La classe operaia va in teatro. Intervista a Ulderico Pesce

ulderico-pesceDopo aver raccontato in giro per l’Italia rivolte bracciantili, storie di anarchici e di rifiuti nucleari, Ulderico Pesce ha debuttato in questi giorni al Piccolo Jovinelli di Roma con «FIATo sul collo», in scena fino al 21 dicembre. Lo spettacolo racconta della lotta sindacale degli operai dello stabilimento Fiat di Melfi, ed è uno degli eventi del centenario della Cgil. Ma visto che Ulderico è lucano come buona parte degli operai, la genesi di «FIATo sul collo» ha una storia ben più lunga della rivolta del 2004. Ce lo ha raccontato in una chiacchierata prima del debutto.

Come è nato lo spettacolo?

Lo studio risale al 1999-2000. Vivendo prevalentemente in Basilicata ho modo di sapere quello che accade nella mia regione. Sono amico di molti operai che lavorano allo stabilimento fiat di Melfi, che è lo stabilimento automobilistico più grande d’Europa ad aver adottato una metodologia di lavoro giapponese. La cosiddetta fabbrica integrata, inventata dalla Toyota, passata in 5 anni ad essere la prima casa produttrice di automobili al mondo. Ne fabbricano 3 milioni 500 mila con questo metodo di lavoro, cosiddetto «postfordista», dove l’operaio «compartecipa». Ma la realtà è ben diversa: per produrre tutte quelle auto gli operai vengono schiavizzati. Le zone dell’Asia dove sorgono questi stabilimenti sono caratterizzate da scarsa coscienza del lavoro o da povertà diffusa. Giappone, Corea, India rappresentano il cosiddetto «prato verde». Lo stesso vale per la Basilicata, che a livello di lotte sindacali era considerata, nel 1999, «prato verde». La gente aveva bisogno di lavoro, non c’era altra chance che l’emigrazione. Per questo hanno scelto Melfi per aprire lo stabilimento. Nel 1994, quando seppi le modalità con cui alcuni miei amici erano stati selezionati per diventare operai del nuovo stabilimento, mi allarmai. Anzitutto non prendevano gente diplomata, solo persone con la terza media. Non voglio generalizzare – perché esistono dei geni che non hanno mai finito le elementari – ma questi parametri la dicono lunga: cercavano persone appena alfabetizzate. L’altra cosa inquietante era una prova a cui sottoponevano i candidati: facevano montare un puzzle di Bambi. Tutti i 5100 operai assunti hanno dovuto farlo. Volevano testare la loro capacità di assemblare. Davano 2 minuti di tempo: chi ci metteva di meno veniva preso, chi di più era scartato.

Lo stesso tipo di prova che facevano fare a Ellis Island agli immigrati, come mostra Crialese nel suo film «Nuovo mondo»?

Esattamente. Nel 2004, dopo 10 anni di vita dello stabilimento, avevo già intervistato circa 300 operai. Quell’anno scoppiò la rivolta sindacale. Gli operai chiedevano cose sacrosante: si rifiutavano, innanzi tutto, di guadagnare il 10 per cento in meno degli altri operai fiat nel resto di Italia. Questo accadeva in base all’accordo fatto dalla Fiat, che veniva ad aprire questo stabilimento in Basilicata in cambio di 6.000 miliardi di vecchie lire e della possibilità di adottare un diverso sistema retributivo con gli operai lucani e pugliesi: il 10 per cento in meno degli altri. E poi dovevano accettare la metodologia di lavoro, la cosiddetta «doppia battuta». Il metodo inventato dall’ingegnere giapponese Taichi Ono si basa su un principio molto semplice: le macchine dello stabilimento non devono stare mai ferme. Negli stati occidentali di solito le macchine di notte si fermano o lavorano a bassissimo regime. Al contrario, in Basilicata funzionavano a pieno ritmo anche di notte, grazie alla doppia battuta, che prevede questo: in un mese si lavora la prima settimana di mattino, la seconda settimana di pomeriggio, e per due settimane consecutive di notte. Uomini e donne indistintamente. In nessuna fabbrica d’Europa le donne lavorano di notte. Tranne che a Melfi. Degli amici che lavorano nello stabilimento mi hanno fatto vedere dei referti medici – che sono diventati la base del mio spettacolo – dove si dichiarava che le operaie incinte rischiavano di perdere i bambini perché il ritmo cardiaco cambiava di continuo. Se lavori di notte, prima o poi il tuo organismo si adegua; se cambi turni di continuo, no.
Poi c’era la questione dei provvedimenti disciplinari. Ne venivano fatti a catena.Nel solo 2004 sono stati emanati 5000 provvedimenti disciplinari. Su 5100 operai, è quasi uno a testa, in media. Possibile che siano tutti insubordinati? In realtà, utilizzavano l’articolo 25A del contratto nazionale [quello che disciplina il licenziamento su preavviso] per minare la dignità del lavoro. Se un operaio si assenta tre volte in un giorno per andare in bagno, in quel sistema le cose rallentano. Allora si ricorreva al provvedimento disciplinare. Praticamente la schiavitù istituzionalizzata.
Dopo i fatti del 2004, sono partito dal racconto dello sciopero per mettere in scena tutta la faccenda. Un mio amico che fa l’operaio mi ha raccontato la sua storia, che è diventata la base dello spettacolo. «Mia mamma e mio papà – mi raccontava – non hanno mai festeggiato il mio compleanno. Faccio parte di una famiglia di braccianti, molto povera. Quando sono stato preso alla Fiat, mi hanno fatto la torta. Perché per noi lo stipendio fisso della Fiat era il sogno. Poi, dopo 3, 4 anni, ho visto qual era il regime di lavoro. Nel frattempo avevo preso una casa in affitto, ma guadagnavo poco, c’erano i turni di notte… Quel sogno pian piano è diventato un incubo». Questo mio amico impiega due ore di pullman per arrivare in fabbrica, e altre due per tornare a casa. In mezzo, fa otto ore di turno. Insomma, impiega 12 ore al giorno della sua vita in cambio di 1.100 euro [oggi]. È un insulto. Perché un bambino non deve vedere mai suo padre? Ci sono ancora tante battaglie da fare. E la cosa triste è che in Italia non si parla più di classe operaia. Anche la sinistra lo sente come un argomento vecchio.

Melfi ha ricordato all’Italia che esiste ancora una fetta di popolazione che produce qualcosa materialmente.

È vero. Ma di Melfi se n’è parlato grazie alla caparbietà di questi ragazzi di mettersi davanti alla fabbrica, assistiti esclusivamente dalla Fiom e da giornali come il manifesto, Carta, Liberazione e l’Unità. Il resto del mondo dell’informazione ha cercato di dare poca rilevanza alla cosa. Così come parte della sinistra. Ma in realtà l’Italia si bloccò, perché quando si blocca la Fiat si blocca l’economia italiana. E quei ragazzi ci riuscirono perché a Melfi non si fabbricava solo la Fiat Punto e la Lancia Y [che erano i modelli in produzione due anni fa], ma anche il basamento dei motori di tutti gli altri modelli, dall’Alfa Romeo alla Lamborghini. A Torino, senza i pezzi di basamento, non possono lavorare.
Quando la gente mi chiede di cosa parla il mio spettacolo, rispondo che sì, parla della vicenda di Melfi, ma non solo. Parla del fatto che tutti i giorni noi ci mettiamo dentro una macchina e non ci chiediamo mai come nasce quel prodotto lì. È un grave problema del mondo globalizzato. C’è gente sensibile a questi temi, che non compra magliette, palloni o scarpe fatte da grandi imprese che esportano la produzione in luoghi dove possono agevolmente scavalcare i diritti e la dignità dei lavoratori. Questo dovrebbe cominciare ad avvenire anche con le automobili, perché è proprio quello che è successo a Melfi.

Nei tuoi spettacoli racconti storie particolari, dove i grandi temi [il nucleare, la vita di fabbrica] si traducono nelle frustrazioni e nei bisogni vissuti quotidianamente.

Succede anche qui. Racconto il meccanismo parlando delle persone, delle loro vite. Ognuno degli operai che ho intervistato ha un conflitto. Spesso è simile a quello che ha vissuto il mio amico. Quello della torta, che pensava di sistemarsi. Si è sposato e ha messo al mondo due figlie. Lui si diceva: «Finalmente ce l’ho fatta, riesco a vivere senza lasciare il mio paese, grazie a una grande industria che è venuta qua e ha aperto questo stabilimento. Grazie Fiat, grazie Stato italiano». Ma poi sono cominciati i guai.
Durante le interviste ho riscontrato che ci sono modi diversi di vivere un’ingiustizia. Ci sono persone che dicono: «Ve ne dovete andare a fare in culo. Io non voglio vivere in questo modo», e cominciano a fare una guerra. Ma è l’1 per cento. Queste persone sono state bloccate subito, grazie all’articolo 25 A. Tra queste ce n’era una che aveva un figlio portatore di handicap, per cui la legge prevede un regime speciale: può stare meno tempo a lavoro per assistere il figlio. Questo alla Fiat non era consentito. Le persone che hanno reagito da subito sono poche, quelle che già avevano una coscienza politica e sindacale. Queste persone, per fare una protesta e affermare la propria dignità, hanno vissuto il licenziamento e l’abbandono. Sono finite in mezzo a una strada. Hanno un grosso dramma interiore: hanno reagito e sono stati sconfitti, schiacciati. Hanno dovuto cambiare strada.
Poi c’è un altro tipo di operaio, quello che sa che sta vivendo un’ingiustizia, ma non dice nulla. Perché è l’unico modo per conservare il lavoro. Il mio amico era uno di questi. Sono quelli che hanno una vita più complicata. Nemmeno il registratore mi ha fatto usare, perché non voleva lasciare tracce: «Ulderico – mi diceva – io ho due figlie femmine e in casa lavoro solo io. Che faccio, vado a finire in mezzo a una strada? Devo stare zitto e sopportare». In queste persone il conflitto interiore assume dei livelli pazzeschi.

Come funzionava il lavoro a Melfi?

La fabbrica è tutta trasparente, i reparti sono in fila, visibili, in uno spazio che – con tutto l’indotto – è di 3 milioni di metri quadrati. [Si tratta dela piana di Federico II, dove l’imperatore ha fatto costruire tre castelli, da dove ha emanato le costituzioni di Melfi, che sancivano diritti fino ad allora mai riconosciuti, diritti ambientali, diritti di convivenza civile tra i popoli…. Il fatto che la Fiat ha fatto ciò che ha fatto proprio lì è un paradosso]. In questo spazio trasparente la macchina «cammina» di reparto in reparto e gli operai assemblano i pezzi. Uno mette lo sterzo, un altro sale e aggiunge la freccia, un terzo monta il cruscotto. Quello che è cambiato, rispetto alla catena di montaggio, è che prima l’operaio stava fermo, ora è in movimento, e ognuno di loro è in grado di sostituire l’altro. Da qui la definizione di «fabbrica partecipata». In oltre, l’accordo sindacale prevede che la «linea» vada ad una certa velocità. Molto spesso però, quando le richieste del mercato aumentano, la «linea» va un po’ più veloce. Tu non te ne accorgi, ma lo realizzi dopo un po’ quando vedi che non ce la fai più.

Questo spettacolo ha fatto parte di Avanti Pop, il progetto dei Têtes des Bois sui luoghi del lavoro. Oggi che debutta, con te sul palco c’è Andrea Satta.

Abbiamo fatto insieme la tappa dell’Auditorium, quella di Foggia e soprattutto quella di Melfi, davanti ai cancelli della fabbrica. La collaborazione è nata così: io avevo scritto il testo e Andrea mi ha chiesto di sentirlo, gli è piaciuto e mi ha proposto di farne un pezzo all’Auditorium. Tra breve uscirà il disco «Avanti Pop», dove loro raccontano in musica le battaglie degli operai e dei contadini, attraverso vecchi brani e canzoni inedite. Canti della resistenza, canti di lotta contadina e operaia dei primi del secolo rifatti con arrangiamenti moderni. È la colonna sonora che avrei sempre volto avere, quella che avevo nella testa. Per questo l’idea di collaborare è stata spontanea. La musica ha questa straordinaria capacità: un minuto di canzone comunica quello che le parole hanno bisogno di molto più tempo per comunicare.
Con il lavoro che faccio, alle volte mi sento come se in una stanza io fossi un porta-ombrello; non una credenza o un armadio, ma un porta-ombrello, un oggetto messo da una parte, poco visibile. Soprattutto per i temi scomodi che ho scelto di raccontare: gli operai, i lavoratori clandestini, le scorie nucleari, i movimenti bracciantili… tutti temi da porta-ombrello nell’Italia di oggi. Allora, quando trovi altri porta-ombrelli, ci si immagina di diventare credenze, divani, cose più importanti. Perché assieme possiamo fare di più. Perché le persone di cui raccontiamo le lotte lavorano anche 12 ore al giorno, e poi hanno le famiglie da accudire. Non ce la fanno a raccontare in giro le loro storie.

Una cosa che ho sempre trovato interessante di voi porta-ombrelli è che riuscite a trovare parole nuove per parlare di questi temi. Il linguaggio della politica ha allontanato la gente da queste battaglie. Voi, invece, riconnettete l’immaginario ai problemi degli operai e dei contadini.

Sono completamente d’accordo. Io parto da un presupposto semplice. La gente oggi è tutta presa dal lavoro. Guarda i precari: se non lavori, sei preoccupato da come mantenere il lavoro, da cosa farai quando scade il contratto, eccetera. Perciò, se in quel poco tempo libero che gli resta la gente preferisce andare al cinema per svagarsi, senza pensare, io la capisco. Ma è proprio per questo motivo che ho scelto di raccontare queste storie in questo modo. Sono le cose che nessuno racconta: noi abbiamo detto di no nel 1997 al nucleare, eppure il pericolo nucleare è sparso per la penisola, ad Aviano, alla Casaccia vicino Roma, a Rotondella in Basilicata, vicino Vercelli, a Latina… Di questo il tabaccaio, il fruttivendolo sotto casa non se ne occupa. Ecco, io voglio arrivare al fruttivendolo, ma non come un giornalista, riconnettendo i fatti in un quadro più generale, ma raccontando la gente che soffre, le vite che si muovono in quei contesti.

C’è un’altra cosa che trovo interessante di voi porta-ombrelli. Il novecento ha visto l’individuo guadagnarsi uno spazio sempre maggiore rispetto alla collettività. Questa è stata una grande vittoria, da un lato, ma anche una grande sconfitta. Voi, col vostro lavoro, riuscite ad operare una riconnessione tra questi due ambiti: il contesto generale e le vite individuali.

Sì. Melfi come Scanzano hanno segnato un ricompattamento sociale. La mia terra, la Lucania, in questi anni è stata un po’ al centro di questo processo straordinario.

La Basilicata è una regione del sud ancora più periferica del Sud stesso. Calabria e Sicilia sono spesso al centro delle cronache, magari in negativo. Della Lucania non si parla mai. Eppure è lì che si sono verificate queste esperienze straordinarie.

Ti ringrazio di questa considerazione. È una cosa che è alla base della mia spinta a fare teatro. Io vengo da una famiglia molto umile, di braccianti. Mia nonna era analfabeta, non ha potuto studiare, e anche mia mamma ha fatto solo fino alla quinta elementare, perché altrimenti mio nonno si sarebbe dovuto vendere un orto per farle continuare gli studi. Il mio fare teatro, da sempre, è stata una ribellione verso questa condizione, verso una storia che ha negato dei diritti al Sud Italia. Ho lavorato come attore «di giro» con tanta gente, da Albertazzi a Lavia, ma dopo alcuni anni mi sono stufato, e ho deciso di raccontare le storie della mia terra. Erano storie «paesane», credevo che avrebbero trovato pubblico solo nella mia terra. Invece mi sono accorto con sorpresa che interessavano a tutti. Nel 1994 giravo a raccontare storie in un numero ristretto di paesi della mia zona, come Salandra vicino Matera, Pisticci, Rivello, Maratea… posti molto piccoli. Facevo spettacoli per settanta persone, e raccontavo cose piccole, come quello sulla vita dell’anarchico Passannante, le cui spoglie sono ancora esposte nel museo del crimine e nessuno se ne occupa. Lui era un libertario che voleva la democrazia, la sua famiglia è stata sterminata dai Savoia. Sto facendo una lotta per questo, e sul mio sito http://www.uldericopesce.com c’è una petizione da firmare. E tra breve ce ne sarà un’altra per gli operai della Fiat di Melfi, che non sta rispettando gli accordi del ‘94, ed è anche l’unica fabbrica in Europa a non avere il medico in servizio durante il turno di notte.

Le prossime storie?

Ne ho scritta una sul caporalato: lo spettacolo si intitola «Il triangolo degli schiavi», realizzato dopo un’esperienza di una decina di giorni a Borgo Libertà. Intanto sto preparando un nuovo lavoro sulle Ecomafie che si chiama «Asso di mondezza. Sono stato nelle discariche di Campania, Puglia e Basilicata, e ho lavorato con diversi magistrati per documentare il traffico illegale di rifiuti che partono dal nord est, passano per la Toscana in laboratori compiacenti, e poi arrivano giù da noi.

[da Carta n°44/2006]

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