Amleto e la cicoria

Alcuni mesi fa è uscito per la piccola casa editrice pisana Titivillus un volume dal titolo «Cicoria. Del teatro di Ascanio Celestini e Gaetano Ventriglia» [221 pagine, 14 euro]. Il libro, curato da Simone Soriani, ricercatore dell’università di Pisa, ricostruisce lo spettacolo «Cicoria. In fondo al mondo Pasolini», che segna l’incontro dei due artisti e delle rispettive sensibilità. Il libro, oltre che dal testo dello spettacolo, è composto dalle testimonianze di chi ha avuto a che fare a vario titolo con esso, da critici come Antonio Audino e Andrea Porcheddu ad artisti come Andrea Cosentino, passando per i saggi di Attilio Scarpellini, del docente del Dams Gerardo Guccini e dello stesso Soriani. Lo spettacolo, ideato e composto dai due artisti, restituiva l’intesa che si era creata tra Celestini e Ventriglia intrecciando la vena affabulatoria del primo a quella onirica del secondo. Sensibilità espressive e poetiche che, nel corso degli anni a venire, si sarebbero consolidate nei rispettivi percorsi artistici.
Del lavoro Ascanio Celestini oggi sappiamo praticamente tutto, grazie al fascino del suo approccio alla narrazione, in bilico tra racconto antropologico e realismo magico, che ha traghettato il suo teatro verso una platea trasversale e non solo teatrale. Anche il teatro di Gaetano Ventriglia, pur essendo rimasto entro i circuiti del teatro di ricerca, è un esempio altrettanto luminoso di sintesi tra visione e racconto, con la differenza che al centro del suo lavoro non c’è la narrazione di una storia, ma la sua rifrazione onirica. Come avviene in «Kitèmmùrt», spettacolo sulla figura di Amleto, che dopo le date al teatro Furio Camillo di Roma a inizio anno, sarà a Livoro allo spazio Fuoricentro [via Grotta delle Fate] i giorni 5, 6, 18 e 19 febbraio, nell’ambito di un laboratorio basato sul personaggio shakespeariano che l’artista foggiano sta tenendo con un gruppo di giovani attori, per poi riprendere all’Oda Teatro di Foggia.
L’assolo di Ventriglia ripercorre la vicenda del principe di Danimarca, meglio, le sue ossesioni lunari, notturne, fantasmatiche, che emergono dal buio e nel buio scompaiono, frantumando ogni possibilità di racconto, di ricordo. Come anche la scena, che non c’è, non si vede, è un mare di notte, si avverte soltanto il suo fluttuare inquieto. Ma quella dell’Amleto di Ventriglia, che parla foggiano, è un’inquietudine che subito si scioglie nell’ironia, un’ironia straniante a cui l’attore dà vita con pochi elementi, una giacca, una bacinella, un po’ di terra.
E così il romaticismo si scioglie sulle note di «Adesso tu» di Eros Ramazzotti, e la “bella” Ofelia –  il volto scavato dello stesso Ventriglia con un velo in testa – viene allontanata da Amleto con un messaggio “patetico”, nel senso etimologico del termine, registrato sulla segreteria telefonica, che pure ricorda il citofono di «Berta», un vecchio recital degli Squallor. E l’importanza di ricordare, urlata ad Amleto dal fantasma del padre, si infrange sul fare deferente e schivo dell’attore, che sul finale chiede al pubblico altrettanto, «ma così… senza impegno». È il senso della tragedia che si rovescia in farsa, e ci parla del presente assai più che se lo raccontasse.
A marzo Ventriglia debutterà con «I can’t get no satisfaction», lavoro con cui l’attore foggiano torna a concentrarsi con Dostoevskij (I ricordi dal sotto suolo) dopo «Nella luce idiota». Dal 9 all’11 marzo al teatro Francesco di Bartolo di Buti [Pisa].

[da Carta n°04/2007]

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