Teste di popolo. Intervista ad Andrea Satta

avanti-pop“Il viaggio di Avanti Pop nasce da un sogno, che è quello di portare – grazie al nostro camion, che è un palco ambulante – la narrazione musicale, di parola e di immagini direttamente nei luoghi dove è avvenuta”. Andrea Satta, voce dei Têtes de Bois, è seduto nella sua casa di San Lorenzo, a Roma, e racconta quasi vedendoli quei luoghi che toccherà Avanti Pop, il nuovo progetto messo in piedi dal gruppo romano. Luoghi che sono stati il teatro di lotte importanti, di oggi e di ieri, per contadini ed operai. Si partirà il 18 giugno a Melfi, dove accanto ai Têtes di saranno Ulderico Pesce, Paola Turci e Staino. Perché in ogni tappa ci saranno tanti artisti ospiti, ogni narrazione mescolerà linguaggi artistici diversi, sotto la regia dei Têtes. “Noi saremo i bigliettai senza biglietto di questa corriera invisibile, che ha quattro ruote e un palco, ma poi i finestrini sono un po’ gli occhi della gente”, dice Andrea.

Più che un gruppo siete una fucina di narrazioni…

Sì, in effetti è così. Ma la nostra vocazione principale rimane stare su un palco a suonare. Però sento molto l’istinto insopprimibile di narrare gli anni che abbiamo davanti. Non sempre è facile farlo capire, perché siamo portati ad inquadrare quello che facciamo. E lo facciamo come lo facciamo noi. Abbiamo il nostro percorso, passiamo le nostre notti a scrivere, le nostre serate a guardare, a cercare.
Siamo andati davanti ai cancelli della Fiat di Melfi a guardare il cambio turno della notte. Per portarci via quelle sensazioni. Pensare a cosa vuol dire cominciare a lavorare alle 9 e mezza di sera e staccare quando non è ancora l’alba, per te che sei un artista e che scrivi le canzoni. Ma anche per chi fa un altro lavoro e non ha idea di cosa sia il cambio turno: c’è chi arriva e chi va con la corriera, si salutano fugacemente e si danno il cambio. Magari fanno anche decine di chilometri, dopo aver lavorato otto ore, per tornare a casa. E il giorno dopo di nuovo otto ore di fabbrica. E domani uguale, tra dieci anni, uguale. E la speranza è che continui, non che finisca. Se non lo vengo a vedere, questo, non ne posso parlare.

Ci parli del progetto?

Parteciperanno tanti artisti amici, da Ascanio Celestini a Paolo Rossi, Daniele Silvestri, Francesco del Banco del mutuo soccorso. Una grande carovana. Poi uscirà anche un disco che si chiamerà anch’esso “Avanti pop”, che comprende canzoni dedicate al lavoro, qualcuna nostra qualcuna no. E un libro di immagini e racconti, per tappe: un diario di bordo, con le parole dei lavoratori, con gli aneddoti raccontati dagli artisti ospiti, qualcosa che parli dei posti, della sabbia, degli alberi, del cemento, dell’amianto di dove siamo stati. È un sogno un po’ delirante e un po’ esagerato. Perché è molto “periferico”. E perché va molto fuori le previsioni di impregno che una società di spettacoli penserebbe di fare.

Perché?

Perché c’è una tendenza a semplificare, banalizzare, incasellare. Ma è in realtà un’esigenza dei produttori, dell’industria. Leo Ferré schiumava di rabbia quando lo chiamavano “prodotto musicale”. Omologare è un bisogno folle che non condivido: la differenza la fanno le infinite sfumature di colore che ci sono tra un uomo e l’altro, tra un artista e l’altro. È un vizio della comunicazione a cui siamo abituati ma su cui dovremmo stare più attenti. Quando leggo recensioni di artisti amici e trovo scritto “se ti piace ascolta anche…” mi intristisce. Battezzare le cose prima ancora che nascano, che abbiano un loro percorso, è un rischio forte, che alla fine inaridisce gli animi. Perché è vero che cose valide e forti faranno comunque la loro strada. Ma non è detto che siano le migliori. Esistono tantissime cose fragili e bellissime, che non avranno la forza per andare avanti.

Come interagiranno gli artisti ospiti?

In tanti modi. Questo progetto dà molta libertà anche a loro. Non sempre faranno quello che fanno abitualmente. Magari racconteranno un aneddoto particolare. Non stiamo ad incollare pezzi di cose: tutto è fatto proprio per l’occasione che andiamo a narrare. Se c’è una divagazione, c’è esclusivamente sulla condizione psicologica e umana di chi lavora. O su fronti simili.
Se parlo degli operai di Melfi penso anche a tutti quelli che attraversano i mediterraneo, o ci provano e affogano nel tentativo, per raggiungere Lampedusa, e che vorrebbero fare gli operai di Melfi. Troveremo il modo di parlare anche di loro. Perché quelli che affogano per venire a lavorare qui da noi, sarebbero stati disposti a non fare quella battaglia. Gli sarebbe bastato un quarto di quello che hanno gli operai di Melfi.
Pensa a che punto può arrivare l’ingiustizia: la battaglia di Melfi, che è la battaglia più sacrosanta del mondo, sarebbe stata comunque inutile per chi parte dall’altra parte del mare e poi neppure arriva sulle nostre coste. Insomma, c’è veramente tanto da dire, da fare, da viaggiare. Perché questo viaggio serve per illuminare delle zone nascoste. Abbiamo voluto partire con una grande vittoria degli operai, ma incontreremo anche grandi sconfitte.

Parliamo di Melfi, che è la prima tappa.

Passando per i campi di grano di Melfi, quando lasci l’autostrada a Candela e ti immergi in queste distese, al confine con la Lucania, mi capita di ripensare a personaggi come Rocco Scotellaro o Matteo Salvatore. Ci sono frasi di Scotellaro – che è stato scrittore, sindaco e poeta, ed è morto a trent’anni – dove racconta dei compagni uccisi, che sono indimenticabili. Così come “Lu furestiero” di Salvatore. Lu furestiero allora era quello che veniva da Mattinata o da Bisceglie per cogliere i pomodori nei campi. Scendeva dal Molise, o dalle montagne, perché in quel periodo dell’anno non poteva fare il pastore. Oggi lu forestiero viene dall’Africa o dalla Romania, da qualche paese più sfigato del nostro, a caccia di una possibilità che lì non trova. Il lavoro. In quei campi, vicino Cerignola, due ragazzi senegalesi sono morti cercando acqua da bere. Lì nei campi non ce n’era, hanno trovato un invaso per gli animali, uno è scivolato nella melma, l’altro per aiutarlo è affogato con lui. Ecco, quando passo per questi campi e il grano si muove tutto insieme e c’è una luce particolare, mi rendo conto di quanto è lunga l’ombra di questi poeti.

Un grande lavoro sull’immaginario. È questo uno dei terreni del conflitto, oggi?

Certo. Anche perché la gente non può stare sempre all’erta. Non si può stare sempre con il fucile spianato. C’è il relax, la distrazione, la condivisione della quotidianità con gli altri… Sono molto dubbioso: in futuro ci saranno nuovi spazi? Per certi versi sono preoccupato. I principi su cui ha fatto leva Berlusconi non sono estranei a buona parte del centrosinistra. È un virus – come diceva Paolo Rossi su Carta – che si debella con estrema difficoltà.

In una canzone parli del corpo. Un altro terreno del conflitto?

Sì. Basta dare un’occhiata alle statistiche sanitarie: questo è il periodo in cui, in Italia, c’è il maggior numero di persone che va in palestra, eppure la popolazione non è mai stata così obesa. Ci devono essere dei messaggi davvero schizofrenici per arrivare a questo punto. Il desiderio del corpo perfetto e l’obesità vanno di pari passo. Si creano nuove classi di individui: i “poveri” sono gli obesi, i “ricchi” sono i magri e belli. Parlo della considerazione sociale. Ma non solo. Perché le zone e i tessuti sociali dove si ha davvero il tempo di prendersi cura del proprio corpo sono ben precise. E poi c’è la paura del contatto fisico, che è una peculiarità un po’ strampalata dei nostri giorni. Che spesso nasconde la paura della diversità, intesa sia come omosessualità che come deformità.

“Avanti Pop”. Avanti dove?

È quel retrogusto di ironia che mi piace mantenere. Mi chiedo se è facile ricordarsi di chi ha costruito le piramidi, di chi è morto per un ideale, delle donne che non venivano considerate come noi oggi cerchiamo, almeno, di considerarle. Quando non c’era libertà sessuale né diritto al voto. Ma non c’è solo il passato, c’è il presente. Le immagini della Jugoslavia, dell’Iraq, non sono in bianco e nero. Sono a colori. È successo oggi. Avanti Pop è un po’ una speranza. Con quel retrogusto che dice: andiamo tutti avanti, decisi, ma ci ricordiamo di quello che è successo solo ieri?

E il pop?

Il pop deriva da popolo. Levando “olo”… levando l’alcol al popolo diventa pop. Io temo una narcosi. Adesso che il fantasma di Berlusconi ci angoscia di meno, mi chiedo quanto desiderio ci può essere di accogliere pensieri come i nostri. Mi chiedo se molte delle esigenze che sentiamo vive, urgenti, riusciranno a farsi sentire in un contesto così “pettinato”. Forse hanno più spazio in un contesto antagonista. Chiaramente ho vissuto la vittoria del centrosinistra come se si trattasse di un 25 aprile. Ma adesso che questo passaggio c’è stato, temo che un grande rastrellone ci pettinerà tutti a grandi calate. E chi non sta nella grande pettinata generale?

[da Carta n°22/2006]

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