Così vicini, così lontani

Il porto di Durazzo
Il porto di Durazzo

La distesa di palazzi che si accavallano letteralmente uno sull’altro, deturpando irrimediabilmente il bel promontorio che chiude il golfo del porto, dà il benvenuto ai viaggiatori assonnati. Durazzo, vista dal traghetto, assomiglia alle tante speculazioni edilizie che infestano anche il nostro lato dell’Adriatico, come la “fu” Punta Perotti, l’ecomostro abbattuto a Bari. Mi sporgo un po’ dalla balaustra: la maggior parte degli edifici sono ancora in costruzione. Dietro di loro, in lontananza, spuntano ciuffi di gru, parcheggiate in attesa dell’inizio del turno.
Alex si sporge accanto a me. “Qui il mare non è buono. Per Niente. Meglio a Valona, o vicino alla Grecia, a Saranda. Lì sì che c’è il mare bello”. Alex ha diciannove anni, e sono più di due che non torna a casa sua, in un paese a trenta chilometri a sud di Durazzo, o Durrësi, come la chiamano qui. L’ho conosciuto la sera prima sul traghetto, carico all’inverosimile di albanesi che lavorano in Italia e per l’estate tornano dalle famiglie. Aspettavamo di partire, ma le procedure al porto di Bari sono un po’ lunghe: dalle undici, orario previsto, finiamo per partire alle tre di notte. “È un peccato che non sono venuto in macchina, sennò ti ci portavo io a Tirana”, mi fa quando gli spiego il giro che voglio fare. Ma tu devi andare a sud, Tirana è a 50 chilometri verso l’interno. “E allora? È vicina, è vicina. Ti ci portavo con la macchina”. Un primo assaggio dell’ospitalità albanese.
Alex non si chiama Alex davvero, ma si presenta così, con un nome italiano. Jeans e una maglietta rosa acceso. Ha i capelli ingelatinati e un piercing all’orecchio. Parla con un forte accento romagnolo. Tanto che all’inizio lo prendo per uno dei tanti ragazzi che d’estate fanno la spola tra le discoteche di Rimini. “È che sono arrivato a Ferrara tre anni fa, per lavorare”, spiega. A sedici anni già in fabbrica. E perché proprio Ferrara? “Avevo un cugino lì. È lui che mi ha fatto venire. Il padrone cercava gente, da assumere col contratto in regola”. Davvero? Otto ore al giorno, contributi e ferie pagati? “Sì. Però di ore ne lavoriamo dieci, o undici. Quelle in più non sono pagate”. Un cocktail ingegnoso: due terzi in regola, un terzo al nero, shakerare bene e il risultato è manodopera a buon prezzo per il padrone e la garanzia di poter restare in Italia per Alex. Come lui, tanti ragazzi albanesi. Nel 2003 di “regolari” in Italia ce n’erano oltre 233mila. Dall’altro lato dell’Adriatico, uno degli effetti di questa migrazione cominciata quindici anni fa è la riduzione dello spaventoso debito estero. Grazie elle rimesse. Senza di loro, l’Albania non si reggerebbe.

Durazzo e le banche

Al desk del traghetto, dove il personale restituisce i passaporti non albanesi e incassa i soldi del visto, scopro di non essere l’unico italiano. Una cinquantina di persone è in fila, tutti accompagnati da qualche amico albanese. “La Croazia è diventata troppo cara – spiega un signore – è poi in Albania chi c’è mai stato?”. Già, il fascino del mistero. Perché, nonostante si parli in continuazione di albanesi sui giornali  e nonostante l’Albania sia a due passi da casa nostra, del paese delle aquile si sa poco o nulla. Giusto qualche luogo comune. Ma cosa è successo dopo il crollo del comunismo, e dopo i socialisti corrotti di Fatos Nano e i democratici, altrettanto corrotti, di Sali Berisha, che è di nuovo al governo? Cosa si muove in questo paese, oltre la vivace cinematografia che da qualche tempo bussa alle porte del vicino Sarajevo Film Festival? Da qualche anno, poi, c’è un festival anche a Tirana…

una piazza di Durazzo
una piazza di Durazzo

Dopo l’ennesimo controllo del passaporto da parte di ufficiali annoiati, il porto di Durazzo ci aspetta a braccia aperte. Palazzi semi distrutti, costruzioni abusive di mattoni e calcestruzzo, bancarelle improvvisate che provano a venderti di tutto, generazioni di rom – dalla bisnonna al pronipote – che ti si attaccano al braccio. Ma è solo il porto, appunto. Il luogo in cui ci si accalca per combinare qualche affare. Più in là, Durazzo si fa meno frenetica e si rivela per quello che è: una cittadina colorata, piena di negozi che espongono merce dalle marche sconosciute e improbabili. Quelli di arredamento informano a grandi lettere che vendono “mobili italiani”. Italiane sono anche molte delle case più vecchie. Sono di epoca fascista. Triste a dirlo, ma sono le più graziose.
Il boulevard Kryesor arriva alla piazza centrale, da dove si scende verso un lungomare costeggiato di ristoranti e bar. Sbucano i segni della modernizzazione: un paio di grattacieli in costruzione e banche dai vetri lucidissimi, più che altro greche. Non è un caso: con l’Italia, la Grecia è uno dei primi investitori nel paese. È anche la principale meta dei lavoratori stagionali albanesi. I laureati preferiscono tentare la sorte a Parigi o a New York.
L’aria di Durazzo è piena di gas di scarico, come quella di tante città balcaniche, anche se il vento che viene dal mare deve pulirla un bel po’. Per strada sfrecciano mercedes impolverate, tagliando la strada a vecchi autobus dell’Ataf. Sì, proprio ex veicoli della municipalizzata di Firenze. Il logo si legge ancora sulla fiancata, nessuno a pensato di coprirlo. I mezzi pubblici sono un gentile omaggio dell’Italia, che anziché mandarli allo sfascio li regala a Tirana. Anche nella vicina Bosnia succede lo stesso, ma lì gli autobus sono ipermoderni: gentile omaggio del Giappone.
Torno indietro, verso la stazione, per cercare un modo di raggiungere la capitale. Anche lì i treni hanno ancora il merchio “FS”. “Quanto costa un biglietto?”, “50 lek”. Un rapido calcolo: se 124 lek fanno un euro… possibile, meno di 40 centesimi? “Sì, ma è meglio prendere l’autobus. Costa il doppio ma ci mette la metà del tempo. E poi è più pulito”. Ilir parla bene l’italiano, e sentendomi un po’ in difficoltà con l’imperturbabile bigliettaia della stazione, mi dà una mano. Usciamo a cercare un pullman, ma il prossimo parte tra un’ora. “Non c’è problema, vieni”. Lo seguo sulla strada, dove piccoli furgoni imbarcano una decina di persone alla volta, destinazione Tirana. Una volta sul “Furgò”, ci mettiamo a parlare.

Ilir ha deciso di andar via

Ilir sta pensando di andare a Parigi per studiare. Sta mettendo da parte i soldi. Il francese non lo conosce, ma non è poi troppo distante dall’Italiano. “E dopo tornerai in Albania?”. Scrolla le spalle e sorride. Non lo sa, ma non crede. Se trova qualcosa di buono, resterà all’estero. Ma chi cambierà le cose in Albania se tutti se ne vanno? “Gli albanesi non hanno voglia di cambiare – dice lui – Guarda i governi. Destra o sinistra è la stessa cosa. Pensano solo a intascarsi i soldi degli aiuti”. Eppure dicono che Tirana sta diventando un polo culturale interessante. C’è un sindaco che sta facendo cose interessanti. Magari non è corrotto come gli altri. Ilir si mette a ridere e fa di sì con la testa. “Beh, diciamo che metà dei soldi se li intasca e l’altra metà li investe. È già qualcosa”.
Attraversiamo la periferia di Tirana, che sembra un immenso cantiere. Non c’è niente di finito, o si costruisce o si demolisce. Il furgone si ferma davanti a una banca. La guardia giurata impugna un kalashnikov. Fa un certo effetto vedere impugnare un’arma del genere in una città europea, ma Ilir mi dice che è normale. È l’arma più a buon mercato. “Li comprate dalla Russia?”, domando. “Scherzi? Dalla Cina. Costano di meno”. Prima di salutarci, Ilir mi raccomanda alcuni posti dove andare a bere la sera. La vita notturna di Tirana è molto vivace, mi dice.

Tirana a colori

una vista di Tirana
una vista di Tirana

Non tardo a rendermene conto. Nonostante sia una sera d’inizio settimana, i locali di Blloku – il quartiere notturno – sono stracolmi. I ragazzi vanno da un locale all’altro, bevono e ridono. Le ragazze, bellissime, se ne vanno a passeggio in gruppo. C’è un’atmosfera nordeuropea, complice l’arredamento dei locali, che incrocia stili etnici e gadget di grandi marche. Un colpo d’occhio stridente: dentro la modernità, fuori palazzi e strade dissestate. Camminando per i marciapiedi, bisogna stare attenti a non cadere nelle buche che si aprono un po’ ovunque. Spesso delle vere e proprie voragini. In molte strade mancano abbondanti porzioni d’asfalto.
Nei giorni successivi mi accorgo che orientarsi non è facilissimo. Non che le strade di Tirana siano particolarmente ingarbugliate, ma non ci sono i cartelli con i nomi. Salvo le arterie più grandi. Neppure chiedere informazioni si rivela utile. Cerco di capire su una mappa se la via dove mi trovo è quella che penso. E poi chiedo conferma a un negoziante. “Scusi questa è Rruga Abdyl Frashëri?”. Non ne è sicuro. Si dirige da un altro negoziante, e io lo seguo. Confabulano un po’, poi vanno da un terzo. Alla fine arriva il responso: la via è proprio quella. Hanno tutti e tre il negozio lì, ma non sanno il nome della via. Mi chiedono dove devo andare. “Alle belle arti”. “Ah, ma allora è facile! Dritto per di qua, poi a sinistra”.
Tirana è uno strano mix di architettura socialista e case più basse. Ed è molto colorata. Le palazzine di cemento, per quanto non belle, esibiscono colori decisi: giallo, rosso, verde, azzurro. Viste dall’alto della Sky Tower sembrano le periferie lisbonesi a ridosso dell’aeroporto. Ma questo è il centro, tagliato in due dal fiume Lana, un canale inverosimilmente dritto e lungo, come le bisettrici sovietiche lungo cui è disegnata la parte “ministeriale” della città.
Per arrivare alla Sheshi Skenderbej, o piazza Skanderbeg, si passa per un piccolo parco, nel mezzo del quale c’è uno dei locali più lussuosi di Tirana, il bar del Casinò. Non è un caso: di seminterrati con vistose scritte al neon e immagini di slot machine e roulette se ne vedono un po’ ovunque. Sui cartelloni si favoleggiano jackpot milionari. La declinazione balcanica di videopoker e superenalotto. Skanderbeg guarda minaccioso, dall’alto della sua statua equestre, il traffico caotico che anima la piazza. Un po’ ovunque ci sono cambiavalute con fasci enormi di banconote. Capannelli di gente che contratta, poi si avvicina al bagagliaio di una mercedes e tira fuori merci d’ogni tipo.
Lui, l’eroe nazionale che nel XV secolo respinse i turchi, è il mito fondatore della nazionalità albanese, assieme all’antica popolazione degli Illiri, dalla cui lingua si dice derivi l’albanese, ceppo linguistico isolato al pari del basco. Ci osserva con sguardo severo dal centro di questa strana piazza che mescola palazzi d’ispirazione austro-ungarica, edilizia socialista, reperti d’epoca fascista e una vecchia moschea. In fondo c’è il teatro dell’Opera, che sembra spiantato dall’Eur. Più in là, il museo di storia, con un mosaico rappresentate una sorta di quarto stato albanese, con bandiera rossa e fucili. Oggi, però, una delle sue maggiori attrattive è una fedele riproduzione delle celle in cui Enver Hoxha “tumulava” i suoi oppositori politici.
Un lungo corso si snoda dalla piazza verso la stazione, punteggiato di fast food che vendono kebab e burek. Anche quella albanese, pur nelle sue varianti, è sostanzialmente una cucina balcanica tradizionale. Non sto cercando cibo, però, ma la stazione del treno.

La stazione

Dalle parti della stazione c’è la sede delle autolinee macedoni. Devo comprare un biglietto per proseguire il viaggio e raggiungere Skopje. Non sarà facile trovare l’agenzia, che sta in un appartamento al primo piano di un palazzo come tanti, senza insegne. E neppure raggiungere la capitale macedone. Sembra strano, ma per compiere un paio di centinaia di chilometri in linea d’area servono otto ore di viaggio, scendendo verso il centro del paese fino al lago di Ocrida, per varcare il confine sud della Macedonia e poi risalire verso nord. A detta dell’impiegato che mi fa il biglietto, un signore simpatico sulla cinquantina, quello è l’unico collegamento stradale che porta fuori dal paese, assieme alla strada che va a sud, verso la Grecia. Ma esisteranno pure altre strade, che so, verso la Serbia o il Montenegro. “Sì, ma non sono buone, non ci sono collegamenti”.
Visto che mi trovo nelle vicinanze decido di visitare la stazione. Il corso si interrompe bruscamente in un incrocio, dove finisce l’asfalto. La strada che c’è oltre è di terra battuta e più in là si intravedono i binari. Per raggiungerli bisogna passare tra le centinaia di bancarelle improvvisate che vendono ogni tipo di cosa. L’intera area attorno alla stazione è un bazar a cielo aperto. Decine di vecchine stanno curve sulle loro casse di pomodori, peperoni e altri ortaggi. È gente di campagna che viene a vendere in città. Ortaggi dalle forme strane, irregolari, e dai colori opachi; non come quelli dei nostri supermercati. Il motivo della differenza è che nelle campagne albanesi non ci sono soldi da investire in diserbanti e pesticidi: qui frutta è verdura è “biologica”, come diciamo noi, perché non esiste un modo diverso di coltivarla.

Campioni del mondo

piazza Skanderbeg
piazza Skanderbeg

Si avvicina la sera della partenza. Attorno alla stazione non c’è la ressa di Blloku, le strade sono scure, incrocio alcuni trans in sottoveste che mi ricordano grottescamente le prostituite di un film di Ciprì e Maresco. Lungo un parco ci sono delle roulotte che vendono birra e salcicce a un gruppo di vecchi. Mi avvicino e ordino una birra. Nessuno parla italiano, e ho qualche problema con il resto. Un vecchio un po’ alticcio mi dà una mano. Neanche lui parla italiano, ma appena capisce che lo sono io, alza la lattina e grida “Materazzi, Materazzi!”. Mi fa capire che Tirana a festeggiato la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Mima la festa, la gente in piazza. Possibile che nonostante il passato coloniale, l’Italia resti un mito? Il mito della ricchezza, del benessere, dei mobili di lusso e dello stile, che la televisione, anche italiana, diffonde. La cosa mi lascia perplesso, ma lui continua a darmi grosse pacche sulle spalle, e insiste per offrire. Ci salutiamo.
Salgo sull’autobus, che parte sbuffando e si allontana da Tirana con pericolosi ondeggiamenti. Pian piano le luci scompaiono. Accanto a me c’è una coppia di mezza età che torna a casa. Parla tedesco, e Claudia, che viaggia con me, fa da interprete. Lui ha vissuto quindici anni in Svizzera, per mandare i soldi a casa. Ma anche se sembra provato dalla vita, è la moglie che mi colpisce. Ha i capelli raccolti nello chador, gli occhi chiarissimi e un sorriso luminoso in un volto rugoso. Avrà meno di cinquant’anni e ne dimostra cento. Il marito mi sorride vedendomi bere la birra che mi hanno offerto. Scuote la testa e mi fa: “Alcol no good, smoke no good, marijuana no good”. Sorrido anch’io, e guardo fuori dal finestrino. Non c’è più una luce lungo la strada. Domani sarò in un altro paese. Ma intanto l’Albania se l’è già mangiata il buio.

[da Carta n°33/2006]

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