Parla il capanno

racconti-del-capannoIl rito del racconto presuppone necessariamente l’incontro tra chi narra e chi ascolta. Presuppone dunque un altro rito, quello dello scambio. Di memoria, di idee, sensazioni. Sarà per questo che in un’epoca come la nostra, segnata da rapporti umani sempre più “mediati” dalla tecnologia, è proprio la forma della “fiction” a entrare in crisi. Se ne accorgono gli autori televisivi, che continuano a propinarci ogni tipo di reality, ma se ne accorgono anche le grandi forme narrative, il teatro coi suoi narratori, il cinema con la rinascita del documentario. E la letteratura.
«I racconti del capanno», antologia edita da DeriveApprodi, si situa in questo filone d’indagine. È un libro, ma non è solo un libro. È il risultato di un laboratorio di scrittura, durante il quale sei scrittori affermati e “cittadini” – Giorgio Falco, Tommaso Giartosio, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Elena Stancanelli e Carola Susani – sono stati “impiantati” a Segni, paese a 60 chilometri da Roma. Luogo metafisico, sospeso tra le resistenze di un mondo contadino e la vicinanza del «mostro urbano» della capitale, che al mattino attira verso di sé i lavoratori pendolari e a sera i giovani in cerca di divertimento.
I sei scrittori si sono fermati a Segni due giorni, durante un appuntamento importante per il paese, la Festa del marrone. Si sono imbattuti in volti e luoghi e storie accompagnati da «narratori locali», dei Virgilio della fraschetta che hanno aperto un primo varco verso un mondo sconosciuto. Hanno mangiato, bevuto, scritto. E letto, poi, la domenica in piazza, il risultato di questo incontro. Racconti, storie, impressioni, volti.
Nei racconti si rincorrono le immagini di Segni, della sua storia, della vita di chi lo abita. La fabbrica, sopra a tutto. Una fabbrica di guerra, all’inizio, attorno alla quale il comune di Segni è nato e si è sviluppato [«il primo turno delle 6 di una mattina, chessò, nel 1922, sono ora di cammino nell’andare, già quello solo è lavorare», racconta Falco in «Ruderi del tempo a testimone»]. Una fabbrica che c’è ancora, riconvertita per la produzione di airbag per automobili e di propellente per il razzo Ariane [«Arianna semidea la tua coda di fuoco, scheggia o siluro, le tue volute interspaziali Arianna a telecomandarti nel labirinto minore dei satelliti», scrive Ottonieri ne «L’amante astrale»]. Ma anche le immagini delle sue tradizioni e credenze, come il patrono San Bruno, di cui Aldo Nove racconta minuziosamente la vita.
Le parole come attrezzi per costruire e ricostruire immagini, relazioni tra vite, memoria. Attrezzi contenuti nel «capanno» che dà il titolo a questa antologia, luogo simbolo del mondo contadino e pastorale, che qui diventa un “posto delle parole”, come lo definisce Lanfranco Caminiti nell’introduzione. Come è Segni, come è la provincia di Roma, come lo è ogni luogo.

[da Carta n*18/2006]

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