La vita è una bestia. Intervista a Filippo Timi

filippo-timiFilippo Timi è uno dei migliori attori di teatro in Italia, nome di punta della compagnia di Giorgio Barberio Corsetti. In un periodo in cui mettere in piazza i propri panni – o almeno simularlo – è diventato un clichè televisivo, ha scelto di fare un’operazione autobiografica che recupera la poesia dell’individuo, del quotidiano. Facendo leva sui propri difetti e trasformandoli in virtù. Il risultato è un libro, “Tuttalpiù muoio” [Fandango] scritto con Edoardo Albinati, e il monologo “La vita bestia”, tutti e due di grande successo. Filippo ci ha raccontato come è nata questa avventura.

Come ti sei rapportato con la scrittura?

Scrivo da tanti anni, in realtà. Non lo sa nessuno, ma ho scritto una sceneggiatura e vinto concorsi di poesia nazionali e internazionali, con poesie in italiano e in umbro. Anche negli spettacoli di Corsetti, in molti casi mi è capitato di scrivere alcune mie parti. Scrivo fin da piccolo, soprattutto poesia. Poi con il primo portatile che mi sono comprato, ho cominciato a scrivere brandelli, pensieri, soprattutto sfoghi. Ma concentrare i propri sfoghi nella struttura di un romanzo è ancora più interessante, ti costringe ad affrontare quello che prima mettevi su carta per buttarlo via. Invece, per creare il romanzo sono stato costretto ad affrontarlo di nuovo. Doppiamente doloroso.

Oggi il “reality” è un paradigma non solo televisivo, ma anche dei rapporti umani, basati sulla massima esposizione del privato ma il minimo di condivisione intima. La tua operazione autobiografica dove va?

L’attenzione che c’è attorno a questo romanzo, credo sia dovuta al fatto che si percepisce che c’è una base di verità. E anche nello spettacolo. È chiaro che si tratta anche di un gioco, perché sono consenziente al dolore che mi provoco. Sono vittima e carnefice. Ma la cosa che più attira è questa base di verità. Poi sono uno che ha fatto dei propri difetti virtù. E quindi il riscontro più forte è sulla sincerità. È una cosa che fa paura. Soprattutto a me. Anche a causa di una sorta di etica personale che non mi permette di dire bugie. Non ce la faccio. E poi, è molto più interessante giocare con la verità. L’importante è farlo in maniera intelligente. Il reality è un tipo di gioco sulla verità poco intelligente. Non fa paura. Una critica scrisse dello spettacolo che si sentì offesa, paragonandolo proprio a un reality. Diceva “che me ne frega della vita di uno come te”. Ci fu, invece, un’altra giornalista che colse l’intento un po’ più profondo, paragonandolo al tipo di operazione fatta da Kubrik in Eys Wide Shut. Ovviamente su tutta un’altra linea, che è autobiografica.

Filo – il protagonista – può esistere al di là di Filippo Timi?

Secondo me sì. Perché il romanzo è un’invenzione. Pinocchio è pinocchio, punto. Se avessi chiamato il personaggio Abele e nessuno avesse saputo che calcava la mia biografia, allora avrebbe avuto un valore oggettivo? Sì, ma in fondo è la stessa cosa. Il libro, con il suo personaggio e le sue situazioni, esistono a prescindere. È chiaro che dentro Don Chisciotte c’era Cervantes. Ogni scrittore ci mette del proprio, è inevitabile, altrimenti non sarebbe originale, specifico. Altrimenti che me ne frega di andare a vedere Carmelo Bene che fa Amleto piuttosto che Gasmann? Io vado a vedere Carmelo Bene, che in quel caso fa Amleto. Quello che ho fatto io è innalzare un personaggio comune, trattandolo come se fosse Amleto. L’ho interpretato. Perché io, Filippo Timi, sono qualcos’altro. Anzi, sarebbe interessante vedere il monologo interpretato da qualcun altro. Sarebbe la cartina di tornasole. Se reggesse anche con un’altra persona – un bravo attore comunque – allora teatralmente sarebbe significativo, avrebbe un peso. Per il libro, però, è tutta un’altra storia. Il Filo del libro già esiste per i cavoli suoi, non ha bisogno di me che lo interpreto.
Poi nel romanzo c’è anche un lavoro sull’umbro, che pone il libro su un piano letterario che va al di là della semplice operazione autobiografica. C’è una ricerca. Non è il prodotto di un attore che si improvvisa scrittore. Perché è un lavoro che faccio anche teatralmente, per come sono abituato a lavorare con Corsetti. Quando abbiamo lavorato sul “Paradiso perduto” di Milton, in cui interpretavo Satana, Corsetti chiedeva a tutti gli attori di improvvisare sul personaggio, anche di inventare come parla. È un processo molto interessante, perché ti confronti con Milton. C’è la possibilità di dare un senso ad una grande storia attraverso la parola parlata. Questo tipo di lavoro, dopo tanti anni, mi ha messo in condizione di saper buttare giù di getto le storie. I dialoghi arrivano subito. Perché me li recito già in testa. Quando scrivo, come quando recito, so già che la cosa non funziona se il personaggio “spiega”. Deve essere comunicativo, invece. È una sorta di apprendistato che è avvenuto su un altro piano, quello del linguaggio vivo anziché scritto. Questo è evidente nel libro. Non è un linguaggio scritto, ma un flusso parlato.

Il libro è firmato anche da Eduardo Albinati. Come è andata?

Eduardo si è innamorato del materiale che avevo scritto. Da lì ci siamo messi insieme per creare il personaggio Filo, dargli una drammaturgia. Quello che è successo è stato un po’ un miracolo.

Lui compare come personaggio nel libro. Ti dice, in questo materiale cupo mettiamoci degli aspetti gioiosi. In effetti nel libro il lato cupo è più evidente che sul monologo. È stata una scelta?

Non lo so. È capitato. Non si poteva mettere in scena tutti i capitoli, abbiamo fatto una scelta. Io ho sempre paura, a teatro, di insegnare. Di voler colpire. Invece, avevo voglia di fare veramente uno spettacolo umano. Tenero. È un po’ l’aggettivo che divide le due operazioni. Forse perché io, di indole, sono abbastanza scuro. E poi ho già vinto il premio Ubu, quindi il mio egocentrismo era già appagato, non ho bisogno di far vedere che so stare in scena. È stato un riconoscimento importante per me, anche perché non ho frequentato scuole di teatro. Uno stimolo è venuto dal fatto che sono rimasto affascinato dai diari segreti di Wittgenstein, dove scrive che ogni essere umano, prima di avere la protervia di creare qualcosa di importante per sé e per il mondo, dovrebbe scrivere i propri segreti, le cose inconfessabili, e darle al mondo. Io, che amo essere un po’ stupido, un po’ semplice, pornografico, mi piace prendere le cose alla lettera. Magari Wittgenstein faceva un discorso più metafisico. Io invece mi sono messo a scrivere con questa attitudine immediata, concreta. Che è una cosa proprio sana. C’è una semplicità del gesto. Un gesto parla chiaro, nel bene e nel male. Ma è qualcosa che dobbiamo reimparare. Perché in giro c’è tanta paura. Con il monologo volevo proprio dare questo messaggio, basta aver paura, anch’io ho paura, d’amare e ancora di più di essere amato, però basta! Altrimenti prima o poi si scoppia. E l’amore che resta troppo dentro il corpo diventa veleno. Il libro è proprio amore che era dentro al corpo e che dovevo tirare fuori. Era rimasto lì per tanti motivi, anche contingenti, come la balbuzie, o il fatto che non ci vedo bene. Per i miei casini. Doveva uscire.
E poi è anche bello farsi maschera di questo bisogno di dire la verità. È un bisogno totalmente personale, ma un’esigenza di tutti. È da bastardi comprendere anche le altre persone della mia vita, metterle in mostra; ma il fatto è che io sono tutti, sono anche mia madre, mio zio, mia zia, le persone che ho conosciuto… sono un po’ di tutti loro. Ma questo vale anche per te. Se ti guardo non vedo solo te. Se sto al bar non vedo solo il bar. Tutto è più grande. È un possibile spunto per. Tutto è un po’ simbolico pur essendo concreto. E tutto è squallido. Ma comunque tutto è di più. Sono un affamato di vita. Non posso permettermi di non vedere il miracolo e di lasciarlo andare.

Cosa ti ha cambiato, come attore, lavorare sulla tua maschera?

È strano. Se interpreti qualcuno e ti dicono “sei bravo”, è un conto. Ma qui è come se mi dicessero “sei bravo a far te stesso”, che è assurdo. Quello che ho capito è che la verità ha molte sfumature. Non si può fingere per interpretare, perché sei morto. Se non ti metti in gioco è la fine. Sei come la maggior parte degli attori. Se invece vibri, fai risuonare dentro di te le domande di quel personaggio, allora può esserci una vera comunicazione con chi ti sta a guardare. Sono discorsi che io faccio in modo semplice, ma ci sono filosofi contemporanei come Gilles Deleuze, Jean-Luc Nancy e Giorgio Agamben hanno affrontato in profondità. Lo stesso vale per Grotowki, lavorava sul far passare la comunicazione da pancia a pancia, evitando psicologismi. E questo processo, fatto lavorando sulla tua maschera, ti fa rendere conto di molte cose, del fatto che sei tu ma sei anche Amleto. In questo modo elevi il quotidiano all’epico, al teatralizzabile. Allo stesso tempo tutto ciò che è elevato, si abbassa, si fa comprensibile. È inutile immaginarsi Amleto come il gran personaggio del cazzo. È più utile vederlo da vicino. Amleto cacava, proprio come me. Amleto era grassottello. In fondo è questo il meccanismo su cui si basa e funziona il teatro. C’è un uomo attore davanti all’uomo spettatore. È imprescindibile dalla carne, dal sudore, dall’odore. È questa la bestialità bella e sana per cui esiste il teatro. La cosa strana è che con il digitale, così virtuale, anche le sceneggiature hanno sempre più l’esigenza del corpo, della bestia, del sudore. Perché da altre parti tutto si rarefà, diventa imprendibile, virtuale. E poi ho imparato che la poesia è ovunque. In mio papà che si spreme il limone negli occhi e piange c’è poesia. Ovviamente nasce anche dal come si raccontano le cose. Ma sicuramente la bellezza è più vicina di quanto ci si immagina. Forse mi aiuta il fatto che non ci vedo bene: ne ho meno paura.

E umanamente?

Che ho una paura fottuta di amare. Eppure solo l’amore può salvarmi. Evidentemente qualcosa mi si è richiuso. È molto forte la sensazione di baratro, di abisso. È come se fossi costretto ad amare e basta, cioè amare l’amore, in generale. La sensazione che non esiste un essere umano in grado di accogliermi. Perché… non lo so il perché. Sto ancora tentennado da un voto all’altro. Io mi muovo spesso a “voti”, ne ho fatto uno a 14 anni e l’ho portato a termine, un altro a 19 e l’ho portato a termine. Da questo punto di vista sono un “virtuoso”, ho una concezione cristica e santa concreta delle cose. Sto proprio trattenendo il diavolo per i capelli per non fare il voto che mi verrebbe più spontaneo fare, e cioè: va bene, mi dono completamente, e allo stesso tempo mi chiudo la possibilità di innamorarmi, ovvero di costruire in due un percorso. Sono lì lì per farlo. Sarà anche che ho trent’anni, ci sono degli orologi biologici… Ho delle amiche che si sono sposate, altri che hanno preso casa, chi si è fatta mettere incinta. O mi concedo di diventare completamente umano, vado in discoteca a rimorchiare la prima tipa che incontro e poi dopo vado nei boschetti e mi faccio inculare a bestia… o appartengo a quell’umanità oppure… Ma non voglio. Ed è una fortuna che non ci riesco. Ma questa attesa di cambiamento è insostenibile. Poi, certo, ho delle valvole di sfogo che sono teatrali, però c’è di fondo questa dissociazione con il concreto della vita che è impossibile.

[da Carta n°13/2006]

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