Giovani per forza. Intervista a Aldo Nove

aldo-nove-coverAldo Nove, scrittore, ha realizzato tra il 2004 e il 2005 una serie di interviste a giovani [e meno giovani] precari, pubblicate da Liberazione. Le ha poi raccolte in un libro uscito per Einaudi, intitolato “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…”: una narrazione dell’Italia contemporanea a dir poco preoccupante. Ne abbiamo parlato con lui.

Hai scelto appositamente storie quotidiane. Perché?

Volevo che fossero rappresentative di un’italianità media. Credo che sia molto più spaventoso prendere atto di una situazione estrema nella normalità che non andare a prendere casi disperati. Quando sono andato da Ferrara, a “8 e ½”, c’era un europarlamentare della Lega che ha sparato i soliti luoghi comuni: sono quelli che non hanno voglia di alzarsi al mattino. Tirava fuori una tipologia in negativo del disoccupato. È quella che ho cercato di evitare. Per far capire che è questa la normalità. Sono persone che si fanno il culo e non arrivano comunque a fine mese.

Gli intervistati parlano di aspirazioni che non riescono a realizzare. C’è un eccesso di aspettative?

Perché dovrebbe essere un “eccesso”? Piuttosto accade che lo studio finalizzato alla conoscenza e quello finalizzato a trovare un lavoro sono ormai due categorie totalmente svincolate. Questo cortocircuito è più evidente nell’ambito universitario, dove ti viene chiesto di acquisire un sapere letteralmente senza retribuzione. Diventa una sorta di hobby, che però a un certo punto si fa prestigioso, remunerativo. Spostando, in modo socialmente psicogeno, il momento in cui questo debutto in società dovrebbe avvenire. Gli esiti, anche economici, degli studi arrivano verso i 40 o i 50 anni. C’è uno slittamento di vent’anni. Una cosa biologicamente incompatibile con l’individuo: a cinquant’anni una persona dovrebbe pensare a chiudere un ciclo della propria vita, avvicinandosi alla pensione.

La parte più produttiva della società resta in stand-by. Non è economicamente svantaggioso?

Quando il governo Berlusconi ha varato gli incentivi per rimanere a lavoro, mi sono chiesto: e gli altri? I giovani che offrono maggiori risorse. Ma è grave per lo stesso individuo: stai perdendo gli anni migliori, quelli in cui sei fisicamente e mentalmente più attivo.

Leggendo il tuo libro sembra di stare a metà tra il Castello di Kafka e un Reality Show. È più importante avere santi in paradiso che essere bravi?

La meritocrazia non esiste più, o non è mai esistita. C’è la plutocrazia. In molti casi il lavoro te lo devi letteralmente comprare, quindi devi essere ricco per farlo. Non ha più la valenza di ciò che ti permette di mantenerti, ma di status sociale. Ma lo paghi. Ognuno paga come può. Lavorando per lavorare. Acquistando ciò che gli spetterebbe di diritto. O sfruttando amicizie e parentele. Come si è sempre fatto.

E il business della formazione, master e stage?

Spesso si tratta di lavoro professionale non retribuito. Lo stage dovrebbe essere il corrispettivo di un apprendistato, con la differenza che è totalmente svuotato di sapere. Il ragazzo di bottega apprende dall’idraulico a fare un lavoro. Buona parte degli stage e dei master non insegnano nulla. Non acquisti sapere ulteriore. Sei parcheggiato lì, per impiegare in qualche modo il tuo tempo. Spesso fai lavori di manovalanza, come gli aspiranti giornalisti messi a fare le fotocopie. In una delle interviste che non è entrata nel libro, un ragazzo parlava di un master che aveva fatto, composto di insegnamenti generici. Pensare che era destinato a trentenni laureati è agghiacciante. Quando mi iscrissi a filosofia sapevo che non c’erano molte prospettive di impiego immediato. Ma avevo 18 anni. Avere una prospettiva del genere a 30 anni è pazzesco.

Un’intervistata dice: “il futuro è un presente espanso che non finisce”. È ancora possibile costruirsi un futuro?

Tu che dici? Se ti guardi attorno ti rispondi da solo. Chi fa un figlio è aiutato dai genitori, salvo rare eccezioni. Una persona è fatta di tante cose, di tante aspirazioni. Molte non trovano sfogo. E questo vale più per le donne che per gli uomini, che hanno un orologio biologico diverso. Sono diritti personali sacrosanti barattati per acquisire uno status economico-sociale appena decente. E poi non esiste più quella rete di relazioni che una volta permetteva a persone povere di fare figli e mantenerli comunque. Una volta i figli si facevano e basta. Se eri povero c’erano i nonni, i cugini, i parenti alla lontana, i vicini che ti davano una mano. Anche un bambino povero poteva crescere senza condurre un’esistenza alienata. Oggi una coppia milanese che si impegna molto può raggiungere i tremila euro al mese in due stipendi. Un terzo lo spende per l’affitto, poi ci sono le spese, la roba da mangiare. Quanto resta per un figlio?

Dalle interviste esce un forte senso di inadeguatezza, che contrasta con il “pensare positivo” richiesto dalle aziende.

Non puoi andare ad un colloquio depresso. Ti devi vendere bene.

E il tempo libero che fine fa?

In ambito culturale, dove il tempo libero è necessario per creare o studiare, siamo al paradosso. Si “lavora” il sabato e la domenica. Il lavoro è un significante che ha sviluppato due significati: da un lato il lavoro per mantenersi, dal lunedì al venerdì, dall’altro quello per realizzare le tue aspettative, che si fa nei ritagli di tempo. Quello che una volta era il tempo dello svago. Ci sono registi che fanno marchette durante la settimana e poi lavorano per sé nel week-end. Mi ricordo, quando ero ragazzino, che il sabato e la domenica non si faceva assolutamente nulla. Ci si riposava. È un bel ricordo, sembrava una cosa sana. Ma ormai si è persa. Sembra una banalità pasoliniana del bel tempo perduto, ma è davvero importante mantenere tempo improduttivo per se stessi. È una questione di salute mentale. Ho amici che progettano da mesi vacanze che non riescono a fare.

Di nuovo il futuro che non arriva…

È un paradigma. Anche nel lavoro. Come il discorso dei “progetti”, fiumi di chiacchiere su cose che non si realizzeranno mai. Se ne fanno migliaia. Mi fanno paura i co.co.pro. anche per quel “progetto” che si portano appresso. È l’ennesimo limbo da cui non si esce.

Abbiamo introiettato una visione aziendalista. Che ne è dei rapporti umani?

Mi piace l’espressione “visione aziendalista”. In effetti, ha un grande impatto sulle relazioni. Leonardo, uno degli intervistati, fa un paragone con il medioevo, dove se non si hanno posizioni socialmente contigue non ci si incontra nemmeno. Così oggi: prova a mandare una mail a un dirigente di azienda. Se non servi non ti risponde. Il tempo per la risposta è uno spreco. Chiaramente il medioevo è la ricostruzione storico-filosofica di un momento lontano nel tempo. È una nostra percezione di ciò che doveva essere. In parte simile a questo fenomeno, che però è fortemente contemporaneo. L’irrigidimento dei rapporti umani rende questo accostamento calzante. Ma c’è anche un discorso che investe i valori: siamo di fronte a una realtà bottegaia.

Davvero i giovani si reggono solo grazie alle risorse dei padri, che tra vent’anni saranno finite?

Questo è il dato oggettivamente più inquietante. Quando sarò genitore i miei figli riusciranno a campare sul capitale accumulato dai nonni? Tra l’altro è un capitale accumulato quando le garanzie sociali erano molto forti. Qui entrerebbero in gioco i sindacati. Ma funzionano nelle realtà più grandi. Il problema è organizzare la tutela del lavoratore in balia di una selva di contratti diversi e atipici, che vive in un contesto di individualismo sfrenato dove tutti sono contro tutti. Biagi, che parlava di flessibilità, aveva anche studiato forme di ammortizzazione sociale, sussidi e altro. Perché quella parte del suo pensiero è inapplicato?

Che centra la tv con tutto questo?

È un medium onnipresente e pervasivo. È quello che uniforma i valori delle persone proponendo gli stessi modelli. Nella tv degli anni sessanta c’era la prosa, il teatro, e tanti approfondimenti culturali. La pubblicità era relegata in tre spazi al giorno. La tv commerciale si fonda su una pretesa assurda: è chiaro che le tette piacciono a tutti, ma non è vero che la gente preferisce il Bagaglino a Checov. Se c’è il Bagaglino guardano quello, sennò guardano Checov. Io sono mesi che ho deciso per l’astinenza completa. Ho fatto eccezione per le elezioni.

Nel libro dici che gli adulti, oggi, sono “bambini più grandi”. Mantenere la popolazione a uno stadio infantile, cioè senza possibilità di influire sulla realtà, non è una caratteristica delle dittature?

Questa è una dittatura commerciale. Non c’è una mitologia della razza. Tutto è parcellizzato in una quantità di pulsioni immediate da soddisfare. Basta pensare alla parabola del cellulare, da status symbol a giocattolo di massa. È un oggetto emblematico, che tutti possono permettersi, ma che consuma costantemente una parte del tuo reddito. E ormai è impossibile farne a meno. Siamo allo studio scientifico di una società fondata sull’infantilizzazione delle masse.

[da Carta n°16/2006]

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