Il rock della Malavita. Intervista ai Baustelle

baustelle-malavitaI Baustelle, gruppo rock dalle radici toscane ma naturalizzato milanese, è il gruppo più interessante dell’ultimo anno. Caratterizzati da un sound coinvolgente, un gusto per il retrò e dei testi che affondano nella parte più scura e morbosa dell’immaginario adolescenziale -al di là di retoriche e manifesti generazionali – con il loro terzo album, “La Malavita” [Warner/Atlantic, 2005], i Baustelle sono arrivati in cima alle classifiche. Con un lavoro omogeneo e compatto, di largo consumo ma tutt’altro che commerciale. Come i vecchi dischi rock di una volta.
Francesco Bianconi, voce maschile del gruppo, ci ha raccontato cosa è cambiato col successo. “Anzitutto i concerti – dice sorridendo – Sono sempre affollatissimi, e questo ci fa piacere. Molti ragazzi cantano a memoria tutte le canzoni, non solo il singolo che passa per radio. È un grande risultato. Poi il cd è andato benissimo e continua a vendere al di là delle aspettative. I nostri discografici non se lo aspettavano, men che meno noi. L’altro cambiamento significativo è che, finalmente, riusciamo a campare con la musica. Prima dovevamo fare tutti i lavori più improbabili”.

Parliamo del disco.

Per la prima volta sono veramente soddisfatto di quello che è uscito. Dei nostri tre dischi, è quello su cui ho meno da recriminare. Non c’era l’idea di fare un concept, come alcuni hanno detto. Erano canzoni che abbiamo scritto e poi scelto perché ci piacevano. Solo dopo ci siamo accorti che in molti casi avevano un filo conduttore. Da lì, a posteriori, abbiamo creato gli arrangiamenti in funzione di ciò, per dare una compattezza al tutto. C’è omogeneità di musiche e temi, e questo mi piace perché si vede una compattezza maggiore rispetto ai due dischi precedenti. E sono contento il pubblico lo apprezzi.

Un filo conduttore che è già nel titolo: «La Malavita». Il mal di vivere, ma anche la “mala” milanese anni 70.

È un titolo un po’ ironico. C’è il tema del disagio esistenziale, che è una caratteristica della società occidentale moderna. Delle trenta e passa canzoni che avevamo, quelle scelte toccavano tutte un qualche tipo di disagio. Ma c’è anche il richiamo – questo più negli arrangiamenti, nelle atmosfere musicali – ai film noir e ai polizziotteschi dell’epoca.

Quindi c’è un altro disco già pronto, con i pezzi in avanzo?

Non è proprio così. Per ogni disco ci è capitato di avere un gran numero di canzoni che poi venivano messe da parte. C’è un limbo delle canzoni perdute… che magari resteranno lì per sempre, chissà. A noi piace scriverne sempre di nuove. Per fortuna siamo un gruppo che scrive parecchio, quindi finora non c’è mai capitato di recuperare canzoni vecchie che non abbiamo usato.

Il disagio che raccontate sembra implodere più che esplodere. Perché?

Nella società di oggi il disagio, il malessere, porta all’implosione. Non viviamo un periodo di rivoluzione, ma di rese individuali. Nell’album si racconta un suicidio, come simbolo della resa. C’è la storia degli studenti di oggi che non hanno sogni se non quello di indossare mutande firmate, che sono consapevoli di essere senza speranza perchè per loro la personalità ce l’hanno solo i cantanti, gli attori, i calciatori. Penso che la società occidentale capitalista generi delle “scorie” e questo sentimento di omologazione senza speranza è una di queste. In Italia abbiamo passato un periodo devastante dal punto di vista politico e culturale. C’é bisogno di una nuova ventata culturale per cancellare il berlusconismo. Non bastano le elezioni. Bisogna, come diceva Battiato, bisogna portare il paese “a quote più normali”.

Com’è stato passare ad una major?

All’inizio ci siamo fatti un sacco di paranoie. Venendo dall’indie, major sembra una brutta parola. Pensavamo: adesso faremo dischi più brutti, pilotati per essere “radiofonici”. Invece, il passaggio è stato abbastanza indolore. Ci siamo resoconto che molti pregiudizi erano esagerati. Ad esempio, abbiamo portato il master del disco già pronto e a loro è andato bene così. Non si sono mai presentati durante le registarzioni.
Mentre, paradossalmente, quando eravamo sotto contratto di una etichetta indipendente – come per il primo disco – abbiamo avuto più “intromissioni” da parte del discografico. In mezzo c’è stata la parentesi felice dell’autoproduzione. A guardare le cose col senno di poi, penso che la contrapposizione tra major e indie sia un falso problema. Non ci sono buoni da una parte e cattivi dall’altra. L’importante è riuscire a conservare la propria indipendenza.

Nonostante la major, avete mantenuto una politica di prezzi abbordabili. Perché?

Perché è giusto così. Specie nel rock, dove si presuppone che il pubblico sia composto da giovani, che in Italia non hanno né soldi né lavoro. Anche per il cd abbiamo imposto un prezzo di 15 euro, e devo dire che i discografici hanno accettato abbastanza tranquillamente.

[da Carta n°28/2006]

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