La città dei borgatari. Intervista ad Ascanio Celestini

celestini-bella-ciaoAl via la seconda edizione di «Bella Ciao. Il balsamo della memoria», il festival di Ascanio Celestini sulle memorie del passato e del presente, che animerà Cinecittà e dintorni fino a domenica 17 settembre. Come l’anno scorso, il festival si svolge in un vasto territorio che va dal Municipio X ai comuni limitrofi come Ciampino.
«Non si tratta di un’unica borgata», spiega Ascanio, a cui abbiamo chiesto di raccontarci il territorio dove lui è nato e cresciuto, e che oggi cerca di narrare attraverso il festival. «Sono piuttosto tanti piccoli centri, tante borgate all’interno di una città. Il Quadraro, che è la parte più vecchia, Morena, Cinecittà, Don Bosco e tutta una serie di satelliti che stanno attorno. Ad esempio Cinecittà Est, che è una zona nuova, e una ancora più nuova che non so neppure come si chiama. È un luogo che, probabilmente, vedremo come un unico territorio omogeneo solo tra due o trecento anni».

Che differenza c’è con il resto di Roma?

Innanzitutto, per chi ci abita, è un territorio totalmente decentrato. Io sono di Morena: noi da ragazzini dicevamo «sono arrivato a Roma» quando eravamo arrivati a malapena sulla Tuscolana. Nessuno arrivava fino alla Roma dei papi. Oggi, se è possibile, è peggio. Roma è vista come un’altra città. Il tentativo del festival è di pensare al territorio in modo diverso. Se il centro dove abito è Morena, quali sono i luoghi di questo territorio? Grottaferrata, Ciampino, Frascati, al massimo San Giovanni. Ho cercato di portare gli spettacoli in quei luoghi. Però comincio a pensare che il problema non sia fare un festival. Probabilmente bisogna produrre qualcosa di molto diverso. Il festival l’anno scorso ha funzionato, e la cosa assurda è che questo successo può essere pericoloso: si rischia di produrre per una settimana un’isola felice. E il resto dell’anno?

Con dei baricentri così diversi da quelli romani, cambiano le forme di aggregazione?

Sì. Molti ragazzi di Cinecittà, ad esempio, vanno a studiare a Frascati, che è piena di scuole, o a Marino. È chiaro che poi, alla sera, vai lì a prenderti una birra. Il problema, però, non è trasformare le borgate in posti pieni di birrerie e ristoranti, quanto che la gente deve avere la possibilità di scegliere. Deve poter prendersi una birra sotto casa, ma avere anche l’apertura mentale di andarsela a prendere a Firenze. La gente di periferia deve avere la spinta a uscire fuori. Non per scappare, ma per non vivere la sindrome del pesce rosso, che non cresce perché vive in una vasca piccola. Uno deve cominciare a pensare di vivere in un mare vivo, dove c’è la barriera corallina ma dove si può arrivare anche dall’altra parte dell’oceano. Qui sta la vitalità di un posto.

C’è un senso di «appartenenza» nelle borgate, come nei quartieri storici del centro?

C’è chi è orgoglioso di essere di Morena o del Quadraro. Ma il rapporto è diverso, non c’è quell’amore viscerale che c’è al centro di Roma. Perché sono posti che molti non conoscono. Morena è sconosciuta alla gran parte dei romani. Prima dicevamo «abito dopo Ciampino», adesso si dice «abito dopo Ikea». È normale che ci siano dei luoghi che hanno più identità degli altri: Trastevere esiste da molto più tempo, ha più storia che il Quadraro o Morena non hanno. Ma neanche bisogna costruirsi un’identità fittizia, come fanno molte pro-loco con la «sagra del cerbiatto», che magari esiste solo da due anni, ma ti dicono che risale a una tradizione antica. Non c’è bisogno di inventarsi una mitologia per forza, ma neppure accettare il fatto che un luogo «non esista».

Hai definito il call center di Atesia come «l’anticipatore di un mondo che sta appena iniziando». Lo stesso mondo dove le multinazionali danno vita ai grandi eventi collettivi, come il Telecomcerto, o diventano punti di riferimento urbano, come Ikea. Una mutazione antropologica forte. In periferia funziona più che altrove?

In periferia funziona meglio, funziona immediatamente. L’anno scorso ho portato avanti delle incursioni nei centri commerciali. Volevo fare un tentativo di teatro di strada, senza necessariamente provocare [la provocazione è legittima, ma spesso è anche perbenista]. L’idea era piuttosto di portare il teatro in questi luoghi, perché ci va la gente. Ci va per passeggiare, perché c’è l’aria condizionata, perché il parcheggio è gratuito per le prime due ore, perché non si viene investiti dalle macchine, insomma per tanti motivi. E poi c’era anche un altro motivo: non sapevamo dove fare gli spettacoli. Perché a Cinecittà non esistono luoghi di aggregazione. Non è un caso: gli spazi teatrali non esistono perché non esistono spazi per la collettività. Una situazione che andava denunciata. Per questo ci siamo sentiti in obbligo di andare a fare spettacoli nei centri commerciali.
Quest’anno lo faremo solo a Cinecittà Due, che è il prototipo del luogo-nonluogo. Mi piace riprendere in chiave provocatoria questa definizione di Marc Augé, perché il nonluogo sottintende le non-identità che lo attraversano. Invece, queste persone un’identità ce l’hanno eccome. Ce l’hanno corrosa, in costruzione, in destrutturazione… non lo so, però ce l’hanno. E allora l’idea è portare in quel luogo, che è una sorta di contenitore, nuovi contenuti. Senza rompere il contenitore, ma attraversandolo.

Se fare un festival è rischioso, perché può essere episodico, che prospettive vedi per il futuro?

Non lo so. Circa dieci anni fa facevo spettacoli per bambini nelle scuole. Era un modo molto facile di fare spettacoli per bambini, forse anche poco interessante. Succedeva questo: nelle scuole del centro me li compravano, in periferia no. Preferivano portare i bambini al centro, perché le scuole di periferia somigliano a dei carceri. Il risultato, tuttavia, era che quel territorio non esprimeva mai una cultura, e doveva spingersi altrove per cercarla.

Oggi cos’è cambiato?

Molte cose. Però gli eventi cadono sempre più dall’alto. Il Comune di Roma è uno degli esempi più calzanti. Ma anche i concerti delle multinazionali. Non c’è spazio per una reale cultura dal basso, che è poi quella che resta e anima un territorio. «Bella Ciao» funziona bene, ma se si istituzionalizza rischia di essere una parentesi, e di cadere nel gioco dei grandi eventi culturali, che alla fine servono a promuovere chi li fa. Il passo da un prodotto culturale valido a una «macchina fabbrica-spettacoli» è breve. Basta pensare alla Notte Bianca romana, a cui pure il festival partecipa.

La Notte Bianca è il prototipo del grande evento sponsorizzato.

Tutti gli eventi lo sono, ormai. L’evento culturale più puro che è stato pensato in questi ultimi anni è il rave. Il rave come prodotto è solamente «il prodotto», senza la pubblicità. Spesso addirittura non si sa dove sta, c’è una ricerca del luogo. E poi non finisce quando finisce l’ultimo goccio di Coca cola, ma quando finiscono le energie di chi la Coca cola se la beve. A prescindere dalla qualità musicale e dalle droghe che possono consumarsi in simili situazioni, il rave è una delle poche vere «produzioni culturali» dei nostri anni. L’unica che non ha bisogno di un marchio che la sponsorizzi.

[da CartaQui n°32/2006]

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