Schermi Ipnotici

pillsburyForse il nome di Matthew Pillsbury non sarà noto al grande pubblico italiano, ma questo giovane fotografo [classe 1973] negli Stati uniti ha già fatto parecchio parlare di sè, tanto che il New York Times Magazine ha dedicato un articolo al suo lavoro. «Screen lives», una serie di 25 scatti in bianco e nero, è il suo ultimo lavoro, e anche la sua prima personale italiana, inaugurata a febbraio alla galleria Valentina Mocada di Roma – in piena via Margutta – in mostra fino al 22 marzo.
Le foto di Pillsbury, grandi formati in un elegante e temporale bianco e nero, sono realizzate con tempi di esposizione lunghissimi, che trasformano i soggetti ritratti nelle foto in ectoplasmi di movimenti, fantasmi traslucidi che si dissolvono su sfondi immobili, dando vita a immagini suggestive e surreali. Due le principali ambientazioni: il museo di storia naturale (e altri luoghi di passaggio), dove tra opere d’arte e stanze monumentali perfettamente a fuoco “svaniscono” le persone che si fermano a guardarle per pochi minuti; i luoghi della quotidianità, il bagno, la propria stanza, la sala da pranzo, dove persone per lo più intente a guardare lo schermo della tv o del computer si “dissolvono”, mentre le superfici degli schermi si fanno potentemente luminose ipnotiche.
Nel primo caso il fotografo americano sembra suggerire il carattere effimero delle attività umane rispetto alla statuaria fermezza dei luoghi e degli oggetti. Nel secondo – la parte più convincente del lavoro di Pillsbury – coglie l’isolamento e l’alienazione quotidiana della gente, di noi tutti, che giornalmente ci “liquefacciamo” davanti ad uno schermo qualunque, tanto per lavorare che per distrarci, trasferendoci mentalmente altrove nel tempo e nello spazio e restando incapaci di vivere il momento presente, il qui ed ora.
Di tutt’altro genere la mostra che è stata inaugurata lo scorso 23 febbraio a Belluno, presso la Sala Cappella del Palazzo Crepadona. «Sguardi irregolari», questo il titolo, espone le esperienze artistiche degli utenti del centro diurno del Dipartimento salute mentale di Belluno con l’artista Alfonso Lentini. Lentini ha svolto dal marzo al giugno del 2005 una serie di attività terapeutico-riabilitative assieme agli assistiti del centro, percorso di cui questa mostra – realizzata con il patrocino del comune e dell’assessorato alla cultura – è il punto d’arrivo. Le opere, che Lentini definisce suggestivamente «poesie oggettuali», sono state suddivise in una serie di percorsi: le valigie, le gabbie, i messaggi in bottiglie e i nomi.
L’idea forte che c’è dietro alla mostra e al progetto che le ha dato vita è stata ben espresso dal dottor Bruno Forti e dalle educatrici del centro, che sottolineano come la riabilitazione debba essere in grado di uscire dal circuito dell’assistenzialità, per esprimersi in occasioni di «normalità», in cui i pazienti possano riscoprirsi persone in mezzo ad altre persone. Lentini, invece, ha sottolineato il valore evocativo delle opere: «Non è importante chiedersi cosa possa ‘voler dire’ tutto questo. Sono piccoli morsi di un racconto che stenta ad emergere, strappi, graffi. Guai a chiudere il cerchio del ‘cosa significa’».
La mostra rimarrà aperta fino al 4 marzo, tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18.

[da Carta n°08/2006]

cover-06-08

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...