Il ciclo Devozioni [I-IV]

devozioniIl ciclo istallativo «Devozioni», progetto ideato dalla formazione di ricerca Hôtel de la Lune appositamente per gli spazi dell’Angelo Mai occupato di Roma, è giunto alla sua quarta tappa, presentata in anteprima alla serata del 30 aprile, maratona artistica a sostegno della struttura sotto sgombero. Con “Litanies puor un retour”, il percorso messo in moto da Gianmaria Tosatti si spoglia dei suoi orpelli di mistica orrorifica per affidare tutto ad un unico quadro, un’immagine in tensione che diventa idealmente sintesi visiva dell’intero ciclo.
Andando con ordine, la prima devozione [“Le lait miraculeux de la Vierge”] lasciava lo spettatore, vestito di un saio, vagare per i sotterranei dell’istituto, attraverso scene di distillazione del vino [o del latte?], preghiere e intonazioni sacre. Di cella in cella, di cunicolo in cunicolo, si schiudono visioni che hanno a che fare con la grammatica del sogno [o dell’incubo]. Dai sassi votivi che stillano sangue, offerti da un monaco con strani gesti rituali, fino all’ultimo quadro, quello della Vergine, che si manifesta dapprima come un sussurro, poi come un ansimare stremato, infine – quando ci si imbatte in lei, seguendo la voce – nella sua veste materiale, biologica, che stilla sangue dai seni. In questa prima tappa, che trae ispirazione dai vangeli dell’infanzia e dai “Fratelli Karamakov”, prevale questo profumo di misticismo e orrore, che ribalta la figura trascendente dalla Madonna dell’iconografia tradizionale nel suo doppio ctonio, carnale.
Anche “Magdalena”, lavoro sui vangeli apocrifi, attinge allo stesso bagaglio di mistica medievaleggiante, creando però un’immagine assai più lucida e tagliente. Come nella prima devozione si entra in piccoli gruppi, che all’inizio sostano in un’anticamera imbevuta di incenso, dove è esposto un campionario di oggetti religiosi, abiti e strane protesi, che fanno pensare all’incubo di un masochista affetto da delirio mistico. Si apre la porta. L’ambiente ampio è quello di una chiesa [la bellissima chiesa sconsacrata dell’istituto], dove una donna si trascina verso l’altare, dove è esposto un grande uovo bianco, un’altra sembra in preghiera, dei monaci sul fondo intonano canti. A un tratto tutto si rompe. La stampella della donna cala sull’uovo, da cui esce un fiotto di sangue. Urla. La porta della chiesa si apre, e fuori ad attendere il pubblico c’è un tavolo. Ognuno ha un posto, con una candela, una matita, un foglio e una mela. Chi legge il programma di sala, chi cerca di lasciar scritto qualcosa, chi mangia. Anche qui misticismo e sogno. Anche qui orrore. Quello del credente impaurito che spia, tra le mani giunte in preghiera, i diavoli raffigurati negli affreschi di una chiesa.
“Madonna con bambino”, la terza devozione, segna una rottura. Si sviluppa nei piani superiori, dove è in corso l’occupazione abitativa dell’Angelo Mai [e capita che qualche spettatore esca dal percorso e si ritrovi dove non dovrebbe]. Qui l’atmosfera mistica è azzerata, se ne intravede appena l’eco in un altare. Ci si imbatte in un uomo che dorme tra mucchi di fogli da musica, cene davanti alla tv, appartamenti sventrati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Sul pavimento della stanza dove tre uomini mangiano e una donna cucina, un lago di sangue. Addentrandosi si vede una porta socchiusa, e si sente una radio che parla. Dentro il cuore della visione, la Madonna con il bambino ancora in grembo, che guarda gli intrusi con occhi sbarrati e perde sangue dalla vagina. È lei la fonte, la sorgente, la nascita [e forse l’aborto].
La quarta devozione è ancora in una stanza. Una stanza anni quaranta, carta da parati e grammofono che gracchia canzoni. Ma stavolta non c’è percorso. Ne immagini sacre [solo l’alone di un crocifisso sulla carta da partati]. Eppure c’è sacralità. Nel gesto della donna dal capo rasato che si prende la testa con le mani. Nel crescendo musicale. Nella cenere della corrispondenza sparsa per la stanza, lettere e documenti dati in parte alle fiamme, che alludono alla deportazione degli ebrei e all’Italia fascista.
Nonostante gli spunti diversi, le quattro devozioni sono accomunate dall’idea di usare [o lasciarsi usare da] lo spazio per farne scaturire immagini che, anche se oniriche, si caricano violentemente di realtà. A questo si aggiunge una visione “immersiva” della scena, che chiede in modo intransigente allo spettatore di entrare a farne parte. Eppure, tanto più chi guarda è libero di girare per la scena come in una stanza dei giochi, tanto più le atmosfere create da Tosatti, il loro potenziale onirico e visionario, diventa rarefatto.
Ciò che non accade, ad esempio, nella quarta devozione. Lì, proprio nella cenere che si sostituisce al sangue, nell’immagine sintetica che si sostituisce al percorso, l’intero ciclo istallativi trova una sintesi espressiva che mancava nelle altre tappe [ad eccezione della scena centrale di “Magdalena”, che probabilmente avrebbe retto da sola, senza anticamera né finale]. Perché lo shock, il condensarsi delle atmosfere create da Tosatti in un’immagine rivelatrice, stavolta è un processo che avviene dentro chi guarda. Un percorso interiore che si carica di realtà, senza il bisogno di qualcuno che dall’esterno indichi la via per arrivarci.

[da http://www.carta.org]

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