Shopping da Effelunga

feltrinelliPer cinquant’anni la «F» a mezzo rombo, che troneggia sulle librerie della casa editrice fondata da Giangiacomo Feltrinelli, è stata più che un marchio un simbolo. Il simbolo di un’appartenenza. La Feltrinelli è la casa editrice che pubblica i diari del Che, il suo fondatore passò negli anni Settanta dalla militanza alla clandestinità. Le librerie della catena erano garanzia di qualità, luoghi in cui perdersi tra best seller di rilevanza internazionale e piccole edizioni ignorate dal mercato. Chi spendeva alla Feltrinelli aveva l’impressione di investire meglio i propri soldi. Chi ci lavorava, di contribuire a un grande progetto culturale della sinistra italiana.
Eppure qualcosa è cambiato. Sabato 15 aprile, per la prima volta nella storia della Feltrinelli, i suoi lavoratori sono entrati in agitazione e hanno scioperato dalle 4 alle 8 ore in tutta Italia, con punte di adesione del 70 per cento. Un fatto dirompente dal punto di vista dell’immaginario. «La gente si fermava stupita e ci chiedeva come poteva aiutarci», racconta Simone Segatto, rappresentante sindacale alla Feltrinelli di piazza Argentina a Roma, prima libreria in Italia per fatturato. «Non se lo aspettavano. Vedono la Feltrinelli come un bell’esempio di azienda ‘di sinistra’, dove i lavoratori sono trattati bene. E in effetti era così. È difficile per noi spiegare che le cose sono cambiate. ‘Ma come – ci rispondono – lavorate da Feltrinelli!».
Eppure qualcosa è cambiato. Cinque anni fa, con l’avvio del progetto megastore. Un progetto che fa fare un balzo in avanti all’azienda, che si fonde con Ricordi e passa da 300 a 1.500 dipendenti. Nuove aperture, nuove assunzioni. Ma c’è un «ma». «I nuovi lavoratori furono assunti con contratti diversi da un’altra ditta, la Fined Srl, controllata dalla Feltrinelli – racconta Marilena La Penna, rappresentante al megastore di piazza dei Martiri a Napoli – Con questo meccanismo hanno eroso molti dei diritti che avevano vecchi lavoratori». Oggi la dirigenza ci riprova. Vuole modificare ulteriormente i contratti dei futuri assunti, ma non intende specificare in che modo. Per questo i lavoratori, oltre al rinnovo del contratto che è bloccato da un anno, ne chiedono l’estensione a tutti i lavoratori. «Non è giusto che si faccia lo stesso lavoro con una retribuzione differente. Si creano lavoratori di serie A e di serie B».
Lo spettro della precarietà aleggia sull’azienda “di sinistra”. Al momento si tratta di un fenomeno ridotto, ma in crescita. «Per lo più si fanno contratti a tempo determinato – spiega Simone – ma non mancano ‘apprendistati’ di un mese». Eppure sono proprio i lavoratori precari ad aver aderito con più entusiasmo alla rivendicazione, “forti” dell’incertezza della propria sorte. I vecchi lavoratori l’hanno vissuta come un evento traumatico. «Convincerli è stato difficilissimo. Perché loro sono orgogliosi di far parte della Feltrinelli. Questa è un’azienda con molte contraddizioni. È forse l’unica i cui quadri dirigenziali votano in blocco centro sinistra. Una situazione che porta a una forte ambiguità, specie con i sindacati, che non si aspettavano dalla Feltrinelli un simile comportamento. Dopo il raggiungimento di un’intesa, mesi fa, con il direttore del personale, i rappresentanti sindacali sono stati richiamati dal vice amministratore delegato che ha detto che le risorse non c’erano e l’accordo non era valido. Il tutto condito da una lettera di Carlo Feltrinelli, che da buon ‘padre’ ci chiedeva comprensione. Una cosa del genere non si è mai vista in nessun altra azienda». In molti casi, come a Napoli, sono stati chiamati i vecchi librai a sostituire gli scioperanti, creando tensione tra i lavoratori.
Il passaggio a megastore ha portato a una mutazione genetica della Feltrinelli, che si è affidata ai manager dell’Esselunga. «Non siamo più librai, ma venditori», spiega Marilena. Non a caso, uno dei primi benefit a sparire sono i buoni libro, che sarebbero essenziali per formare buoni librai. «A noi del progetto megastore ci hanno formato per vendere. La differenza è sostanziale: non si parla di ‘libri’, ma di ‘prodotti’. Non di ‘titoli’, ma di ‘pezzi’ venduti. E per pezzi si intende i libri, ma anche le magliette, i poster e le matite colorate. L’importante è la quantità. Tutto viene deciso da Milano, perciò abbiamo un margine limitatissimo su cosa esporre. C’è chi nasconde i libri per evitare le rese di titoli di qualità che vendono poco. Anche perché al cliente che ti chiede il tal libro non puoi rispondere che Felrinelli non ce l’ha. Eppure è così, perché tenerlo in libreria è un costo inutile!».
Ovviamente cambia anche il modo di lavorare. I nuovi lavoratori, più che librai, si sentono commessi. Se una lavoratrice va in maternità – è successo a Napoli – l’azienda non prende sostituti, caricando i colleghi di lavoro in più. Se una cassiera cinquantenne ha i piedi gonfi perché è stata in piedi tutto il giorno – è successo ad Ancona – non può sedersi, perché il regolamento lo impedisce. A controllare ci sono i direttori della libreria, una figura che i lavoratori vedono sempre più con timore. «Le situazioni peggiori sono nelle cittadine più piccole – spiega Simone – Come sempre, meno sei visibile e più sei ricattabile. A Pescara, ad esempio, dove non hanno diritto all’assemblea sindacale in orario di lavoro perché la libreria ha pochi dipendenti, i rappresentanti sono stati contattati dall’azienda per sapere quante ore di lavoro avevano impiegato per l’assemblea». Meccanismi di pressione che rischiano di sfociare nell’intimidazione.
Alla vigilia delle elezioni, Paolo Rossi si domandava quanto del “virus Berlusconi” è rimasto dentro di noi [vedi Carta etc 4]. Ecco, da questo punto di vista la vicenda della Feltrinelli è emblematica. Proprio perché accade in un contesto “di sinistra”. «Si ha l’impressione che, molte delle tutele che ancora abbiamo, vengano considerate dalla dirigenza come una sorta di investimento pubblicitario», spiega ancora Simone. «Per consolidare l’immagine di azienda di sinistra, non perché si investe sui lavoratori. È il logo Feltrinelli il valore aggiunto, che fa vendere a quella metà dell’Italia che ancora crede in certi valori. Un valore aggiunto che, nella sostanza, hanno creato i vecchi librai e i lavoratori. Ma oggi la sostanza è un’altra».

[da Carta n°16/2006]

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