare la propria indipendenza alla giurisdizione di una istituzione superiore”.
Oggi, a quarant’anni dalla sua fondazione, la storia di Sealand potrebbe incrociare quella di un’altra battaglia per la libertà, quella contro il copyright e per la libera circolazione delle idee e delle opere dell’ingegno.

Un po’ di storia

Nonostante una fondazione piuttosto recente, il principato di Sealand vanta una storia a tratti perfino rocambolesca, con guerre e colpi di stato, da far invidia alle casate più blasonate della vecchia Europa.
La sua creazione risale ai tempi della seconda guerra mondiale, quando le forze armate inglesi decidono di costruire a largo delle acque territoriali delle Roughs Towers – letteralmente “torri tempestose” – in funzione antiaerea: delle piccole isole artificiali dotate di radar e armamenti, presidiate da circa 200 soldati che hanno il compito di controllare i vascelli che si avvicinano all’estuario del Tamigi e di difendere quelli in uscita. Siamo nel 1941. La cinta difensiva di forti marini progettata da Guy Maunsell, ribattezzata His Majesty’s Fort Roughs, resta attiva per quattro anni, fino alla fine della guerra, quando le fortificazioni vengono abbandonate.
Nel 1967, l’ex maggiore Paddy Roy Bates e sua moglie Joan occupano la fortificazione a largo delle coste del Suffolk, regione orientale dell’Inghilterra, e il 2 settembre dello stesso anno dichiarano l’indipendenza. Roy Bates è un radio pirata e intende impiantare sulla piattaforma un’emittente libera. Due anni prima, nel 1965, Bates aveva dato vità ad un’emittente illegale in un altro forte chiamato John Knox, dopo una disputa con gli occupanti del forte e creatori di Radio City. Il suo obiettivo è trasmette in tutto il paese, ma viene condannato per “trasmissione illegale di segnale radio” (in quegli anni la Bbc detiene ancore il monopolio del’etere).
Così decide di eludere la giurisdizione inglese e sposta la sua apparecchiatura sulla “Torre tempestosa”. La struttura è già occupata da altri radio pirati, ma Bates ha la meglio.
L’isola artificiale, che conta appena 550 metri quadrati di estensione, si trova a poco più di sette miglia dal suolo inglese – circa 11 chilometri – ovvero in piene acque internazionali. Tanto basta al maggiore Bates per dichiararsi fuori della giurisdizione britannica e, come nella più classica storia di corsari, il pirata Roy diventa “sua altezza reale il principe Roy primo”. Ovviamente, si tratta di un’autprocalmazione. L’isola viene ribattezzata Sealand, terra del mare, e il neostato assume il motto latino “E mare libertas” – dal mare la libertà – a testimonianza della propria vocazione libertaria.

Anarchia e araldica

Forse a causa del legame quasi ancestrale che gli inglesi hanno con l’istituzione della monarchia, i simboli assunti dal principato sono uno strano ibrido: da un lato, uno stemma araldico in piena regola, con due tritoni alati che reggono uno scudo con una corona in cima e una fascia in calce recante il motto latino; dall’altro, una bandiera che ricorda qualla anarchica, rosso-nera tagliata obliquamente, con una fascia bianca nel mezzo.
Nel 1968 il figlio di Roy, Michael, viene convocato a giudizio per la prima “controversia internazionale” che interessa il neo-principato. Alcuni colpi vengono sparati all’indirizzo di un vascello della marina di sua maestà (quella inglese). La versione degli occupanti della piattaforma è che si trattava di un tentativo di espellere i Bates dalla fortificazione; quella dei militari inglesi, che la nave era lì per riparare una boa di navigazione nelle vicinanze. La faccenda finisce in tribunale che stabilisce che l’incidente, essendo avvenuto fuori delle acque territoriali inglesi, non era di sua competenza, poiché non aveva alcuna giurisdizione su quanto avvenuto.
Per il principe Roy la sentenza della corte è il primo riconoscimento formale, benché indiretto, dell’esistenza di Sealand e della sua giuridizione autonoma. Il novello principe va avanti con il suo progetto di fondazione di un nuovo stato: stampa passaporti e francobolli, istituisce un servizio di posta internazionale in accordo con il Belgio e proclama la monarchia costituzionale. Il suo sogno – che non si realizzerà – è di creare un albergo di lusso e un casinò sulla piattaforma, per finanziare un’emittente televisiva. Crea persino una valuta corrente: conia monete d’oro e d’argento, il dollaro di Sealand, ancorato alla valuta statunitense. Ma vista l’impossibilità di creare un’economia indipendente in una micronazione, il dollaro silandese diventa più che altro un oggetto per collezionisti.

Il golpe

Nel 1975 Bates promulga una costituzione di sette articoli e istuisce un governo composto da un primo ministro e tre ministeri: interni, esteri e ovviamente telecomunicazioni. Roy I ancora lo ignora, ma si tratta di un provvedimento che apre la strada al primo colpo di stato della storia di Sealand. Tre anni più tradi, nel 1978, il primo ministro designato, il professor Alexander G. Achenbach, di origine tedesca, approfitta dell’assenza di Bates per rapire il figlio Michael e prendere possesso del principato. Con lui ci sono alcuni uomini d’affari olandesi, venuti sull’isola per discutere di un investimento.
Bates torna a Sealand con un elicottero d’assalto e un gruppo di mercenari, riprende il controllo del principato e dichiara i rapitori “prigioneri di guerra”. Sventato il tentativo di golpe e cessata la guerra, i cittadini olandesi vengono rimpatriati, mentre l’ex primo ministro Achenbach resta prigionero a tempo “intederminato”. I governi di Germania e Olanda presentano al governo di Londra una richiesta di rilascio del professore, ma la Gran Bretagna declina ogni resposabilità, citando la sentenza del 1968.
Alla Germania non resta che inviare un diplomatico a Sealand per negoziare il rilascio del cittadino tedesco. Bates cede dopo diverse settimane, affermando che dopo il riconoscimento «de jure» della corte inglese, quella visita diplomatica costituiva il riconoscimento «de facto» da parte della Germania del piccolo principato. Ancora oggi su questi due avvenimenti si fonda la pretesa – e da molti non condivisa – indipendenza della Terra del Mare.
Ma la vicenda del golpe non si conclude con l’espulsione di Achenbach dall’isola. Il professore, tornato nel suo paese, dà vita a un “governo in esilio” di cui assume la guida fino al 1989, quando cederà la sua carica al ministro per la cooperazione economica, Johannes Seiger. Nei primi anni novanta del secolo scorso il governo di Seiger mette in circolazione dei dollari silandesi con l’effige del primo ministro. Di lì a poco cominciano a comparire passaporti falsi, se ne contano ben 150mila contro i trecento esemplari “originali” emessi dal principato nel corso di trent’anni. I finti passaporti silandesi furono utilizzati in truffe e persino in crimini di alto profilo, compreso – secondo Wikipedia – l’omicidio di Gianni Versace.
Siamo nel 1997. Il governo di Sealand, attraverso il suo sito ufficiale, accusa il governo di Seiger dell’accaduto. Di conseguenza, il principato blocca i passaporti in circolazione che, secondo la versione ufficiale, erano stati rilasciati esclusivamente «a quelle persone che hanno in qualche modo aiutato Sealand», e non sono mai stati messi in vendita.

Un’avventura in declino

Torniamo ai nostri giorni. Lo scorso anno, nell’estate del 2006, Sealand subisce un grave incendio che compromette seriamente gran parte delle strutture abitative dell’isola. Le cose nel frattempo sono cambiate: a causa delle condizioni di salute del padre, dal 1999 Michael è diventato principe reggente e la famiglia Bates si è trasferita in Inghilterra, soggiornando solo saltuariamente sull’isola. Dal 2000 la HavenCo, una «data heaven company» – letteralmente un “paradiso digitale” – stabilisce la propria sede su Sealand, garantendo la sicurezza dell’isola e sfruttando in cambio la sua posizione geografica: un paradiso digitale, infatti, è un server generalmente allestito in un paese con leggi permissive in materia di circolazione dei dati in rete, che fornisce servizi a chi si trova in paesi dove vige la censura.
Roy ha ormai 85 anni, e forse ha chiuso in un cassetto le sue avventure di principe e pirata. Michael segue le orme del padre, cercando di dare lustro al pricipato grazie allo sport. Nel 2003 la squadra danese del Vestbjerg Vintage Idrætsforening accetta di rappresentare il principato nelle competizioni internazionali, con la «declaratio regius» promulgata dal principe reggente, la Nazionale di calcio di Sealand. Sempre nello stesso anno, l’atleta canadese Darren Blackburn si offre di rappresentare il principato nella disciplina della maratona.
Ma anche se nel 2004 James, il figlio di Michael, partecipa a una conferenza sulle micronazioni promossa dall’università del Sunderland in qualità di «principe reale», il sogno di Sealand è ormai in declino. L’incendio del 2006 è il colpo di grazia. Allo scoccare del quarantesimo anniversario della fondazione il principato viene messo in vendita.

La baia dei pirati

Ma chiusa un’avventura può sempre cominciarne un’altra. Come a suo tempo il pirata Roy vide in uno sperone di roccia la possibilità concreta della libertà radiofonica, così quarant’anni più tardi un gruppo di pirati informatici ha deciso di lanciarsi all’arrembaggio del principato. Non certo con i cannoni e col pugnale tra i denti, ma lanciando una colletta on-line per acquistare l’isola.
The Pirate Bay è un sito per lo scambio di «bit torrent» – letteralmente «torrente di bit», ovvero un protocollo per la distribuzione e la condivisione dei dati – gestito da un gruppo di hacker. Come tutti i siti che consentono il «peer to peer», solitamente infrangendo le varie normative nazionali in materia di copyright, anche http://thepiratebay.org opera ai margini della legalità. La soluzione, in questi casi, è impiantare fisicamente i computer in un paese dalle leggi permissive, anche se può sempre accadere che su pressione dei paesi occidentali, influenzati dalle lobby del copyright, le normative cambino repentinamente – come è accaduto di recente in Russia.
La soluzione sarebbe dichiararsi indipendenti dalla giurisdizione di una qualunque entità sovrana, e l’acquisto di una micronazione con un suo proprio ordinamento statuale è la via d’uscita perfetta. I pirati della baia aprono un blog – http://buysealand.com – e annunciano al mondo dei cyberlibertari il loro progetto: raccogliere almeno 50mila dollari – la base d’asta – e tentare l’arrembaggio di Sealand. È il 9 di gennaio: nel giro di due settimane i pirati informatici raccolgono ben 20.982 dollari. Nel frattempo partono i “negoziati” – ovviamente via email – tra i pirati del web e la dinastia fondata da un ex radio pirata. Ma qualcosa si inceppa. La famiglia Bates decide di rivolgersi a un’agenzia immobiliare, la spagnola InmoNaranja, con sede a Montril, Granada – tra le poche al mondo specializzate nella vendita di isole. La stima del valore di Sealand raggiunge quota 750 milioni di euro. Una cifra astronomica.
Sul sito della InmoNaranja affermano che la cifra è indicativa, e lo stesso principe Michael sembra aver minimizzato. Gabriel Medina, direttore dell’immobiliare, assicura che saranno prese in considerazione anche proposte meno consistenti, ma solo in caso di presentazione di un progetto dettagliato sul futuro di Sealand: «L’acquisto è vincolato ad una clausula che vieta qualque attività che possa danneggiare il Regno Unito», spiega. Il file sharing è tra queste? Non è dato saperlo.
L’immobiliare spagnola, che si dice stupita dall’«eccessivo interesse» mostrato dalle imprese nordamericane verso Sealand, afferma di aver appreso dell’interessamento di The Pirate Bay. «Sealand è nata come sede di una radio pirata che trasmetteva dalle acque internazionali – si legge su http://www.inmobiliarianaranja.es – Quale destino migliore che tornate alle origini e, al posto del segnale che la vecchia radio pirata inviava nell’etere, diventare l’origine di un segnale che attraverso le nuove tecnologie giunge ai computer di tutto il mondo?».
Tuttavia Medina afferma di non aver ancora ricevuto una proposta dai pirati della baia. Considerando le condizioni di partenza non si stenta a crederlo.

La libertà è ovunque

In un’avventura che si rispetti è possibile che una ciurma di pirati si imbatta in una bonaccia, e in certi momenti si può persino disperare della riuscita del viaggio. Ma non bisogna mai darsi per vinti. Così la pensano i pirati della baia, che hanno deciso di escogitare un piano B: acquistare un’isola e dichiararsi indipendenti.
«Se non saremo in grado in comprare Sealand, cercheremo un’altra isola», spiega Peter, un hacker che preferisce restare anonimo, in un’intervista a freenationblog.com. In questo modo le donazioni ricevute non andranno perdute. «Ci sono isole in vendita in ogni parte del mondo», aggiunge Gottfrid, «basta raggiungere il budget per acquistarne una e dichiararsi indipendenti».
«L’idea è che quando avremo terminato i negoziati con Sealand – e spero che vadano avanti – saremo in grado di decidere cosa comprare», dice Peter. E alla domanda se l’acquisto di Sealand sia un progetto serio o solo «una cosa divertente», riponde: «Certo che è divertente, ma dietro le cose divertenti possono esserci idee serie. Sarà l’ennesimo segnale per le autorità dell’assurdità del loro comportamento».
L’arrembaggio, dunque, è ancora in corso. Non resta che intonare «Quindici uomini sulla cassa del morto… e una bottiglia di rum».

[da Carta n°07/2007]

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