La mitologia della bassa romagnola. Intervista a Luisa Cottifogli

rumiLuisa Cottifogli, in arte Lu, è una cantante dalla voce straordinaria, con alle spalle una formazione lirica, jazz e l’incontro con l’India, dove ha studiato. Questo è un momento particolare per lei, con l’uscita del suo cd solista, “Rumì”, e del primo disco inciso con i Quintorigo, di cui è la nuova vocalist. Ne abbiamo parlato con lei.

Perché la figura del “Rumì” dà il nome al disco?

Il “Rumì” l’ho incontrato in alcuni trattati di etnomusicologia. È un personaggio realmente esistito, era un mendicante, veniva chiamato “Rumì de santa mareia” perché era appunto un romeo, una persona che vagava per la bassa romagnola, andando di fiera in fiera, di festa in festa, di porta in porta a cantilenare una nenia che era un’orazione alla Madonna. Questa cosa gli fruttava qualche soldo e un tozzo di pane. In pratica viveva mendicando. È un personaggio che mi ha subito colpito: le descrizioni lo ritraggono come una persona alta, emaciata, un po’ gobba, avvolta nel suo mantello nero, che era il tipico mantello degli uomini romagnoli del tempo – ancora oggi alcuni uomini si vedono vestiti così d’inverno. Quando arrivava nei paesi i bambini lo rincorrevano, lo prendevano un po’ in giro. Era una sorta di matto del villaggio che si procacciava da vivere in questo modo. Quello che mi ha colpito è che viaggiava continuamente negli stessi chilometri quadrati, di villaggio in villaggio, percorrendo le stesse strade. Ma ogni volta per lui era un viaggio sicuramente faticoso e diverso, incontrava persone diverse in stagioni diverse. Anche il disco è legato alle stagioni: c’è l’estate de “La sighéla”, l’inverno di “Nord”; ci sono un po’ tutti i rumori della campagna nel mio immaginario.

Nella canzone “Rumì” dici più volte “la nebbia è venuta giù”. Cos’è questa nebbia?

Le parole sono tratte da una poesia di Nettore Neri, un autore che ha scritto quasi tutta la sua produzione in dialetto romagnolo. È una produzione di liriche molto accorata, dove ho trovato cose molto interessanti. Nelle sue poesie si trova tutta la malinconia, la tristezza, il paesaggio in cui mi sono figurata che camminasse Rumì. La nebbia è un elemento che costituisce in qualche modo la piana romagnola, che è nella pianura Padana. Inizia a venire verso ottobre, novembre, e in pratica disegna i paesaggi della bassa. A me è venuta subito in mente, quando ho letto questa poesia, la scena di Amarcord di Fellini in cui il vecchio, perso nella nebbia, si chiede se la morte è proprio così. Mi sono venuti i brividi a pensarci, e mi sono detta che quella era proprio la poesia di Rumì. Sicuramente doveva essere una persona sofferente, come tutti coloro che non hanno una meta. Metaforicamente è il percorso dell’essere umano, in continua ricerca non si sa bene di che cosa. Poi, ogni tanto, ci si perde in mezzo alla nebbia. Anzi, spesso. La nebbia disegna anche la dimensione della solitudine, sembra che il mondo attorno a te non esista, magari c’è un essere umano a pochi metri ma non lo vedi.

L’immaginario della campagna, oggi, ha quasi un gusto esotico, perché è una dimensione sempre più lontana dalla realtà di tutti i giorni.

Quando parli con una persona anziana dei suoi ricordi, lui in realtà parla molto tranquillamente di quello che è stato, anche di periodi di miseria, di quando c’era la guerra, di quando ci si riuniva attorno al camino per raccontarci le storie. Per noi, invece, acquista un valore diverso, che sa di lontano. Perché la nostra vita è diventata una corsa, un non fermarsi mai. Poi ognuno di noi cerca di fare del suo meglio per metterci dell’umano in questa corsa. Però dei racconti dei vecchi ci affascina sicuramente la dimensione del tempo che scorre lentamente. Era quello che permetteva di vedere e vivere il passare delle stagioni, il cui alternarsi scandiva la vita. Oggi si va di giorno in giorno, e di quel mondo noi ne abbiamo istintivamente nostalgia. Poi l’esotico c’è per forza di cose, perché io non ho fatto un’operazione di recupero etnomusicologico e basta. Dai trattati di etnomusicologia ho tratto degli elementi per poi creare una musica originale. Tutto è un pretesto per creare qualcosa di nuovo. Perciò è normale che si peschi nell’esotico. Ma, contemporaneamente, per me c’è stata anche la riscoperta delle radici, perché a casa mia nessuno parlava un dialetto, ognuno veniva da luoghi diversi. È una cosa che mi è sempre mancata.

Utilizzi anche l’elettronica.

La sonorità del disco è il frutto del mio incontro con Leo Z, che lo ha arrangiato. Abbiamo lavorato spalla a spalla, anzi, orecchio a orecchio. È un lavoro molto interessante, perché quando tu porti lo spunto di un brano, anche un embrione, l’altra persona se ne impossessa e lo vede in modo anche molto diverso. È stato un passaggio di elementi che avevo ben presenti, ma che sono stati rielaborati anche da altre orecchie. Questo tipo di rielaborazione è stata concepita in modo differente dal mio, ma alla fine è confluita negli intenti che volevo, sia a livello musicale, timbrico, che a livello sonoro. Ho usato l’elettronica come una sorta di “trucco”. Come quando una donna si trucca in modo molto leggero: puoi starci anche delle ore, l’importante è che il risultato ci sia ma non sia così visibile. Ti porta ad avere un viso più fresco, più bello. Così l’elettronica, che a volte è nascosta, ma c’è e valorizza la timbrica di tutto il disco. Altre volte è più scoperta, ma è comunque uno strumento attraverso il quale dare dei paesaggi sonori.

Nel tuo primo disco da solista c’era un sottotitolo: vengo dal nord ma sono del sud. Perché?

Nel sud il recupero delle radici è più presente che altrove. Ma questo è vero anche per certe valli del nord. Diciamo che accade nei luoghi dove c’è stato isolamento, che ha lasciato intatte certe sfumature, certe tradizioni.

Hai lavorato nel jazz e nella lirica, e anche con la tradizione musicale indiana. Quanto ti ha influenzato questo bagaglio?

Moltissimo. Proprio perché la mia non è un’operazione filologica. Il fatto di aver studiato in India, la lingua araba, ascoltare le culture degli altri è stato frutto di pura curiosità. Ma per forza di cose certi linguaggi entrano a far parte della tua fantasia musicale. Per cui quando mi trovo ad improvvisare in un pezzo jazz ci entra qualcosa di indiano o di napoletano. È una conseguenza del fatto di aver creato una tavolozza con tanti colori, nei quali vai a pescare quando meno te lo aspetti. Perché intendo il canto e la musica veramente come un libero cercare. Non c’è niente di nuovo sotto al sole, non solo nella musica, ma in ogni forma di arte. Dietro c’è una ricerca personale che porta a dire delle cose invece che altre, a meditare su certi temi invece che su altri. Però i linguaggi sono presi in tutta libertà dai linguaggi che incontri. E dai viaggi. Alla dimensione del viaggio tengo molto, e in “Rumì” si avverte particolarmente, perché il personaggio che dà il titolo al cd era un viaggiatore, nel suo piccolo. Lo si può essere anche restando a casa propria o viaggiando lungo pochi chilometri quadrati.

Come è nato l’incontro con i Quintorigo?

Un anno fa i ragazzi mi hanno chiamata. Io li conoscevo già, soprattutto John De Leo, la vecchia voce del gruppo. Le loro strade si sono separate e mi hanno chiesto di poter collaborare con loro, alla luce delle mie ricerche sperimentali sulla voce, che è una strada che ha sempre fatto anche John. C’è stato un po’ di imbarazzo nell’introdurmi in un equilibrio già esistente. In realtà questa cosa è stata superata in fretta, anche perché mi sono posta in modo un po’ incosciente. Ho detto subito ragazzi, sappiate che lavorare con me significa un lavoro molto diverso: ho un back ground diverso, la mia voce è diversa, una voce femminile. Loro mi hanno risposto che è proprio quello che cercavano: non volevano un clone, ma qualcosa di differente, per rinnovarsi. Abbiamo fatto un live tutta l’estate passata. Un buon modo di cominciare, piuttosto che fare un disco, perché ha significato mettersi alla prova, suonare assieme. Si trattava di distruggere l’equilibrio che c’era prima e ricostruirlo. È stata un’esperienza in crescendo. Il suono dei Quintorigo resta comunque lo stesso, utilizza sonorità e strumenti che appartengono alla musica classica per poi fare tutt’altri generi, dal pop al jazz alla sperimentazione. Il linguaggio è lo stesso. In più c’è quello che ho portato io, la mia dote musicale, mutuata da altre culture. È una cosa che si vede soprattutto nell’improvvisazione, dove è evidente che il mio tipo di musicalità è molto diversa da quella di un altro. Io do qualcosa e loro me ne danno un’altra. Mi sembra sia un incontro riuscito. Quello che mi colpisce positivamente di questo tipo di lavoro è che la creazione musicale è fatta a più teste, ed è una cosa a cui nel panorama musicale nessuno è quasi mai abituato. L’atto creativo di solito è sempre legato al singolo. Invece qui qualcuno porta uno spunto, ma gli altri ci lavorano sopra in comune accordo. È una cosa che mi diverte molto.

[da Carta n°13/2006]

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