Geografie del corpo e delle merci. Intervista a Claudia Dias

claudia-diasClaudia Dias è una delle danzatrici più interessanti della nuova scena portoghese. Prodotta da Re.Al, la compagnia di João Fiadeiro, la sua ultima pièce “Visita guiada” debutterà in Italia al Festival di Santarcangelo, il 12 e 13 luglio, per poi approdare a Polverigi.
In “Visita guiada” Claudia Dias entra in scena vestita dei suoi abiti quotidiani, con una busta della spesa del Mini-preço [un discount portoghese] piena di merci d’uso comune: dentifricio, assorbenti, sigarette. Subito Claudia si spoglia completamente e si “riveste” degli oggetti, fissati al proprio corpo con lo scotch. Indossa una nuova pelle, fatta di merci, di oggetti del quotidiano. «Sentivo l’esigenza, entrando in scena, che il mio corpo venisse considerato un ‘corpo sociale’, in cui lo spettatore si possa riconoscere – ci spiega – Solo così era possibile mantenere un rapporto democratico con il pubblico, che nel mio processo creativo è una delle questioni fondamentali».

La vista guidata comincia. I pacchetti vengono scartati, le merci debordano sulla scena, e prende vita sotto gli occhi del pubblico un “plastico” di Lisbona fatto di oggetti del quotidiano: pilastri fatti di sigarette, ponti e strade fatti di fiammiferi. Il fiume Tejo è una striscia ondulata di dentifricio. E pian piano che la città cresce sotto i nostri occhi, Claudia racconta delle storie. Storie sue, o che ha sentito raccontare. Lisbona diventa una mappa delle emozioni. E, letteralmente, si “anima”. Delle storie e delle vite che realmente la popolano.
«Ho lavorato molto sull’impatto emozionale», dice Claudia. E si percepisce con nettezza. Dall’estrema facilità con cui le emozioni scaturiscono dalla manipolazione degli oggetti. Emozioni estranianti, come il racconto della sua “prima volta” in un albergo al mare, sulla Costa di Caparica, o dalle tinte forti, come l’affresco di Casal Ventoso (un quartiere oggi “recuperato”, una volta centro dello spaccio cittadino di eroina) o una storia di violenza.

Storie che creano un cortocircuito tra spazio pubblico e privato, rivelando la carica dialettica di questo rapporto. Che ha a che vedere con la sfera dell’intimo, che è la sfera delle emozioni. Alcune delle storie toccano l’intimità. Molti degli oggetti che utilizza hanno un uso intimo. Intimo vuol dire personale, ma non necessariamente “autobiografico”. «Alcune delle storie le ho vissute veramente, altre le ho sentite raccontare, ma non è questo il punto. La questione autobiografica nell’arte è valida solamente se non è una masturbazione artistica. Perché il pubblico è necessariamente un voyeur, e della peggior specie. L’esibizione autobiografica cambia il rapporto che hai con lo spettatore».
Questa è la prima volta che la performer portoghese si confronta con la drammaturgia. «Sentivo l’esigenza di un confronto con il teatro, perché avvertivo che il movimento non era la ‘traduzione’ del lavoro che stavo facendo. Sono partita da un’immagine, che era quella di una donna, il suo corpo, e gli oggetti del quotidiano. João Fiadeiro mi è stato accanto nel lavoro, aiutandomi a capire cosa stavo facendo. Così pure il pittore João Queiroz, che mi ha dato grossi spunti su come utilizzare i materiali in scena. Un giorno mi ha detto: ‘Claudia, non ti scordare che gli oggetti sono anche contenuti’; e se n’è andato, lasciandomi sola a riflettere su questa cosa».

Ma al di là delle storie, è il corpo di Claudia – corpo sociale e “democratico” – ad incarnare il cortocircuito privato-pubblico. Un corpo sociale messo a nudo e rivestito di merci, altro collasso del pubblico nel privato: dentifrici, prodotti di bellezza e per l’igiene, appartengono alla nostra intimità; la loro marca e “l’aura” che possiede, con la quale interagiamo al momento di acquistarli, appartengono alla sfera della comunicazione e del desiderio. È il corpo, oggi, il terreno del conflitto? «La critica alla società dei consumi e alla globalizzazione sono temi che spesso scaturicono dalle letture che dà il pubblico – ci dice – Ma questa non è stata la mia preoccupazione. Quello che ho cercato di fare è ragionare sul confronto tra il mio ‘io’ cittadino e il mio ‘io’ artistico».
Lo spettacolo si chiude con la danza di una “nativa”: gonna e anello al naso sono fatti con dei fazzoletti di carta. La visita guidata si sposta in Africa. La società “centrale” dei consumi collassa in quella “periferica”. «Il Portogallo è un paese macrocefalo – spiega Claudia – C’è un enorme divario tra l’interno e la fascia costiera, e tra la capitale e il resto del paese. O tra Lisbona e Almada, la città dall’altra parte del fiume da dove vengo [oggi una sorta di periferia di Lisbona, ndr.]. Sponda nord e sponda sud. Estendere il discorso al rapporto tra nord e sud del mondo è naturale». Il conflitto tra centro e periferia perde la sua connotazione geografica per assumere un altro significato. Ed è il corpo il terreno in cui si svolge: corpi democratici periferici contro i corpi patinati della centralità mediatica.

[da Carta n°26/2006]

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