Pellicole eque e solidali

pellicolaSi può parlare di equo-solidale nel cinema? Sembra di sì. Cambia lo scenario ma il concetto è lo stesso: non ci sono piccoli produttori, ma documentaristi indipendenti che lottano per far conoscere i loro prodotti, spesso di ottima qualità, ma che non trovano distribuzione. Perché, allora, non tentare una distribuzione alternativa alle regole del mercato? L’idea è venuta ai ragazzi che organizzano il RomaDocFest, il festival del documentario romano. «Sono anni che vediamo documentari molto belli esaurire il loro ciclo vitale nel circuito dei festival», spiega Luca Franco, direttore del RomaDocFest. «Allora ci siamo chiesti se era possibile fare in modo che continuassero a girare e venissero visti da un pubblico più grande».
La distribuzione “equo-solidale” funziona così: il documentario viene stampato in cento copie formato dvd e dato in conto vendita a videoteche, centri sociali, biblioteche e librerie. Per il momento su Roma, Pescara e Pesaro, ma sono in corso contatti per estendere la distribuzione ad altre città. C’è anche la possibilità di acquistarli on line, grazie al sito http://www.docvideo.it. Il prezzo di vendita è dieci euro. Di questi almeno tre euro vanno all’autore. Il trenta per cento, una bella differenza rispetto alla distribuzione ufficiale. I venditori prendono tra i due e i quattro euro. Il resto copre le spese anticipate dal RomaDocFest. Poche migliaia di euro “risparmiate” dal budget complessivo della manifestazione.
«In pratica si tratta di un servizio che offriamo – continua Franco – Recuperiamo semplicemente le spese, e nemmeno completamente, perché è previsto che alcune copie vengano regalate alle biblioteche comunali». Un altro aspetto interessante è che il festival non chiede alcun tipo di “royalty”, lasciando i documentaristi liberi di disporre della propria opera. Se l’autore vende il proprio documentario alla Rai o a un’altra emittente televisiva, non ha alcun vincolo con il RomaDocFest. E con le copie in commercio che succede? Nulla. Il contratto è ad esaurimento scorte.
Allo stesso modo, l’autore può decidere a chi concedere il diritto di proiettare il documentario. «Non si tratta di un problema secondario. Faccio un esempio. Erik Grandini, un documentarista italo-svedese autore di un bel lavoro su Guantanamo distribuito da Fandango, faceva parte della giuria del RomaDocFest di quest’anno. Abbiamo pensato di proiettarlo in apertura del festival, perché proprio in quei giorni la Merkel aveva rilasciato dichiarazioni su Guantanamo e si stava riaccendendo il dibattito. Non ce l’hanno consentito». Oltre ai distributori, l’altra opportunità di guadagno, per un documentarista, sono i passaggi televisivi. Anche in quel caso, i diritti vengono acquisiti per un paio d’anni, durante i quali è l’emittente a decidere se autorizzare o meno ulteriori proiezioni. In alcuni casi i contratti sono favorevoli e “giustificano” l’esclusiva. Ma più spesso gli autori hanno uno scarso potere contrattuale. «Abbiamo tentato questo esperimento per dare un segnale. Anche allo stesso circuito dei documentaristi, dove c’è una tendenza a piangersi addosso, dando la colpa ora all’incudine della mancanza di finanziamenti, ora al martello della grande distribuzione. Forse la nostra è solo una goccia nel mare, ma è anche la prova che si possono  tentare delle strade alternative».
Uno degli ostacoli maggiori che il progetto si è trovato davanti è quello delle musiche. Lavorando senza royalties, è stato possibile contenere le spese Siae al solo bollino obbligatorio (che incide per un euro a copia, comunque il dieci per cento del prezzo al pubblico, che non è poco). Le cose cambiano se gli autori utilizzano nei loro documentari di autori famosi, come Lou Reed o i Pink Floyd. I costi salgono vertiginosamente. «Questo è il motivo per cui siamo partiti con tre soli titoli», spiega Franco. «Opere di qualità ce ne sono moltissime, ma a causa delle musiche protette non possono accedere a questo tipo di distribuzione. Noi consigliamo a tutti di usare musiche originali».
Le prime uscite riguardano documentari passati per il festival. «La stoffa di Veronica», di Emma Rossi-Landi e Flavia Pasquini, sulla storia di una donna rumena detenuta a Venezia per traffico di clandestini. «Un piccolo spettacolo» di Pier Paolo Giarolo, che racconta un piccolo circo itinerante che funziona come cent’anni fa. E «Si torna a casa», di Massimo D’Anolfi, sulla storia della Banda Battestini, un gruppo di rapinatori che mise a segno un numero incredibile di rapine a Pescara senza mai uccidere nessuno. Buonavisione.

[da Carta n°27/2006]

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