Padroni del libro

libriQuello della Fiera del libro di Torino, iniziata giovedì 4 maggio al Lingotto, è uno degli appuntamenti più importanti per l’editoria italiana di tutte le taglie. Stand, presentazioni, incontri ed eventi animeranno il salone fino a lunedì. Quest’anno, poi, Torino, assieme a Roma, si fregerà per tutto il 2006 del titolo di “Capitale mondiale del libro”, assegnato dall’Unesco. Tutto ciò si traduce in finanziamenti che daranno luogo – si augurano gli operatori – ad altrettante iniziative per stimolare la lettura in un paese come l’Italia, tradizionalmente pigro. Lo scorso anno solo il 41 per cento degli italiani di età superiore ai sei anni aveva letto almeno un libro non scolastico in un anno. Un dato tra i più bassi d’Europa.
Nonostante ciò, basta dare un’occhiata agli appuntamenti annuali dedicati al libro, per accorgersi di un ribollire di titoli ed editori da far girare la testa. Potrebbe sembrare un sintomo di vivacità. Eppure del mercato librario italiano si parla come di un settore bloccato dalle grandi concentrazioni, in cui è difficile che le nuove proposte si facciano spazio. Dov’è l’inghippo? Nella tendenza a produrre libri senza lettori. Per essere visibili sul mercato, per intercettare finanziamenti. A farne le spese è la qualità.
«Ci sono due grandi famiglie di editori, da sempre – ci spiega l’editore Luca Sossella – una appartiene alla congregazione dei mercanti, l’altra suppone d’appartenere alla comunità dei sapienti». Questo sdoppiamento del mondo editoriale porta gli editori a inseguire un «lettore medio» che spesso ha poco a che vedere con la realtà. Sossella chiama in causa Derrida, che nella sua ultima intervista a Le Monde diceva: «Ogni libro è una pedagogia destinata a formare il suo lettore. Ma le produzioni editoriali di massa non formano lettori, presuppongono in modo fantasmatico un lettore già programmato. E finiscono per dare forma a questo destinatario mediocre che hanno postulato. La diffusione determina la produzione, con la conseguenza inevitabile di omologare un’offerta anestetizzante». Invece, per Sossella, costruire un’impresa della conoscenza significa «creare nuovi lettori, cioè dare una nuova risposta alle esigenze senza domanda».
Il mercato del libro in Italia è largamente in mano a due gruppi – anzi, due “costellazioni di marchi editoriali” – legati ai principali organi di stampa: Elemond (Mondadori, Einaudi, eccetera), che ne controlla la metà, e il gruppo Rizzoli (Rcs), che detiene un ulteriore quarto. Il restante quarto è spartito dalla galassia degli editori indipendenti. A questo quadro vanno sommate le difficoltà distributive e l’ulteriore concentrazione dei punti vendita: su circa seimila librerie e cartolibrerie in Italia, le prime 200 realizzano il 50 per cento delle vendite, le prime 600 l’80, e le prime 1.500 circa il 95. Le altre 4.500 si stringono nel restante 5 per cento del mercato.
Una situazione di oligopolio contro cui molti puntano il dito. Una critica “fuori dal coro” viene da Sergio Bianchi di DeriveApprodi. «È vero che lo stato di salute del libro non è dei migliori. Le vendite sono in calo, rispetto a una sovrapproduzione di libri costante. Le librerie si organizzano in catene, puntando su ciò che si vende: i tempi di esposizione delle novità sono calati da quaranta a venti giorni, i marchi principali sono privilegiati. Ma spesso i piccoli editori si lamentano a sproposito: molti di loro fanno libri pessimi o comunque di qualità scarsa rispetto alle proposte dei grandi gruppi». Il motivo? La relativa facilità di mettere in piedi un’impresa editoriale. Ma il problema, secondo Sergio Bianchi, non è produrre libri ma venderli, stare sul mercato negli anni successivi alla partenza. «Non c’è un complotto verso i piccoli, ma i meccanismi coerentemente capitalisti di un mercato che, come sempre, premia i grandi gruppi: in Italia la concentrazione è una realtà, ma è minore che in Francia, dove molti nostri piccoli editori sarebbero già stati rilevati da marchi più grandi. Per contrastare questa situazione bisognerebbe lavorare insieme, in modo anche corporativo. Purtroppo l’universo editoriale italiano è fatto di schegge, ognuno guarda al suo piccolo e cerca, invano, di fare il salto verso la media editoria».
Da Fazi editore, invece, si respira maggiore ottimismo. L’editrice romana in meno di dieci anni ha moltiplicato per 15 il proprio mercato, rilevando Arcana e portando avanti un progetto parallelo con Lain. Un risultato che proietta Fazi verso la media editoria. «Negli ultimi anni il mercato italiano ha registrato un dato importante, anche in prospettiva – dice Vincenzo Ostuni, editor per la saggistica – l’aumento dei lettori giovani e giovanissimi. Case editrici come la nostra, ma anche Minimum Fax e Fandango, hanno puntato su un’offerta che cerca di intercettare un territorio culturale in cui la distinzione tra commerciale e non commerciale non ha senso. Nel nostro caso, questo ruolo lo svolge Lain in particolare, ma anche Arcana. Si tratta di ‘nicchie espanse’, che intercettano pubblici diversi senza arrivare a essere prodotti di massa». Ostuni ammette che Fazi è un’eccezione più che un paradigma, ma chiama in causa il grande lavoro di comunicazione: «Per fatturato e capacità distributive, siamo centinaia di volte più piccoli dei grandi gruppi milanesi. Eppure, grazie a un’intenso lavoro di ufficio stampa, riusciamo ad avere una buona presenza sui giornali, a comunicare la nostra proposta».
Nel suo ultimo libro «Il controllo della parola» (appena uscito in Italia per un altro degli editori di qualità, Bollati Boringhieri) André Schiffrin traccia un quadro inquietante della concentrazione dell’editoria, con particolare attenzione alle situazioni statunitense, inglese e francese. Schiffrin accenna all’Italia solo per parlare di Einaudi, un tempo fiore all’occhiello dell’editoria nostrana: «Ora Einaudi fa parte di un grande gruppo editoriale italiano e ha perso molto del passato splendore». L’autore franco-statunitense si augura che non accada lo stesso in Francia per Gallimard, che pur producendo utili e libri di qualità, rischia l’assorbimento. Come soluzione propone quella adottata a suo tempo dalla Penguin Books, che fu affidata dal suo fondatore Sir Alan Lane a un fondo senza fini di lucro.
Le fondazioni, nei paesi anglosassoni, svolgono un importante ruolo culturale da anni. Ma una soluzione di questo tipo in Italia? Sossella solleva molti dubbi in merito: «L’idea di Schiffrin non è condivisibile, perché abita un malinteso. Come e chi stabilisce la qualità? E la quantità si può trasformare in qualità? E la durata in progetto? Una fondazione senza scopo di lucro, dice. Una fondazione di origine bancaria? Che dipenda da una sponsorizzazione o da donazioni? O forse da benefici politici o da prebende ecclesiastiche (ci sono tante e diverse chiese)? O forse una raccolta di fondi di benefattori? Sostituire il rischio di impresa al giogo di un altro dominio (o illusione) non può consegnarci nessun buon risultato se non appiattire ancora di più l’offerta».
Uno dei possibili sviluppi si intravede negli Stati Uniti, dove ci sono già i libri “just-in-time”, cioè libri realizzati in digitale e stampati su richiesta. L’editore apre un negozio virtuale dove l’acquirente consulta il libro e, se gli piace, lo ordina. Solo a quel punto la copia viene stampata. Nessuno spreco di carta, nessun costo di stoccaggio. «Tra non molto la qualità della stampa digitale sarà a livello di quella tradizionale – commenta Sergio Bianchi –  Quando succederà, il ‘just-in-time’ sarà una vera realtà di mercato. Certo, l’editore dovrà reinventarsi tipografo, ma con fomule di leasing non dovrebbe essere troppo complicato». In questo caso il tema non è più come arrivare in libreria. Si azzerano sia i problemi di distribuzione che quelli legati alle grandi concentrazioni. La via zen all’editoria.

[da Carta n°17/2006]

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