Berlusconi è un virus. Intervista a Paolo Rossi

paolo-rossiPaolo Rossi è in giro per l’Italia con «Kowalski, il ritorno», dopo 18 anni nei panni del suo vecchio personaggio. Un viaggio attraverso vecchi testi che Kowalski non ricorda più, ormai irrimediabilmente confusi con le storie degli altri, con le sue storie. Una metafora della perdita della memoria che ci sta colpendo tutti. Ma anche un viaggio attraverso due Italie, quella televisiva e quella reale, quella infettata dal virus del berlusconismo e quella che – si spera – verrà dopo. La tournée è partita in marzo e finirà in maggio, scavalcando le elezioni. Anche per questo, dice Paolo, nello spettacolo si parla poco di “lui”, per non evocarlo, e sperare che scompaia, come un incubo.

Una volta i manifesti elettorali erano più fantasiosi. Come te li immagini in un’Italia davvero diversa?

In futuro i manifesti elettorali magari non saranno più idonei alla politica. La politica come la intendo io. Se pensi ai manifesti elettorali degli anni Cinquanta, ce n’erano molti tipi diversi in giro, mentre oggi tutto tende a uniformarsi. Prima erano spontanei. Oggi si vede tutto un lavoro di marketing, di regia, di trucchi… io, che faccio un lavoro di comunicazione, li riconosco. Quelli che fanno questi manifesti sono pubblicitari, decidono la posa che deve avere il candidato, con la giacca sulla spalla; oppure uno fa dei manifesti ridicoli allora l’altro risponde con la serietà al governo… A me non piacciono i manifesti elettorali, li trovo veramente ai livelli di un detersivo. Ormai la politica si confonde con gli altri beni di consumo. Noi, da partecipanti, siamo diventati spettatori. Ancora meglio: tifosi. Guardiamo “Porta a Porta” come se guardassimo un derby. Hanno un bel dire che la politica non deve entrare nel calcio, è il calcio che è già entrato nella politica.
Mi successe una cosa, un giorno di qualche anno fa: giravo per la strada e c’era un signore che si faceva ritrarre con una matita in equilibrio sul dito indice, e diceva: «Birigozzi (dico un nome a caso): la forza dell’equilibrio». E io ho pensato, guarda che faccia da pirla questo qui! Poi, dopo quindici giorni, , è uscita un’altra foto, con lui e tutta la sua famiglia, che diceva: «Birigozzi: la forza di una famiglia sana». Io continuavo a insultarlo ogni volta che lo vedevo, poi quando sono andato a votare mi sono accorto che era il mio candidato di zona. E ho avuto un rifiuto. Ma il rifiuto più grosso ce l’ho sulla falsità del manifesto elettorale. Perché se li guardi bene, sia quelli di destra che quelli di sinistra, sono pressoché uguali. D’altronde i pubblicitari non sono gente che lavora per fede politica, vengono pagati per proporre un’idea che funzioni. In questo modo i manifesti dei vari candidati si somigliano tutti tra loro e somigliano a quelli delle automobili, per dire, o alla nuova linea di bikini o di profumi.

Questa cosa a Carta l’ha sottolineata con una copertina che ritraeva un manifesto con su scritto «Fermare le grandi opere? No grazie!». Sotto c’era il simbolo di Forza Italia, a cui è stato aggiunto quello dell’Ulivo.

Beh, sì, è un gioco perfetto. Dà l’idea che certi temi sono comunque già decisi, a prescindere dagli elettori. Io devo stare un po’ attento a parlare di queste cose. Il mio è uno spettacolo che gioca su un comico – io – in crisi di memoria, che cerca di recuperare diversi pezzi dell’86. E recuperandoli ci si accorge che molte di quelle cose si sono puntualmente avverate. Sono terrorizzato da questa cosa. Che cosa è diventata la politica? Mi piacerebbe che tornasse ad essere davvero “politica”, cioè ad interessarsi ai problemi della gente. Mettendoli però in comunione con quelli della società. E poi che i rappresentanti fossero davvero dei rappresentanti. Persone a cui posso telefonare, per dire.
Si capisce che questa sarebbe una cosa auspicabile, ma ora il problema è mandare via questo qui. Poi, per capire bene cosa succederà dopo, bisogna capire quanto di “questo qui” è rimasto dentro di noi. Berlusconi è stato un virus. Al di là dei problemi economici che ci potranno essere – perché non sarà facile, io mi metto anche nei panni di quelli che dovranno mettere le mani in questo disastro: è come una famiglia, dove tutti hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità trascurando i soggetti più deboli, come i bambini e gli anziani, e a un certo punto arriva qualcuno che deve ristabilire l’ordine; è chiaro che dovrà essere più austero. Ma nell’affrontare questa austerità tocca che ci chiediamo quanto di Berlusconi è rimasto dentro di noi, per poter davvero girarci e riconoscere chi è rimasto indietro, altrimenti non siamo in grado di fare neanche questo. Perché siamo tutti occupati ad avere due telefonini e il televisore al plasma, e non riusciamo a vedere i bisogni assai più grandi del nonno che affronta la vecchiaia o del figlio che non trova lavoro. Ciò nonostante la crisi già si vede: i commercianti al mercato hanno ricominciato a segnare ai clienti, perché si paga tutto a fine mese, e c’è già chi non dorme perché a fine mese non ci arriva. È l’effetto di questo sogno che ci hanno venduto, il “compri oggi e paghi tra sei mesi”, ma tra sei mesi sei già inguaiato.

In effetti siamo sempre in emergenza: con Berlusconi al governo c’è un’emergenza democratica, con il nuovo governo l’emergenza sarà rimettere le cose a posto. Ne risente lo spazio “privato”, costantemente invaso da questa sfera pubblica degenerata.

I modelli che sono stati imposti in questi anni sono terribili. È una cosa che mi spaventa molto: qui si parla tantissimo di economia ma pochissimo di cultura. Sarà che ci tengo, in quanto artista, ma io credo che sia davvero un problema. Perché per invertire un processo economico devi per forza farlo su basi culturali, devi avere dei valori diversi da quelli che ci hanno inculcato e che noi abbiamo digerito e assimilato in questi ultimi venti, venticinque anni. È peggio dell’aviaria: è un rincoglionimento totale che fa leva sul consumismo. E come puoi raddrizzare una barca – economicamente parlando – se non hai dietro un supporto culturale che farti apprezzare un modo di vivere magari più semplice, più solidale… Come fai, se non hai dietro questo? Ma qui di cultura non ne parla nessuno.
E poi ognuno dovrebbe prestare attenzione a quello che sa fare meglio. Il nostro paese è sempre stato un grandioso produttore di cultura. Produrre cultura vuol dire produrre benessere, non solo perché si creano valori diversi, ma anche perché, volendo, la cultura è un business. E che business: oggi la cultura è uno dei più grandi business, e potrebbe essere anche divertente.

Parlando di censura, tu, più che la censura ai singoli artisti e ai giornalisti, hai attaccato i tagli al teatro. Sei stato anche criticato per questo.

Se comincio a lamentarmi in giro di essere stato censurato, mi accorgo di quanto di lui è rimasto in me, e questo non mi va, non costituisco autonomamente la mia vita artistica con queste credenziali. Per prima cosa non bisogna essere ipocriti: è giusto denunciare le violazioni della libera espressione, ma senza farne una bandiera. Perché alla fine, in molti casi, quelle persone che sono andate via dalla tv hanno riempito i teatri. È lo stesso paradosso che si crea con la par condicio: è vero che lui  andrebbe dappertutto se lo lasciassimo fare, ma io lo lascerei anche fare, non sono sicuro che gli gioverebbe così tanto. Noi viviamo il paradosso che io, come cittadino e come artista, devo tutelare la libertà del politico, mentre è il politico che dovrebbe tutelare la mia libertà di espressione.
Lo stesso vale per la censura, che è una cosa gravissima e va denunciata, ma io non posso dire di essere una vittima. Le vere vittime sono gli altri: quelli che subiscono gli effetti dei tagli alle compagnie giovani, i tagli ai comuni (che spesso fanno le veci del ministero). Quindi niente festival, niente spazi. E chi ne risente il più delle volte sono i giovani. Di censure, come vedi, ce ne sono tante.

Però dal mondo della politica dal basso, dei movimenti, si sono create strategie comunicative innovative.

Quelle sono realtà straordinarie. Ormai l’Italia è Matrix: c’è una realtà ufficiale che passa in tv, e c’è la realtà vera, che vedi girando per i posti, come faccio io per lavoro, e che non viene comunicata dai grandi media. Se vai nei paesi del sud e vedi la gente mobilitata contro l’inceneritore, ad esempio, quella è un’esperienza bellissima: vedi gli occhi della gente che luccicano, perché si stanno occupando di qualcosa di concreto che ha a che fare con la loro vita. Qualcosa per cui lottare è molto più stimolante che stare seduti sul divano a guardare il duello Prodi-Berlusconi. E per di più è una cosa che non ha a che fare con l’ideologia, cioè quello che io chiamo “tifo”, ma con i problemi veri della gente. Quelli arrivano, vogliono costruirti il Ponte sullo Stretto e chi vive lì ti dice «noi non abbiamo l’acqua e tu pensi a costruire un ponte?». Oppure quello che dice «con questo tipo di lavori si dà solo da mangiare alla mafia». Io non sento molta gente a favore del ponte. Quando sono andato lì mi sono accostato al problema senza ideologia, e mi sono chiesto: «Ma questo ponte può portare del benessere, della ricchezza, alla gente che vive lì? Magari è brutto ma può servire… magari si studia un modo per farlo più bello… Ma la vera domanda è se si tratta di un’operazione in grado di portare benessere. La risposta della gente è no. nonostante in tv passi il contrario. Ecco allora che il lavoro di comunicazione dei movimenti, che sono fatti di piccole associazioni che non hanno una grande risonanza sui media, diventa essenziale. Tra l’altro, questo stimolo è un bene anche per noi, in teatro, perché mette in moto le menti. E la gente, che non vuole più stare a guardare quello che passa la tv, riempie i teatri. Riempie i luoghi vivi.
Nonostante questo io ho tre paure: la prima, essendo interista, è la “sindrome del 5 maggio”. Cioè: abbiamo vinto, abbiamo vinto, abbiamo vinto, e poi arriva la mazzata improvvisa [l’Inter perse nel 2002 lo scudetto all’ultima giornata, perdendo la partita con la Lazio, il 5 maggio, ndr.]. La seconda, più seria: quanto i nostri “rappresentanti” di sinistra hanno un rapporto con la gente, con i veri problemi che devono affrontare? Io temo che ormai abbiano un’idea troppo personalistica della politica, e troppo tecnica: sono innamorati più delle regole del gioco che del gioco stesso. La terza paura, quella storica, è che quegli altri non perdono neanche quando perdono, e noi a volte non vinciamo neanche quando vinciamo. Detto questo, è chiaro che ora l’importante è mandarlo via. Oggi ho letto quello che diceva Bossi: le riforme si possono fare solo con Berlusconi, ma se dovessimo perdere le elezioni ci riteniamo liberi di prendere accordi con chiunque per fare le riforme. Questo ti dà la misura di cos’è la politica oggi.

Se poi c’è chi, dall’altro lato, dice che la Lega è una “costola della sinistra”…

Ci sono delle idee di partenza della Lega che non sono sbagliate in sé. Alcune le hanno prese addirittura da Bakunin. Poi c’è la degenerazione che vogliono loro. Il fatto è che a sinistra di “costole” ce ne siamo fatti sfuggire parecchie. Io, ad esempio, a parte per le regioni e per i comuni, sono per i “condomini”, cioè per le piccole realtà che si amministrano. È una cosa che, tra l’altro, abbiamo nella nostra storia. I momenti di maggior fioritura dell’Italia sono stati con il Rinascimento e l’Italia dei comuni. Perché tutti erano coinvolti. È quello che mi piace, è quel che trovo in queste comunità che lottano contro il Ponte o la Tav. Oltre a lottare per se stessi, ritrovano anche una ragione di vita, un senso, tornano a parlare, a discutere le cose… È qualcosa che si è andato perdendo, non solo a causa dei valori che ci impongono. Anche la sinistra ha la sua responsabilità: basta pensare a cos’erano le feste dell’Unità un volta. C’era gente che usava le ferie per lavorare lì, rosolando salcicce gratis, per il partito. Ma anche per la voglia di stare insieme. Non è un commento nostalgico: quella è una dimensione umana essenziale. Lo stesso è avvenuto coi partiti: una volta le discussioni della base avevano un senso e una passione, ora immagino che le riunioni assomiglino a quelle di gestione aziendale: questo lo sposto lì, quest’altro di là. Quanto il partito-azienda è solo Forza Italia? Quanto è rimasto di lui in noi?

Quindi vedi l’orizzonte piuttosto oscuro…

Quella è la cosa negativa, certo, ma i movimenti e le aggregazioni di cui abbiamo parlato sono un contraltare positivo. E non ci sono solo le associazioni, esistono tante realtà differenti. Questo fenomeno credo che sarà difficilmente arginabile. Perché la gente ha bisogno di trovarsi insieme, di discutere e di gestire la propria vita. E quando riprendi a vivere non ci rinunci più. Questa è una cosa che non si fermerà, chiunque vinca. E chiunque gestirà il potere dovrà farci i conti.

Tu hai detto: la satira deve darsi un orizzonte più vasto, che è la poesia.

La satira può essere di vari tipi, visionaria come la mia, o di controinformazione o ancora diversa. Ma deve avere sempre un orizzonte. Perché abbiamo perso grandi intellettuali per strada, e abbiamo delle grandi responsabilità. Mi piace pensare che se ci fossero ancora i grandi raccontastorie come Gaber, come Eduardo, Fellini, Strehler, Pasolini, le cose non andrebbero così male. Occorre che gli intellettuali si espongano e raccontino il più possibile la loro visione del mondo, che ha a che fare con la poesia. E poi a lottare così ti diverti, a stare a casa a guardare in tv un dibattito finto come il wrestling non ti diverti affatto.

[da Carta Etc. n°04/2006]

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