Cosentino e le intermittenze della morte

Il Teatro della Cooperativa di Milano riprende la stagione con un doppio appuntamento che vede protagonista Andrea Cosentino, in scena con il suo dittico: «L’asino albino» [fino a domenica 14 gennaio] e «Angelica» [dal 16 al 21]. Artista tra i più interessanti degli ultimi anni, nei suoi monologhi Cosentino intreccia storie che si aprono in continuazione senza mai concludersi, dando vita a una spirale metanarrativa, carica di una comicità trasversale e intelligente, perla rara in un panorama come quello odierno, in cui nella contrapposizione tra l’evasione nazional-popolare e l’impegno monolitico resta assai poco spazio a chi cerca di raccontare la contemporaneità con acume e leggerezza.
Al centro de «L’asino albino» c’è – o dovrebbe esserci – la storia di Razmataz, nome di fantasia che Cosentino dà a un brigatista ex-detenuto nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara, piccola isola della Sardegna dove vive una rara specie di asino albino, oggi meta di villeggianti. Ma pian piano si devia, e nel racconto c’è anche la storia dello stesso narratore, che intervista l’ex brigatista per fare uno spettacolo, ma non riesce a spiegare a suo padre che lavoro sta facendo. E ci sono le microstorie dei turisti in gita sull’isola oggi riserva naturale, ben poco interessati alla storia del famigerato carcere: dalla coppia anglosassone ossessionata dalle insolazioni fino allo yuppie, con il figlio che sa distinguere gli animali “spiaccicati” sulla strada ma resta meravigliato quando scopre che un tempo erano vivi.
Se «L’Asino albino», a detta del suo autore, è uno spettacolo sul tempo che passa, «Angelica» è invece uno spettacolo sulla morte. La morte mediatica di Giovanni Paolo II, su cui Cosentino – invitato a partecipare a una manifestazione di narrazioni su Roma in cui “c’è anche Ascanio e la Curino” – pensa di lavorare, restando ancora una volta invischiato in una infinità di incipt ripetuti in italiano, gramelot, inglese maccheronico, senza incappare neppure nella possibilità di una conclusione. Ma la morte di questo papa-burattino-bebè che si affaccia da una carrozzina, storia che si incrocia con quella del bebè lanciato dalla madre del racconto in cerca di una benedizione e con quella della personale ricerca della paternità del narratore, crea un ulteriore cortocircuito con un’altra morte. Quella, anch’essa mediatica, di Angelica, attricetta di una soap, costretta a “morire” un’infinità di volte finché la scena non riesce e il regista può dire finalmente “è morta bene”.
Cosentino è un’abile manovratore di maschere: i suoi personaggi-macchietta, resi con poco più che una “vocina” e una postura caricaturale, tornano di spettacolo in spettacolo – come il romano ossessionato dalle sigarette, presente anche ne «l’Asino albino», o la vecchina abruzzese due volte spettatrice della soap: in tv e a casa sua, affittata come “location” per le riprese, e per questo già sa che “lei alla fine muore”. Ma dietro le maschere chi spunta è lui, il Cosentino narratore di un racconto impossibile, che ci spiega le mille associazioni spesso arbitrarie e personali che danno vita allo spettacolo, raccontandoci persino un saggio di Pasolini sul montaggio cinematografico (che, utilizzando solo le parti utili, opera sul film quello che la morte opera sulla vita dell’uomo, dandole sintesi e un senso compiuto).
Pur utilizzando un linguaggio, quello della affabulazione comica, che a ragione si inserisce nel grande filone della narrazione, in realtà il teatro di Andrea Cosentino mette in scena l’afasia della contemporaneità, l’impossibilità di raccontare in modo lineare (e con una morale lineare) le vicende che ci circondano. L’esatto contrario di ciò che accade negli spettacoli di narrazione, dove la storia si dipana seguendo un filo “moralmente” condiviso dal pubblico. In questo senso Cosentino è assai più vicino ai teatri degli anni novanta – a cui appartiene per generazione – quelli che ragionano sulla cosiddetta post-modernità; ma anziché rappresentarla con i suoi stessi linguaggi, spesso moltiplicati all’infinito in un’amplificazione che giunge a sfiorare il compiacimento, Cosentino ce ne parla usando solo i mezzi tradizionali del teatro: la voce, l’imitazione, i controluce, un utilizzo formidabile dei tempi e delle pause, che caricano l’avvitarsi della narrazione su se stessa di una comicità tagliente, che rende lo spettacolo trasversale. Il “disvelamento” allora si fa illuminante, come la scena memorabile in cui, alternando pupazzi di vari dimensioni dietro una tv senza schermo, riproduce i vari piani di inquadratura della soap, scardinando quel linguaggio filmico a cui l’occhio è assuefatto.
Se «L’Asino albino» risulta nel suo complesso uno spettacolo più lirico, con un finale di grande impatto emotivo, dove un Cosentino trasformato in asino ci ricorda il paese dei balocchi da cui provengono i turisti “smemorati” la cui più autentica forma di espressione – spiega l’autore – è un raglio di dolore, in «Angelica» l’afasia di Cosentino raggiunge una raffinatezza e (può sembrare un ossimoro) una compiutezza che riescono a sfiorare insieme corde altissime di intensità emotiva, riflessione rigorosa e travolgente comicità.

[da Carta n°01/2007]

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